Lassedio di Modugno del 1799 rientra nel contesto della reazione sanfedista che si verificò nel Regno di Napoli dopo la proclamazione della Repubblica Partenopea che era di ispirazione francese e giacobina. Le milizie sanfediste (Esercito della Santa Fede in Nostro Signore Gesù Cristo) erano costituite principalmente da popolani che difendevano la figura del re, e il precedente ordine politico e sociale dai cambiamenti rivoluzionari introdotti dai francesi. Tra le prime città pugliesi ad essere attaccate da queste milizie popolari ci fu Modugno, poiché la città aveva aderito alla Repubblica Napoletana sotto la pressione del Comitato di Bari. Le file sanfediste erano formate da persone, tra cui anche donne e ragazzini. Al combattimento parteciparono effettivamente circa persone, di cui solo 500 erano armate di fucile. La difesa modugnese, che poteva contare su soli 120 uomini dislocati sulle terrazze delle case, durò dalle ore sei di mattina alle ore sedici, quando i Sanfedisti desistettero senza riuscire a provocare danni. Nella giornata di quella resistenza, già di per sé eccezionale, si ricorda anche un altro fatto straordinario: i Sanfedisti videro sul tetto di un'abitazione una donna con in mano un fazzoletto, che venne identificata nella Madonna Addolorata, apparsa in sostegno dei difensori e, per questo si allontanarono.
L'antefatto Nel 1789 scoppiò in Francia la rivoluzione, causata tra l'altro dalle nuove idee di libertà. I sovrani di tutta Europa guardavano con crescente preoccupazione il diffondersi delle ideologie rivoluzionarie e, nel 1792, si coalizzarono per muovere guerra alla Francia. Di quella coalizione faceva parte anche il re di Napoli e Sicilia Ferdinando IV di Borbone, che si era mostrato sovrano illuminato nel primo periodo del suo governo ma che aveva cambiato radicalmente atteggiamento nei confronti dei liberali dopo lo scoppio della Rivoluzione Francese e, in particolar modo, in seguito alla decapitazione di Luigi XVI di Francia. Da allora, Ferdinando adottò una dura politica di repressione poliziesca nei confronti di coloro i quali erano definiti “giacobini”, con chiaro riferimento ai Giacobini francesi, i rivoluzionari più radicali.
La creazione delle repubbliche napoleoniche
Nel 1796 il comando dell'armata d'Italia venne affidato al giovane Napoleone Bonaparte che riuscì a sconfiggere i propri nemici ed instaurò nuove repubbliche sul modello di quella francese: la Repubblica Cispadana, la Repubblica Cisalpina e la Repubblica Ligure. Ferdinando IV, seriamente preoccupato per il corso degli eventi, decise di rafforzare il proprio esercito. Le autorità provinciali fecero pressioni affinché i comuni offrissero “spontanee elargizioni” al monarca: il Decurionato di Modugno si riunì il 30 giugno 1796 per decidere di inviare al sovrano il proprio contributo.
Nel 1798, il generale Louis Alexandre Berthier occupò lo Stato Pontificio mandando in esilio Papa Pio VI e dando vita alla Repubblica Romana. Ferdinando IV, vedendo avvicinarsi sempre più la minaccia francese, ordinò la mobilitazione di tutti gli uomini dai 17 ai 40 anni. Nel frattempo, il re di Napoli decise di aderire alla Seconda coalizione. Il 2 agosto 1798 venne a Modugno il capitano Tommaso de Gemmis Maddalena, con lo scopo di suscitare l'entusiasmo delle folle e di raccogliere le adesioni dei modugnesi che avessero voluto arruolarsi. 36 uomini formarono il contingente modugnese: fu loro destinata la difesa della città di Sessa Aurunca, situata nella Provincia di Terra di Lavoro al confine con la Repubblica Romana. L'Università di Modugno (l'equivalente dell'attuale amministrazione comunale) provvide ad agevolare il trasporto delle truppe e stanziò 205 ducati per le spese necessarie.
