Biografia Infanzia Hans Henry Scharoun nacque il 20 settembre 1893 a Brema da una famiglia nativa della Slesia. Il padre, di origini boeme, dopo solo un anno dalla nascita del figlio aveva trovato impiego come direttore di una fabbrica di birra presso Bremerhaven, città situata sulla costa del Mare del Nord e caratterizzata da una fremente attività portuale. La laboriosa industriosità di questa città, animata già all'epoca da uno dei porti più grandi d'Europa, lasciò un'impronta profonda nella fantasia del piccolo Hans, che ne preservò il ricordo in maniera più che viva anche durante la vecchiaia, quando raccontò:
Nel frattempo Scharoun maturò un sincero amore per il disegno, arte che coltivò nella prospettiva di divenire un architetto di successo. Queste precoci ambizioni professionali furono fortemente osteggiate dal padre, per il quale l'architettura era un mestiere che non avrebbe fatto altro che condurre inevitabilmente a fallimenti esistenziali ed economici. Il giovane Hans, per fortuna, poté beneficiare del supporto della madre, che gli custodiva amorevolmente i disegni, e della famiglia di costruttori Hoffmeyer, che intuendo le inclinazioni e il promettente talento artistico del ragazzo lo incoraggiò apertamente, consentendogli al contempo di interagire con i problemi concreti, pratici del fare edilizia.
Alla frequentazione della famiglia Hoffmeyer Scharoun affiancò un'intensa quanto precoce attività progettuale: il suo primo progetto, infatti, risale proprio agli anni ginnasiali e riguardava la costruzione di un edificio liturgico a Bremerhaven per un concorso. Si trattava di un'opera certamente acerba (Hans, d'altronde, all'epoca non aveva che diciassette anni) ma che riusciva già a sintetizzare i maggiori fermenti artistici che affollavano l'Europa del Novecento - l'astrattismo di Kandinskij, l'istituzione del Der Blaue Reiter, il naturalismo fitoformo di Gaudí - declinandoli in soluzioni spaziali intense, segmentate che già nascondono in nuce alcuni indirizzi stilistici della maturità..
La carriera prebellica Nel 1912 Scharoun suggellò il suo sogno architettonico con l'immatricolazione presso la facoltà di architettura di Berlino, a Charlottenburg, anche se l'improvviso scoppio della prima guerra mondiale frustrò furiosamente ogni sua velleità accademica. Scharoun, infatti, alla deflagrazione del conflitto si arruolò nelle milizie prussiane - ignorando la proposta del mentore e professore universitario Paul Kruchen, che tentò di fargli assumere la vicedirezione del programma di ricostruzione della Prussia Orientale - e, sotto il fuoco del fronte russo, disegnò incessantemente, dando vita ad alcuni «schizzi immaginari» tra l'altro particolarmente pregevoli. Conclusasi la guerra, tuttavia, egli non riprese gli studi, ritenendo più opportuno formarsi direttamente sul campo con l'acquisizione di conoscenze votate alla concretezza della prassi.
