Il periodo riguardante la Sardegna prenuragica comprende quella parte della storia della Sardegna che precede la civiltà nuragica.
In posizione centrale nel mar Mediterraneo, la Sardegna è stata sin dagli albori della civiltà un attracco frequentato da quanti navigavano da una sponda all'altra del mar Mediterraneo in cerca di materie prime e di nuovi sbocchi commerciali. Il suo territorio, ricco di boschi, di acque, di minerali, di giacimenti di ossidiana (il monte Arci è il più grande di tutto il Mediterraneo) e di zone fertili ha favorito il popolamento e l'impianto di insediamenti considerevoli. Fu così che nella sua storia millenaria ha saputo trarre vantaggio sia dalla propria insularità sia dalla propria posizione strategica, in quanto luogo imprescindibile nella rete degli antichi percorsi.
Nel suo patrimonio storico e culturale sono abbondanti le testimonianze delle diverse culture indigeneVideo sulle testimonianze archeologiche e culturali che nell'arco temporale che va dal VI millennio a.C. alla fine del III millennio a.C. vi si svilupparono e il cui aspetto peculiare fu la continuità: questa loro continuità caratterizzerà gli sviluppi culturali del Neolitico e dell'Eneolitico (o Calcolitico) sardo.
Durante la nascita e l'espansione del commercio dell'ossidiana le genti isolane risultano ben inserite nella fitta rete dei contatti tra i popoli delle regioni costiere mediterranee; grazie all'insularità e a filtrati apporti culturali esterni, mantennero tuttavia forti elementi di tradizione, seguendo un'evoluzione graduale. I traffici marittimi ebbero inizio probabilmente a partire dal Mesolitico, come testimoniano alcuni ritrovamenti in contesti liguri, e si intensificarono con l'avvento del Neolitico quando la sua diffusione toccò l'apice andando a raggiungere l'Italia centro-settentrionale, la Provenza e la Francia meridionale.
Sempre in quell'arco temporale il vasto fenomeno culturale del megalitismo, che dall'Atlantico raggiunse il bacino del Mediterraneo occidentale, investe in pieno le culture isolane lasciando sul territorio un gran numero di vestigia senza eguali. Questo fenomeno sfocerà - dopo millenarie evoluzioni - nella civiltà nuragica.
Nel 2025 le domus de janas sono state inserite, assieme ad altri siti prenuragici presenti nell'isola, nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Primi abitanti
Il rinvenimento di officine litiche risalenti al Paleolitico indicano la presenza dell'uomo in Sardegna nel lunghissimo periodo compreso tra i 450.000 e i 10.000 anni fa.
Vari elementi di cultura materiale, costituiti quasi essenzialmente da strumenti ed arnesi in pietra di selce o in calcare, utili alla sopravvivenza dell'uomo, sono stati rinvenuti nel Sassarese e nel Nuorese, nei siti di Giuanne Malteddu, Interiscias, Laerru, Preideru e Rio Altana.
Secondo i ricercatori, l'ominide denominato Nur, i cui resti son stati rinvenuti nella grotta di Nùrighe, situata nel paese di Cheremule, fu il primo a colonizzare l'attuale territorio isolano circa 250.000 anni fa; sulla base degli studi su una falange dell'ominide, si suppone fosse un pre-neanderthaliano, ma alcuni hanno espresso dei dubbi, ipotizzando una lontananza morfologica dagli ominidi.
Nel periodo dell'ultima glaciazione il livello dei mari era più basso di 130 metri: in quell'epoca la Sardegna e la Corsica formavano un'unica grande isola, separata dalla Toscana da uno stretto braccio di mare dove era possibile la navigazione a vista.
I resti più antichi riconducibili alla colonizzazione dell'Homo sapiens risalgono al Paleolitico superiore e al Mesolitico. Le loro tracce sono state rinvenute sia nella Sardegna centrale (Grotta Corbeddu di Oliena) che nella Sardegna settentrionale (Grotta di Su Coloru di Laerru).
