Biografia Nascita

Cecilia Gallerani nacque nei primi mesi del 1472 o del 1473 a Milano, con molta probabilità nella casa familiare situata nella parrocchia della Basilica di San Simpliciano. I suoi genitori erano Fazio Gallerani e Margherita Busti, che dal 1455 vivevano in quella parrocchia milanese. Discendeva per parte paterna da una famiglia originaria di Siena e trapiantatasi a Milano. Aveva una sorella, Zaneta, e ben sei fratelli (Sigerio, Ludovico, Giovanni Stefano, Federico, Giovanni Francesco e Giovanni Galeazzo).

Sua madre Margherita era figlia di Lorenzo Busti, che era un dottore in legge, ed era sorella di Bernardino Busti, che era un monaco dell'Ordine dei Frati Minori (Francescani), precisamente della famiglia francescana degli Osservati.

Suo padre Fazio, dottore in legge, discendeva da una famiglia del patriziato senese, i Gallerani, che si trasferirono da Siena a Milano con Sigerio Gallerani, padre di Fazio e nonno di Cecilia. Sigerio dovette abbandonare la patria poiché, a causa della sua fedeltà al partito ghibellino, entrò in contrasto con i suoi stessi parenti, che abbracciavano invece l'opposto partito guelfo. Ma a Milano, a differenza di Siena, i Gallerani non furono ascritti al patriziato cittadino se non prima del 1670. Fazio svolse il ruolo di ambasciatore per Milano prima a Firenze (1467) e poi a Lucca (1470), ottenendo inoltre l'esenzione totale da tutte le tipologie di imposte dal duca Francesco Sforza (l'esenzione venne confermata nel 1468 dalla duchessa Bianca Maria Visconti).

Il padre morì il 5 dicembre 1480, lasciando alla moglie la tutela degli otto figli. Non particolarmente ricco e possessore di alcuni terreni a Carugate, Fazio lasciò i suoi averi per testamento (29 novembre 1480) ai sei figli maschi, designati tutti eredi universali, mentre alle due figlie femmine lasciò 1000 ducati ciascuna.

Accordo matrimoniale con i Visconti Nel 1483 Cecilia, che ha dieci anni, viene promessa dalla madre Margherita in sposa a Giovanni Stefano Visconti di Crenna, figlio di Francesco Visconti e Ginevra Corti, più grande di lei di ben ventiquattro anni. Le nozze premature vennero stabilite per evitarle la vita monastica, allora normale consuetudine per le figlie femmine che non si sposavano.

Cecilia avrebbe dovuto convolare a nozze al compimento dei suoi dodici anni, ma questo matrimonio non verrà mai più celebrato. Infatti, per ragioni oscure, l'attesa delle nozze si prolungò per anni, fino a quando la promessa non venne sciolta formalmente nel 1487. Questa unione mancata potrebbe essere spiegata dal presentarsi di un più allettante partito per i Gallerani, l'ancora scapolo Ludovico Sforza, detto il Moro.

Vincenzo Calmeta, segretario di Beatrice d'Este, traccia una breve biografia di Cecilia, dicendo che, non potendo i suoi parenti combinarle un matrimonio convenevole alla sua posizione a causa della ristrettezza finanziaria, "piccolina la messero [misero] in un monastero, dove ella crescendo in tempo e in virtute, pervenne la fama delle sue bellezze e maniere sue all'orecchie di Lodovico Sforza, il quale, essendo senza mogliere né ancora assunto al Ducato di Milano, s'innamorò della fama di questa giovinetta"..

