La chiesa e convento di San Matteo sono un complesso religioso medievale situato in Piazza San Matteo in Soarta a Pisa.
Con la fondazione del monastero di monache benedettine nel 1027, la chiesa fu riedificata sopra una precedente chiesetta a tre absidi. Fu ampliata nel XII e nel XIII secolo, mentre il monastero ingloba edifici precedentemente separati in un complesso quadrilatero intorno a un cortile.
L'attuale aula unica fu risistemata nel Seicento mentre la facciata è del 1610.
Storia
Gli atti di fondazione L’istituzione di un complesso monastico dedicato a San Matteo fu voluta dai coniugi Ildeberto degli Albizi e dalla moglie Donna Teuta del fu Omicio, tramite la convalidazione di due atti separati, uno del 1027 e uno del 1028.
L’atto del 18 maggio 1027 venne firmato da Donna Teuta che, con il consenso del marito, dispose l'edificazione di un monastero benedettino femminile in un terreno di sua proprietà, intitolato all'apostolo ed evangelista San Matteo. L'atto prevedeva anche la concessione di altri terreni. Il luogo scelto per il cenobio fu Soarta, località in prossimità dell’Arno che comprendeva una zona posta sulla riva destra del fiume e che aveva i suoi capi alla chiesa di San Silvestro, alla chiesa di Santa Viviana e alla chiesa di Sant’Andrea Forisportam.
Con l'atto del 19 gennaio 1028 Ildeberto donò al monastero gli stessi beni concessi precedentemente dalla moglie più altre proprietà, specificando i nomi dei santi a cui l'edificio sarebbe stato dedicato: Matteo, Benedetto, Cosimo, Damiano e Lucia, dediche, a esclusione della prima, successivamente decadute.
Entrambi i documenti riportano le disposizioni da seguire per l’elezione della badessa, che avrebbe dovuto essere investita dai fondatori del complesso, dai loro eredi e proeredi. Nel caso in cui non fosse stato possibile designarla all’interno del monastero, si sarebbe scelta la badessa fuori dal cenobio, eletta dalle monache, dai fondatori e dagli eredi.
I due atti di fondazione differiscono per alcuni punti: Al momento della stesura del primo atto di fondazione, quello eseguito nel 1027 da Teuta, chi guidava il monastero era l’abate Bono. Importante organizzatore della vita monastica pisana e primo abate del monastero di san Michele in Borgo, Bono venne incaricato di occuparsi dell'organizzazione del monastero di San Matteo per un periodo temporaneo, fino a che i fondatori e la congregazione delle monache fossero stati in grado di eleggere regolarmente una badessa. Invece, nel periodo in cui fu redatto il secondo atto di fondazione, quello firmato da Ildeberto nel 1028, era a capo del cenobio Ermengarda, la badessa verosimilmente figlia dei fondatori Ildeberto dichiara nel documento di aver disposto della costruzione del monumento per assolvere i propri peccati e quelli della moglie, dedicando l'atto al defunto imperatore Enrico II il santo e al suo successore, Corrado II il Salico. Il documento di fondazione, scritto a mano dallo stesso Ildeberto, fa supporre che egli fosse stato un notaio o un funzionario imperiale e che, anche per questo motivo, considerasse importante mantenere un buon rapporto con l'imperatore Enrico II e con il successore, così da ottenere la conferma dei beni posseduti.Vagelli, Il monastero di San Matteo, pp. 2,3.
I coniugi fondatori Ildeberto degli Albizi fu il capostipite di una progenie, quella dei de domo Petri, poi Casapieri, che raggiunse i vertici della società cittadina pisana.Vagelli, Il monastero di San Matteo,, p. 1.
Si hanno notizie di Ildeberto Albizio, figlio di Ermingarda, solo per il periodo compreso tra il 1016 e il 1028, ed il suo nome fu sempre legato agli atti relativi al monastero. Nel 1030 probabilmente Ildeberto era già morto, poiché veniva nominato in un documento di quello stesso anno un certo Giovanni, figlio della buona memoria di Ildeberto. Egli veniva soprannominato quasi sempre con il matronimico, cosa che accadeva generalmente per i figli di ecclesiastici concubinari. Infatti, alcuni documenti lo riportano come figlio di Pietro detto Albizio, prete nel 1011 e arciprete tra il 1012 e il 1014.