Il più antico scheletro umano completo rinvenuto in Sardegna risale al periodo di transizione tra il Mesolitico e il Neolitico. Ribattezzato "Amsicora", venne ritrovato nel 2011 a "Su Pistoccu" , nella marina di Arbus, a pochi metri dalla battigia della Costa Verde, nel sud-ovest della Sardegna. La zona è stata oggetto di scavi più volte in passato e ha riportato alla luce altri importanti reperti.
Il Neolitico
A partire dal VI millennio a.C. la rivoluzione neolitica si allargò al Mediterraneo occidentale, raggiungendo l'Isola. Durante questo periodo si svilupparono processi sociali e produttivi legati all'agricoltura, all'allevamento stanziale del bestiame, alla nascita di villaggi stabili, all'aggregazione familiare di tipo clanico all'interno di gruppi tribali. In quel contesto si svilupparono le tecnologie della pietra levigata, della ceramica e di altri manufatti, oltre che la costruzione delle prime imbarcazioni negli insediamenti costieri.
Agli inizi del Neolitico nuove popolazioni si spinsero sull'Isola dall'Europa continentale trovandovi pianure adatte allo sviluppo dell'agricoltura e dell'allevamento, foreste ricche di selvaggina e vasti giacimenti di ossidiana, una roccia vitrea, nera e lucente di origine vulcanica.
Il commercio dell'ossidiana Sull'Isola durante un lungo periodo il bene più prezioso fu proprio l'ossidiana, localizzata in grande quantità in un unico sito nella sua parte centro occidentale ossia sul monte Arci nell'oristanese. Le schegge di questa pietra erano ritenute per le genti preistoriche il materiale più idoneo per fabbricare utensili ed armi come coltelli taglienti, punte di frecce e di lancia, costituendo una merce molto ricercata.
Oltre che in Sardegna, dove esistevano i giacimenti più importanti, nel Mar Mediterraneo occidentale in quel periodo si trovava solamente in tre piccole isole: Pantelleria, Lipari, Palmarola e la sua esportazione implicava conoscenze e capacità consolidate nella navigazione d'altura.
Il sistema di approvvigionamento di questo materiale da parte delle popolazioni neolitiche è stato attentamente studiato utilizzando le più recenti tecnologie, consentendo in questo modo di determinare in grande dettaglio tutta la catena di produzione, partendo dai siti di origine dove veniva estratta fino a quelli di arrivo, seguendo tappa per tappa gli spostamenti e i cicli intermedi di lavorazione. Le vie commerciali raggiungevano la terraferma passando da isola a isola, per poi risalire i fiumi, valicando le montagne e raggiungendo villaggi molto lontani dove la pietra vulcanica veniva lavorata e trasformata in utensili adatti ai più svariati usi.
Sul monte Arci estesi centri di estrazione e di lavorazione sono stati individuati nel territorio del comune di Pau, sul versante occidentale. Oltre venti officine di scheggiatura (atelier) sono state accuratamente indagate, tra queste quella di Sennixeddu - la più grande - ricopre una superficie di oltre venti ettari.
Il fenomeno del megalitismo
Le prime avvisaglie del Megalitismo sull'Isola sono riferibili al Neolitico medio-recente (proto-megalitismo), e le ricerche dimostrano come esso sia strettamente legato al megalitismo dell'area pirenaica,
Per via della capillare diffusione e della grande varietà che ebbero in Sardegna le imponenti costruzioni in pietra granitica e lavica, le culture prenuragiche e la successiva Civiltà nuragica vengono considerate fra le più importanti culture megalitiche mai esistite.
Il territorio isolano ospita infatti un gran numero di monoliti, sia isolati che in allineamenti rettilinei o anche in circolo, utilizzati dagli antichi Sardi sia per un uso singolarmente monumentale, come i menhir, sia per svariate tipologie di costruzioni definite - appunto - di tecnica megalitica.
Cronologia
Le diverse culture prenuragiche Un gran numero di materiali sono stati rinvenuti dagli archeologi e datati ad un periodo che va dal Neolitico (6.000-2.900 a.C.), attraverso l'Età del rame (2.900-1.800 a.C.), sino alla media dell'Età del bronzo.