La fuga di Ferdinando IV
L'esercito di Ferdinando, sotto il comando di Karl Mack von Leiberich, invase la Repubblica Romana riuscendo a raggiungere Roma. Ma fu un successo illusorio in quanto gli eventi precipitarono per i napoletani. Nel caos generale, Ferdinando fuggì da Napoli il 21 dicembre 1798 a bordo della nave dell'ammiraglio Horatio Nelson rifugiandosi in Sicilia.
Il Regno cadde in una situazione di anarchia e, disciolta la polizia borbonica, i criminali di ogni sorta avevano mano libera. A Modugno, avuta notizia di furti e aggressioni verificatesi a poca distanza dal centro abitato, si decise di tenere chiuse le porte cittadine di giorno e di notte, così come si era fatto in altre città della Provincia di Terra di Bari. Le mura, tuttavia, dato il loro avanzato stato di rovina, non erano in grado di assolvere il loro compito ed era possibile entrare e uscire dalla cinta muraria anche quando le porte erano chiuse. Il partitario Saverio Lepore era incaricato della manutenzione delle mura, ma non assolveva da tempo alla sua mansione nonostante percepisse annualmente 25 ducati. Data l'urgenza della situazione si decise di effettuare delle riparazioni prelevando il denaro necessario da quello previsto per la manutenzione stradale.
La Repubblica Partenopea
Il generale francese Championnet occupò Napoli il 23 gennaio 1799 e, con l'aiuto dei rivoluzionari locali, diede vita alla Repubblica Partenopea. Il nuovo governo dispose che tutte le città ed i villaggi proclamassero la propria adesione alla repubblica: i commissari repubblicani arrivarono in Puglia agli inizi di febbraio instaurando le “Giunte Comunali” sul modello francese, piantando nelle piazze l'“albero della libertà” ed organizzando feste dove veniva sventolato il tricolore della neonata Repubblica (celeste, giallo e rosso).
Il 4 febbraio 1799 venne a Bari da Napoli il barese Pompeo Bonazzi, fervente sostenitore della Repubblica, col compito di instaurare a Bari il comitato repubblicano che, il 6 febbraio, inviò a Modugno il medico modugnese residente a Bari Luigi Faenza il quale presentò una lettera dove si imponeva di piantare l'albero della libertà e si intimava ai cittadini di indossare il cappello frigio o coccarde tricolori. Quello stesso giorno, per timore delle severe pene minacciate nella lettera, i modugnesi piantarono un albero ornato con fettucce tricolori e sormontato da un berretto rosso, a simboleggiare la libertà, in Piazza Sedile.
La reazione sanfedista Gli eventi bellici che vedevano contrapposti gli eserciti della seconda coalizione contro quello della Francia rivoluzionaria richiesero l'intervento in Italia Settentrionale delle truppe francesi che erano stanziate a Napoli che lasciarono la difesa delle Repubblica Partenopea nelle mani dei giacobini. Da questa situazione trassero profitto i sostenitori della vecchia monarchia borbonica, i quali vennero chiamati “Sanfedisti” perché dichiaravano di voler difendere la Santa Fede e il Re.
Il primo semestre del 1799 fu un periodo di grave crisi e di profondo caos in tutto il Regno di Napoli ed in particolar modo in Puglia. In esso si possono distinguere quattro fasi: Fase 1. Durante il mese di febbraio si verificarono scontri, all'interno di ogni comunità cittadina, tra coloro i quali sostenevano la monarchia borbonica e quanti difendevano la repubblica filofrancese; Fase 2. Nel mese di marzo, masse di uomini armati si spostavano dai paesi “sanfedisti” a quelli che difendevano la repubblica filofrancese, per mettere in atto spedizioni punitive nei confronti delle città “repubblicane” o ritenute tali; Fase 3. Tra fine marzo e aprile ci fu una controreazione caratterizzata da vendette, saccheggi perpetrate dalle truppe francesi venute in Puglia da Napoli contro i sanfedisti; Fase 4. Da maggio a giugno le truppe regolari del re Ferdinando IV ebbero il sopravvento e, aiutate dalle masse sanfediste, restaurarono, in tutto il regno, il regime borbonico.