La famiglia di questi fondatori era una delle più importanti della città di Pisa ed era in stretti rapporti con l’imperatore Enrico II. Anche i discendenti continuarono ad avere buoni rapporti con il potere e riuscirono ad ottenere dall'imperatore Enrico IV la concessione di alcune terre pubbliche.
Nella genealogia della famiglia ricorre molto frequentemente il nome "Pietro", per perpetuare nei posteri il ricordo di Pietro III, eroe della guerra nella Spedizione delle Baleari del 1114-1115. L’intera casata prese così il nome de domo Petri, diffusosi con il volgare come Casapieri.Alessio, Niglio, Il convento di San Matteo in Pisa. Storia e restauri, pp. 35, 37, 38.
I motivi della fondazione La fondazione di un monastero da parte di una famiglia assicurava la salvezza delle loro anime ma aveva anche delle finalità economico-sociali e politico-signorili.
Dal punto di vista religioso, il monastero diventava un centro spirituale per la famiglia: per questo motivo l’elezione della badessa o dell’abate era un compito che spettava ai fondatori, che in questo modo avrebbero assicurato la salvezza delle anime all'intera famiglia, mentre i religiosi, in cambio, avrebbero ottenuto beni materiali.
L’affermazione della famiglia nel tessuto cittadino riguardava invece aspetti economico-sociali perché con la costruzione di un monastero la famiglia si sarebbe elevata al di sopra delle altre casate. Inoltre, economicamente, i terreni che costituivano il centro monastico permisero alla zona di diventare un centro agrario con attività da gestire tramite molte famiglie “vassalle”, suddite dell’ente.Alessio, Niglio, Il convento di San Matteo in Pisa. Storia e restauri, pp. 39, 40.
Il territorio Dai due atti di fondazione dei coniugi Donna Tetuta e Idelberto degli Albizi si evince che il territorio era caratterizzato da frutteti, orti e terre laboratorie. Le uniche abitazioni presenti erano quelle degli agricoltori e della famiglia Albizi.
Le strade vicine ai terreni diventarono importanti per l’espansione futura dell’ente monastico. Queste erano la via che costeggiava il fiume Arno e la Via Calcesana, chiamata così perché portava a Calci, che provvedeva al collegamento delle zone dell’entroterra.
La zona di Soarta, dove sorse il monastero, era suburbana. Infatti la città di Pisa si era sviluppata soprattutto nella parte occidentale rispetto al Ponte di Mezzo. Dall’XI secolo l’area di Soarta diventò il punto d’interesse per le famiglie che desideravano elevare il loro ruolo sociale acquistando i possedimenti in questa zona che, verso il XII secolo, iniziò ad avere caratteristiche urbane.
Dapprima rurale quindi, il territorio subì molte trasformazioni per l’incremento edilizio iniziato con la costruzione del monastero.Violante, Economia, società, istituzioni a Pisa nel medioevo: saggi e ricerche, pp.26-27.
Il monastero La cronologia delle madri superiori si può evincere dai documenti sulle attività del patrimonio fondiario del monastero.
La prima badessa fu Ermingarda, forse figlia di Ildeberto Albizo e Teuta, mentre la seconda fu Teuta II, probabilmente nipote dei fondatori. A Teuta succedette Mingarda, attestata in un documento del 1116: è a lei che Papa Pasquale II indirizzò il diritto di sepoltura concesso al monastero.
Nei secoli XI-XIV il patrimonio del monastero aumentò molto grazie ai lasciti dei coniugi fondatori e alle donazioni di privati, che erano per lo più terreni.
Le badesse, tramite compra e vendita, cercavano di accentrare i loro beni terrieri nella zona intorno all'edificio.
Pietro, prete della chiesa di San Matteo dal 1111 al 1120, effettuò i primi acquisti da parte del monastero.