I diversi tipi di forme e gli stili delle ceramiche hanno contraddistinto i differenti ambiti culturali che prendono il nome dalle località di rinvenimento. Ecco in ordine cronologico le varie culture per periodo:
Neolitico antico
Sono più di quaranta le località ritenute frequentate nel neolitico antico, situate sia in prossimità delle coste come nell'isola Santo Stefano, nell'arcipelago di La Maddalena, a cala Corsara, nell'isola di Spargi, nella grotta Verde ad Alghero, ma anche nell'interno dell'Isola in territorio di Laconi.
Sono piccoli gruppi che si dedicano alla pesca, alla caccia e alla raccolta e all'estrazione e al commercio dell'ossidiana, il prezioso vetro vulcanico abbondante nei giacimenti del monte Arci. La produzione ceramica di quel periodo, per la decorazione e l'aspetto delle forme dei vasi, viene chiamata cardiale, in quanto veniva decorata tramite impressione sull'argilla fresca utilizzando il bordo esterno del cardium edule (ora chiamato Cerastoderma edule), un tipo di conchiglia marina.
Cultura di Su Carroppu
La cultura di Su Carroppu rappresenta la fase più antica del Neolitico in Sardegna (VI - V millennio a.C.). A partire dal 1968, nelle campagne di scavi portate avanti dagli archeologi Enrico Atzeni e Gérard Bailloud in un riparo sotto roccia sulle colline calcaree in territorio di Sirri (Carbonia) chiamato Su Carroppu, vennero rinvenute, in strati archeologici inviolati, ceramiche ad impasto grossolano di colore nerogrigio, riferite a ciotole a calotta, olle globoidi e pentole con anse, a maniglia orizzontale oppure con bugne forate, decorate con singolari motivi geometrici di tipo cardiale, insieme a strumenti litici di forma geometrica come bulini e raschiatoi fabbricati con ossidiana proveniente dal Monte Arci.
Fu rinvenuta inoltre la presenza di resti di antichi pasti, con il rinvenimento di ossa di animali come il cervo, il prolago sardo, il cinghiale, documentando così una economia basata sull'allevamento, la caccia, la pesca. La presenza di due scheletri umani, insieme ad oggetti di ornamento costituiti da conchiglie, secondo i ricercatori testimoniano usanze di sepolture in grotta. Questa cultura e da collocarsi tra la fine mesolitico e l'inizio del neolitico antico.
La cultura di Su Carroppu ha corrispondenza in Corsica, nella penisola italiana e in quella iberica, ma soprattutto i ritrovamenti in Sardegna e in Corsica confermano il ruolo chiave di queste due isole per la comprensione della neolitizzazione del Mediterraneo del nord-ovest.
Cultura della Grotta Verde
La cultura della Grotta Verde prende il nome da una grotta localizzata a capo Caccia nelle vicinanze di Alghero dove, nel 1979, sono stati fatti dei ritrovamenti oggi esposti al Museo Sanna di Sassari. Viene fatta risalire alla seconda fase del Neolitico antico intorno alla metà del V millennio a.C..
Questa cultura era presente nella parte nord occidentale della Sardegna ed era caratterizzata per la produzione di una varietà di ceramiche di tecnica molto raffinata, incise con poche decorazioni di tipo cardiale mentre abbondavano decorazioni definite "strumentali", ossia ottenute tramite un utensile dentato.
Su un vaso rinvenuto nella omonima grotta, delle particolari anse sono state rappresentate come delle piccole teste umane con naso, occhi e bocca riprodotti in maniera stilizzata, probabilmente con funzione magica. Secondo l'archeologo Giovanni Lilliu, quel vaso rappresenterebbe la prima raffigurazione antropomorfa della preistoria sarda.
Su una parete all'interno della grotta sono stati inoltre rinvenuti dei particolari graffiti, altra singolare testimonianza di quelle genti.
Cultura di Filiestru
Ne 1971 il prete speleologo Renato Loria scoprì nel territorio di Mara, tra Villanova Monteleone e Bosa, un anfratto di circa sessanta metri quadri, la grotta di Filiestru, dove furono fatti ritrovamenti risalenti al Neolitico antico.