Amante di Ludovico Sforza, detto il Moro Rapporti tra i Gallerani e il Moro e inizio della relazione amorosa

Ludovico era il quartogenito dei sei figli maschi dei duchi milanesi Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, ma è meglio noto con l'appellativo di "Moro", poiché era scuro di carnagione e aveva occhi e capelli di colore nero. Il Moro, amante delle lettere e con una grande predisposizione verso la politica e il governo, venne inizialmente relegato a trascorrere una vita marginale come personaggio secondario; questo almeno fino a quando, il 26 dicembre 1476, non venne assassinato il fratello maggiore Galeazzo Maria Sforza. Il nuovo governo venne affidato alla vedova Bona di Savoia, come reggente per il figlio minorenne Gian Galeazzo Maria Sforza, e al consigliere Cicco Simonetta; ma il cripto-governo del Simonetta venne malvisto e così, dopo una serie di burrascose vicende, nel 1480 il Moro riuscì a farsi proclamare egli stesso reggente, divenendo de facto il nuovo duca di Milano (poi de iure dal 1494). Dal 1479 il Moro aveva anche ottenuto il Ducato di Bari dal re napoletano Ferdinando I d'Aragona.

Non è noto quando avvenne di preciso il primo incontro tra Cecilia e il Moro, ma è noto che i Gallerani appartenevano a quelle famiglie che costituivano l'apparato burocratico della corte degli Sforza e, inoltre, rapporti diretti tra la famiglia e il Moro sono documentati già dal 1489. Infatti, al maggio di quell'anno risale una petizione firmata e depositata a corte da Cecilia e dai fratelli, nella quale, vista la situazione economica familiare poco stabile, chiedono di tornare proprietari delle terre di cui sono eredi e che, probabilmente, vennero confiscate quando il padre era ancora in vita; il motivo di mettere in atto questa operazione poteva essere dovuto al fatto che i Gallerani si sentissero probabilmente forti del solido appoggio del Moro. Ancora, sempre nel giugno di quell'anno, il Moro dovette egli stesso intervenire personalmente per fare da paciere tra la famiglia dei Gallerani e quella dei Taverna, ponendosi a favore di Sigerio Gallerani, fratello di Cecilia, anche se fu proprio quest'ultimo ad aver causato i dissidi, poiché s'era macchiato dell'omicidio di un membro familiare dei Taverna. Infine, è importante notare che, al momento della suddetta petizione, Cecilia non era più dimorante nella casa paterna, ma risulta domiciliata in una non meglio specificata abitazione situata nella parrocchia del Monastero Nuovo; quest'ultima dimora potrebbe essere il luogo predisposto dal Moro per i suoi incontri amorosi con la giovane Cecilia.

Al 1489, infatti, Cecilia ha solo sedici anni ed è ancora nubile, perciò il fatto che vivesse indipendentemente in un'altra casa, diversa da quella paterna, e senza che si vedesse costretta a rifugiarsi in un convento per proseguire gli studi, denota già la presenza del Moro nella sua vita. E lo stesso Moro era ancora celibe a quel tempo, poiché si sposerà solo il 17 gennaio 1491 a Pavia con l'allora quindicenne Beatrice d'Este, figlia del duca Ercole I d'Este e sorella di Isabella d'Este e Alfonso I d'Este (futuro duca di Ferrara).

Prendendo a esame una lettera del luglio 1484 (o 1485Annales de la Faculté des lettres de Bordeaux, Les Relations de Francois de Gonzague, marquis de Mantoue avec Ludovic Sforza et Louis XII. Notes additionnelles et documents, Di Léon-Gabriel Pélissier, 1893, pp. 77-81.) in cui Ludovico racconta "del piacere ch'io prehendo già alchuni dì fa cum una giovane milanese, notabile de sangue, honestissima et formossa quanto più havesse possuto desiderare", sorella di un Galeazzo Gallerani, alcuni storici hanno supposto che la relazione con la giovanissima Cecilia, all'incirca quattordicenne, fosse cominciata proprio in quei giorni. Del resto la sorella maggiore Zanetta era già amante di Luigi Terzago, presunto figlio bastardo del condottiero Jacopo Piccinino, nonché segretario del Moro. Quest'ultimo avrebbe senz'altro avuto modo, tramite il proprio segretario, di scoprire già allora la bellezza dell'adolescente Cecilia.