Per aumentare la propria notorietà in questi anni Scharoun partecipò a una pletora di concorsi. Questa sua intensissima attività concorsistica, fortunatamente e anzi quasi inaspettatamente, fu coronata da uno sfolgorante successo: nel 1919, infatti, il progetto che presentò per il concorso della sistemazione della piazza del duomo di Prenzlau, vince il primo premio, e il suo nome venne persino menzionato nella stampa specialistica. Del progetto scharouniano vennero lodate soprattutto «l'incalzante giustapposizione dei corpi architettonici», dalle volumetrie e altimetrie variamente articolate, con cui veniva cinto il fabbricato gotico del Duomo, al quale veniva in questo modo conferito un senso di notevole dinamismo.. A degno compimento di quest'annata vi fu anche l'adesione al cenacolo di architetti emergenti e intellettuali gravitante intorno alla figura di Bruno Taut. Di particolare interesse è in particolare il densissimo carteggio che legò i vari membri di questa cerchia, noto sotto il nome di «Die Gläserne Kette» [La catena di vetro]: anche Scharoun, ovviamente, partecipò a questo ininterrotto flusso epistolare, protrattosi per dodici mesi, con l'esecuzione di disegni a penna e acquerelli raffiguranti le cosiddette «case ideali» per il popolo. Il Gläserne Kette, nonostante la sua durata quasi effimera, fu occasione per Scharoun per consolidare il proprio legame con la città di Berlino, nonché per informare orientamenti stilistici più precisi (per quanto immaginifici). Risentendo degli intensi confronti con gli scriventi, infatti, Scharoun ne subì la fascinazione e iniziò a coltivare il sogno di un'architettura engagé, tutta dedita alla risoluzione dei problemi sociali: «Dobbiamo creare proprio come il sangue dei nostri antenati provocava ondate di inventività, e dovremo essere in grado di esprimere una totale comprensione del carattere e delle motivazioni dei nostri interventi ideativi!» scriveva, ad esempio, Scharoun nel Gläserne Kette, sotto lo pseudonimo di «Hannes»...
Già poco dopo il tramonto del Gläserne Kette, tuttavia, Scharoun inizia a declinare tematiche sociali-utopistiche dalla grande espressività in chiave funzionalista: di questa virata stilistica, di cui si parlerà più profusamente nel paragrafo Stile, risentono già i progetti inviati nel 1922 per il grattacielo «Chicago Tribune» sulla Friedrichstraße e per l'edificio pluriuso al Börsenhof di Königsberg. L'attività concorsistica di Scharoun in questi anni, in effetti, fu assai intensa ma decisamente deludente, in quanto le varie partecipazioni - fin troppo originali per la mentalità dell'epoca - non gli fruttarono alcun incarico concreto. Malgrado l'indifferenza delle giurie, appartenenti alle vecchie tradizioni architettoniche, Scharoun riuscì in questo modo a segnalarsi, seppur timidamente, e ad acquistare la nomea di architetto insolito ma di talento. Questa inaspettata attenzione verso la figura di Scharoun fu stimolato non solo dall'effettivo pregio ideativo delle sue opere, bensì anche dall'intensa rete sociale che egli andava intrecciando da anni, avendo già stretto amicizia con Häring, Taut, Tessenow ed altri, e dai plausi provenienti da alcuni critici più moderni e illuminati, come Gustav Platz. Fu così, privo di laurea e grazie esclusivamente all'interesse suscitata dai suoi progetti (seppur incompiuti), che Scharoun nel 1925 divenne professore presso la Kunstakademie di Breslavia, istituto superiore di istruzione artistica che pur essendo privo della radicale carica innovativa del Bauhaus era particolarmente apprezzato nella scena architettonica europea grazie a nomi coe Endell, Moll, Muche, Poelzig e Schlemmer. Breslavia, ovviamente, era una realtà piccola e Scharoun era consapevole che non vi avrebbe ricavato molte committenze: egli, tuttavia, riconobbe nella didattica lo strumento perfetto con cui perfezionare la propria grammatica architettonica e artistica, persuaso che «un popolo incapace di rappresentare artisticamente la propria esistenza è un popolo morto»...