Quasi tutto il ceto popolare di contadini e braccianti era filoborbonico, in quanto nei precedenti decenni la monarchia borbonica, seguendo la generale tendenza delle monarchie europee cosiddette "illuminate", si era impegnata in una politica di notevole attenzione verso i ceti popolari caratterizzata in senso antinobiliare. Per questo i ceti meno abbienti si rafforzarono nell'atavica convinzione che voleva il Re come padre protettore del popolo contro gli abusi dei potenti. Oltretutto le idee rivoluzionarie avevano fatto presa ed erano rappresentate soprattutto dalla nobiltà e dalla borghesia, tradizionalmente avversate dal popolo. Tra gli esponenti del clero non si registra una posizione uniforme: alcuni ecclesiastici, soprattutto se di rango aristocratico, aderirono con entusiasmo alle nuove idee di (astratta) eguaglianza e (individualistica) libertà portate dalla Rivoluzione oppure cercarono di evitare spargimenti di sangue nel loro "gregge". Altri religiosi invece condividevano col popolo la posizione realista tanto da unirsi alle folle sanfediste che si formarono per combattere con le armi i francesi e le loro idee rivoluzionarie. Non paradossalmente il maggior numero di adesioni ai principi della Rivoluzione Francese si registrò tra la nobiltà e l'alta borghesia in quanto le nuove idee, di matrice fisiocratica ossia "liberista", apportavano più benefici ai ceti egemoni che al popolo. Si pensi, ad esempio, all'abolizione, insieme al feudo sia laico che ecclesiastico, anche degli usi civici comunitari ed alla "quotizzazione" ossia alla "privatizzazione" delle terre demaniali comuni di villaggio, allegramente incamerate dai baroni e dai borghesi a danno delle comunità contadine, oppure, ancora, all'abolizione delle corporazioni artigiane e dei compagnonaggi (i proto-sindacati) in nome della rousseviana Volontà Generale che metteva, soli di fronte, il singolo e lo Stato senza più corpi intermedi ed esponeva i lavoratori al "libero" gioco della domanda e dell'offerta salariale favorendo i datori di lavoro.
La reazione sanfedista interna (Fase 1) La massa del popolo e dei contadini insorse in quasi tutti i paesi e le città abbattendo l'albero della libertà e compiendo ritorsioni sui sostenitori della Repubblica Partenopea. Carbonara di Bari e Ceglie del Campo furono fra i primi paesi dove le popolazioni si sollevarono contro la Repubblica Partenopea: esse divennero dei covi per i sanfedisti della Terra di Bari.
Il 6 febbraio alcuni carbonaresi vennero a conoscenza che quel giorno a Modugno era stato piantato l'albero della libertà. Il giorno seguente entrarono nella città istigando i contadini ad abbattere l'albero e a distruggere la bandiera repubblicana ed a gettare il tutto nella cisterna del sagrato della chiesa del Purgatorio. Il 9 febbraio i carbonaresi tornarono più numerosi, con l'intento di identificare i giacobini di Modugno. Ciò nonostante, il giorno 10, i nobili ed i borghesi modugnesi ripiantarono l'albero della libertà, non tanto per convinzione negli ideali della Repubblica, ma soprattutto per evitare rappresaglie da parte del governo repubblicano di Bari. Per evitare nuove reazioni dei contadini, il 13 febbraio venne creato un corpo di Guardia Civica, composto da 50 persone, così come era stato fatto in altri paesi. Da questa data le deliberazioni comunali non recarono più la firma del regio Governatore che era fuggito da Modugno, esse riportarono le firme del giudice Alessandro Sessa e del sindaco Giuseppe Zanchi. Questi episodi fecero sì che Modugno venisse indicato come un paese giacobino e fu da allora bersaglio di rappresaglie da parte dei sanfedisti, soprattutto quelli originari di Carbonara.
Oltre a Modugno, anche in altre città i nobili e i borghesi erano riusciti a tenere a freno le rivendicazioni filoborboniche della popolazione: tra queste si ricordano Bari (dove l'arcivescovo e tutto il clero si fregiò della coccarda tricolore), Acquaviva, Altamura, Barletta, Cassano delle Murge, Giovinazzo, Ruvo di Puglia, Mola di Bari e Conversano.