Vita alla corte degli Sforza Ma anche all'avvicinarsi delle nozze ducali e dopo l'unione del Moro con la principessa estense, la relazione tra lui e la Gallerani non si arrestò. Secondo il Calmeta, Ludovico, finché non si sposò, la trattava con tutte quelle premure e quegli onori "che non a femina, ma a mogliere [moglie] sariano state convenienti".

È databile intorno al 1490 la presenza ufficiale di Cecilia alla corte sforzesca e notizie fondamentali sulla sua vita cortigiana sono ricavate dai resoconti di Giacomo Trotti, un notaio, funzionario e amministratore alla corte degli Este e appartenente ad una delle antiche trentaquattro famiglie nobili che contribuirono alla fondazione di Ferrara. Il Trotti era stato inviato dal duca Ercole I come ambasciatore estense alla corte del Moro, dopo che la sua famiglia, che era riuscita a costruire un vero impero economico e un potere smisurato, nel 1482 era divenuta il duro bersaglio della rabbia del popolo ferrarese, che unanimemente riconosceva nei Trotti i colpevoli degli insopportabili disagi economico-istituzionali e il casus belli, per convenienza personale, della scesa in guerra dello Stato contro la Repubblica di Venezia.

Giacomo Trotti fu a Milano già dal 17 maggio 1482 e qui riuscì a intrecciare una fitta rete di relazioni e ad entrare nelle grazie dello Sforza. Fu proprio il Trotti a gestire, con Eleonora d'Aragona, le trattative che portarono a firmare il contratto matrimoniale fra il Moro e la futura moglie. La presenza di Cecilia a corte è testimoniata da una lettera dello stesso ambasciatore, risalente all'estate 1489, in cui attribuisce la causa di un certo malessere del Moro al "troppo coito di una sua puta che prese presso di sé, molto bella, parecchi dì fa, la quale gli va dietro dappertutto, e le vuole tutto il suo ben e gliene fa ogni dimostrazione". Il termine "puta", ossia "bambina", indica che Cecilia dovesse essere ancora giovanissima, appunto sedicenne.. In una lettera datata 8 novembre 1490, Giacomo spiegò al duca di Ferrara le proprie congetture sul perché Ludovico, prendendo come scusa le difficoltà del viaggio, insistesse affinché la suocera Eleonora rimanesse a Ferrara e non accompagnasse, come previsto, la figlia Beatrice a Milano: secondo l'ambasciatore, Ludovico insisteva per evitare che la suocera si opponesse alla presenza in castello di Cecilia, "a la quale il vole tuto il suo bene, et è gravida et bella come un fiore". Cecilia, infatti, era in attesa di un primo figlio. Nondimeno l'ambasciatore rassicurava il duca dicendo che non c'era da preoccuparsi, in quanto il Moro se ne sarebbe stancato presto da sé, senza bisogno di fargli troppe pressioni.All'arrivo della sposa a Milano si venne a creare una situazione incresciosa, poiché Ludovico non riuscì a consumare il matrimonio la prima notte di nozze, né in quelle successive. La mancanza non derivava da lui, bensì dalla sposa che, inizialmente entusiasta all'idea delle nozze, all'arrivo a Pavia s'era fatta improvvisamente schiva e silenziosa; "mezza persa" la definisce Giacomo Trotti.. Beatrice non provava alcuna attrazione verso il trentottenne marito e si ribellava a ogni suo tentativo di possederla. Ludovico, come spiegò alla suocera, non voleva forzarla per non farle dispiacere e preferiva attendere con pazienza che fosse disposta a concedersi spontaneamente. Inizialmente comprensivi verso la timidezza della figlia, sperando infatti che la situazione si sarebbe risolta nel giro di pochi giorni, i duchi di Ferrara iniziarono a fare pressioni sui coniugi quando videro che dopo alcune settimane il matrimonio risultava ancora in bianco. Sebbene l'inadempimento fosse tenuto strettamente segreto (all'infuori degli sposi, solo i duchi di Ferrara, l'ambasciatore Trotti e Galeazzo Sanseverino ne erano al corrente), comunque la situazione era rischiosa, poiché senza consumazione il matrimonio era invalido e passibile in ogni momento di annullamento...