Le badesse erano affiancate nella gestione economica da laici, chiamati gastaldi. Il gastaldo veniva eletto dalla badessa, con la presenza dei giudici pubblici, di un console di giustizia e delle monache.
La principale fonte di sostentamento del monastero si doveva ai prodotti coltivati nei terreni, dai quali veniva ricavato vino, olio e frutta. Il pesce non mancava, vista la vicinanza con l'Arno. Presto le monache riuscirono ad acquistare sempre più terreni intorno al cenobio, vendendo quelle più lontane e difficilmente controllabili. In questo modo si sviluppò tutta una zona intorno al monastero di San Matteo.Alessio, Niglio, Il convento di San Matteo in Pisa. Storia e restauri, pp. 41-44.
Il monastero e i rapporti con la Santa Sede La chiesa di San Matteo e l’annesso monastero femminile furono per molto tempo dotati di diritti e di privilegi ecclesiastici. È importante sottolineare quanto la protezione apostolica fosse ambita dagli enti monastici, dal momento che garantiva una maggior indipendenza nel controllo dei propri interessi, nonché la possibilità di contrastare eventuali eccessive ingerenze del vescovo di Pisa, alla cui giurisdizione il cenobio era soggetto.Vagelli, Il monastero di San Matteo, pp. 48, 49. Ma anche la Santa Sede aveva dei vantaggi da questi privilegi: visto che nel XIII secolo i rapporti tra i papi e i comuni erano diventati difficili, la Santa Sede riusciva ad avere un appoggio locale per contrastare le tendenze politiche. In questo periodo infatti, nella zona di Pisa, quasi tutte le cariche del Comune erano affidate alla famiglia Visconti, i cui interessi erano contrastanti rispetto a quelli della Santa Sede. L’alleanza con il San Matteo diventava per il Papa un modo per non venire escluso da Pisa. Papa Pasquale II nel 1116 dette il primo privilegio all’ente, quello del diritto di sepoltura. Le monache ebbero così l’occasione per aumentare i guadagni con le operazioni legate alle inumazioni. Nel 1156 Papa Adriano IV riconfermò il diritto di sepoltura e i territori che erano già proprietà del monastero. Il terzo privilegio papale venne inoltrato da Papa Innocenzo III, che concesse alle monache la libera elezione delle badesse, estromettendo così i discendenti dei fondatori dalla prerogativa dopo moltissimi anni. Un privilegio dato da Gregorio IX nel 1230 dava alle monache la possibilità di celebrare tutti i sacramenti nel monastero, nonostante l’interdetto generale pisano.Alessio, Niglio, Il convento di San Matteo in Pisa. Storia e restauri, pp. 47-49.
La monacazione pisana e la soppressione del monastero Durante l’XI secolo, a Pisa proliferarono le fondazioni religiose, alcune dirette da vescovi, altre da famiglie laiche benestanti, come il caso degli Albizi. Verso la fine dello stesso secolo le due direzioni entrarono in contrasto: i vescovi cercarono infatti di rinforzare la loro posizione, a sfavore delle iniziative laiche negli enti, stringendo rapporti con ordini stranieri o di altre regioni.
Nel corso del XIV secolo, accanto ai monasteri cittadini ne sorsero alcuni di nuova fondazione gestiti, per la maggior parte, da Regolari. Il ceto dirigente cittadino, lamentandosi della mala gestione degli enti, spinse il granduca Cosimo I de' Medici ad introdurre in ogni monastero femminile un operaio che si occupasse dell’amministrazione economica. Le badesse persero così il controllo diretto del patrimonio mentre gli operai vennero a scontrarsi direttamente con i Regolari. Per questo le monache chiesero di essere poste sotto la guida di un Ordinario.
Nel 1556, Papa Pio V attuò una riforma dei monasteri e con la Costituzione Circa pastoralis impose regole di clausura più severe ai monasteri femminili: l’ingresso nel monastero veniva vietato a uomini e donne, inclusi parenti di primo sangue. L’edificio di San Matteo dovette subire una serie di modifiche strutturali interne, per far sì che le monache non avessero nessun contatto con l’esterno.