Breslavia, ex città «degli estimatori della cultura e dell'arte», iniziò tuttavia a comprimere eccessivamente la fantasia creatrice di Scharoun, profondamente deluso da una scena artistica che, pur nella sua sostanziale vivacità, mostrava diffidenza verso le sue proposte. A causa di questo scarso entusiasmo, e anche per via di un tragico tracollo economico che frenò bruscamente le ambizioni edilizie della committenza, Scharoun decise nel 1926 di aprire uno studio a Berlino insieme ad Adolf Rading, altro architetto con cui strinse un'amicizia forte e duratura: «per questo ed altri motivi Rading ed io concentriamo i nostri sforzi su Berlino, e Breslavia sarà il nostro trampolino» scrisse lo stesso Scharoun nel 1926.. Sempre in questo periodo l'architetto entrò tra le file del gruppo Der Ring [L'anello], associazione di architetti, anche di grande levatura (vi facevano parte Taut, Mendelsohn) che propugnavano politiche abitative per le città tedesche più moderne, salubri e del tutto antitetiche rispetto al conservatorismo allora dilagante in Germania. Con lo status di professore universitario recentemente acquisito e con quest'ormai salda rete di contatti Scharoun in questi anni inaugurò una fase lavorativa molto intensa e soddisfacente, suggellata dalla realizzazione di un prefabbricato ligneo smontabile di notevole pregio per la mostra di giardinaggio a Liegnitz e, soprattutto, dalla costruzione di una casa unifamiliare al Werkbund «Die Wohnung» di Stoccarda, in Germania. Con la regia di Mies van der Rohe, infatti, a Weissenhof - modesta collina nei pressi di Stoccarda - vennero invitati nel 1927 gli ingegni architettonici mondiali più fervidi, da Le Corbusier a Walter Gropius, nella prospettiva di plasmare con grande coesione intellettuale un quartiere-modello sulla base delle tecniche edili del Movimento Moderno. L'intervento edilizio di Scharoun fu di modeste dimensioni, ma fornì un decisivo impulso alla sua carriera, che poté finalmente beneficiare di un congeniale clima economico, decollato in seguito all'introduzione del Reichsmark. Tra i vertici più alti della produzione scharouniana prebellica vi sono gli edifici residenziali della Großsiedlung Siemensstadt, l'abitazione «Wohnheim» al Werkbund «Wohnung und Werkraum-Wuva» di Breslavia e la casa Mattern a Bornim, presso Potsdam.
Durante e dopo la seconda guerra mondiale Con l'ascesa al potere di Hitler e del nazionalsocialismo Scharoun subì un drastico isolamento non solo professionale, ma anche umano. Inquietati dalla svolta totalitaria della politica tedesca e dall'inizio delle persecuzioni contro i dissidenti e gli ebrei, infatti, molti degli architetti del Neues Bauen erano fuggiti all'estero, avviando una vera e propria «diaspora della cultura tedesca»: a partire furono Meyer, Taut, Gropius, Breuer, Mendelsohn, May, Mies, e persino l'amico Rading, il quale - terrificato dall'idea di vivere sotto l'egida hitleriana - scelse l'esilio in Francia. Fra gli unici a rimanere in Germania vi fu proprio Scharoun:
Le «circostanze gravose» del nuovo corso storico della Germania - come lo stesso architetto le ebbe a definire - afflissero ferocemente Scharoun, costretto come si è visto a un'emarginazione quasi totale. Malgrado venisse accusato di «bolscevismo culturale» dai più, e nonostante un generale ritorno in auge dell'architettura tradizionalista, Scharoun riuscì a guadagnarsi da vivere progettando abitazioni unifamiliari che, dietro una facciata dall'aspetto conservatore, celavano un interessante quanto moderno sviluppo planimetrico. Questi sperimentalismi, per quanto cauti, cessarono con la radiazione professionale subita in seguito alla progettazione della casa Baensch e, più generalmente, con lo scoppio della seconda guerra mondiale: nei tragici anni del conflitto Scharoun sopravvisse dal punto di vista stilistico alle incombenze belliche stendendo un'ingente qualità di acquerelli, carboncini, inchiostri e disegni, tutti alla rincorsa di un tema ben specifico: la casa del popolo, resa con gli auspicati stilemi del futuro che, con la sua speranzosa drammaticità, si proponeva come «un'impensabile cattedrale laica dell'espressionismo in tempi in cui quest'arte veniva considerata fuori legge» (Marcianò).. Con queste opere, dette non a caso della «Resistenza», Scharoun per sopperire all'inoperosità evase nella fantasia e diede vita a una metropoli disarmonica, caotica e apocalittica come le barbarie che venivano perpetrate in quei tragici anni ma, al contempo, costellata di titanici edifici collettivi dotati di una elevata dignità architettonica proprio in quanto voluti dal popolo.