La Guerra del Peloponneso () è il resoconto storico sulle vicende della guerra del Peloponneso (431-404 a.C.), la quale fu combattuta tra la Lega peloponnesiaca, guidata da Sparta, e la Lega di Delo, capeggiata da Atene. L'opera fu scritta da Tucidide, storico nonché generale ateniese durante il conflitto. Celeberrima ricostruzione, l'opera è un classico intramontabile e uno dei primi lavori, e capolavori, della storiografia.
Il titolo dell'opera e la divisione in otto libri, realizzati dai filologi alessandrini, sono entrambi posteriori. Al testo viene attribuito anche il titolo di Storie, come per le Storie di Erodoto d'Alicarnasso.
Tema L'opera è un profondo e analitico resoconto cronologico del conflitto che oppose fra il 431 a.C. e il 404 a.C. le due città egemoni nell'antica Grecia, Sparta ed Atene, per il predominio di un'area geografica che si estendeva dall'Asia Minore a Oriente e che arrivava a Occidente nelle colonie greche della Magna Grecia.
I libri comprendono tre fasi precise del conflitto (e il I libro comprende un excursus sul cinquantennio di pace -Pentecontaetia- che precedette il conflitto diretto): lo scontro tra i due colossi Atene e Sparta dal 431 a.C. al 421 a.C., anno della pace stipulata dall'uomo politico e generale ateniese Nicia. La sventurata spedizione ateniese in Sicilia fu iniziata nel 415 a.C. e conclusa nel 413 a.C. con la distruzione della flotta nel porto di Siracusa da parte delle truppe del comandante spartano Gilippo. Infine, la prosecuzione del conflitto fino al 411 a.C.: qui si interrompe il racconto, probabilmente incompiuto. Nelle intenzioni di Tucidide la narrazione sarebbe dovuta proseguire fino alla fine della guerra, nel 404 a.C.
Contenuto I Libro: si apre con una sintesi della storia della Grecia a partire dai primi abitanti fino all'età di Tucidide. Segue una premessa metodologica utile per comprendere l'opera, in quanto l'autore chiarisce il fine che si è proposto e il metodo di indagine utilizzato. Si passa poi agli antefatti che portarono all'ostilità tra Atene e Sparta. II Libro: descrive i primi tre anni di guerra peloponnesiaca (431-429 a.C.). Qui si narra di Pericle e, di notevole importanza è l'orazione funebre tenuta dal medesimo, per commemorare i caduti del primo anno di guerra. III Libro: copre il periodo dal 428 al 426 a.C., durante il quale gli spartani invasero per la terza volta l'Attica e rasero al suolo Platea, dopo aver massacrato la popolazione locale. Importanti sono anche i fatti di Corcira che spinsero Tucidide a riflettere sul sovvertimento di tutti i valori umani a causa della guerra. IV Libro: protagonista è il triennio 425-423 a.C., l'Attica viene invasa nuovamente dagli spartani, la guerra in Sicilia viene momentaneamente conclusa, e gli Ateniesi ottengono alcuni successi. V Libro: esso si spinge fino al 416 a.C. La tregua tra Sparta e Atene durò meno di sette anni, violata da provocazioni da parte di entrambe. Fatto peculiare di questo libro è che esso dà l'impressione di essere stato solamente abbozzato. VI-VII Libro: sono dedicati alla narrazione dell'impresa in Sicilia con una breve introduzione sulla storia dell'isola. VIII Libro: l'ultimo libro narra degli avvenimenti compresi tra il 413-411 a.C. La narrazione si sofferma inoltre sul colpo di Stato dei Quattrocento che rovesciò la democrazia Ateniese e impose l'oligarchia.
Libro I
Tucidide esordisce con un breve "prologo", in cui racconta la storia della Grecia dall'invasione dei Dori alle guerre persiane, dall'avvento della democrazia di Pericle, fino all'attuale inizio della guerra del Peloponneso, specificandone le cause. Il libro dunque inizia, e si concentra particolarmente sulla presa di Sesto nel 478 a.C., e l'inizio della guerra vera e propria nel 431 a.C.. La parte finale del libro, dopo la presentazione dei fatti precedenti alla guerra, riguarda le nuove modifiche di governo della Lega peloponnesiaca (Sparta), e della situazione di travaglio ad Atene, dove Pericle dichiara guerra a Sparta. Le ultime parti riguardano alcuni punti oscuri della storia greca, come la morte di Temistocle, generale dell'armata greca contro la Persia, e di Pausania, re spartano.
Libro II Le prime operazioni di guerra, descritte nel libro, prevedono l'attacco a Platea da parte di Tebe, dacché la città è in accordo con gli ateniesi. Anche Sparta mobilita le forze alleate, ma Atene le respinge sulle coste del Peloponneso. I soldati ateniesi dunque si ritirano nella roccaforte, e Pericle celebra i caduti con un insolito discorso, elogiando e celebrando la superpotenza di Atene, dichiarando che la città è l'esempio stesso della perfezione sotto cui tutta la Grecia ed i suoi nemici devono sottostare. Il politico dunque esorta i combattenti ateniesi a sconfiggere Sparta, mentre prepara un nuovo attacco, ma improvvisamente scoppia un'epidemia di peste che decima la popolazione e le truppe della città, uccidendo Pericle stesso.
Successivamente Atene decide di rimandare lo scontro con Sparta, andando a ricacciare i ribelli nella Tracia e nella Macedonia.
Libro III
Il territorio ateniese dell'Attica viene nel frattempo invaso dai Peloponnesiaci, mentre la città alleata di Mitilene si rivolta chiedendo aiuto agli Spartani, ma la defezione viene sedata subito da Atene. Il politico Cleone vorrebbe che Atene desse una punizione esemplare, facendo strage degli abitanti, e per questo si scontra con l'opposizione di Diodoto. Atene inizialmente decide di massacrare gli abitanti di Mitilene, ma poi Diodoto convince gli ateniesi a ritirare l'ordine e a giustiziare solamente i capi della rivolta. La città di Platea, ridotta alla fame, si arrende a Sparta in cambio dell'immunità dei suoi cittadini. Sparta, nonostante la promessa decide di processare e giustiziare i cittadi sotto richiesta dei Tebani. Scoppia la guerra civile a Corcira e le fazioni oligarchiche (filospartane) e democratiche (filoateniesi) si oppongono con ogni strumento e il sostegno degli alleati. Tucidide ne descrive gli orrori e da un giudizio sui fatti.
Libri IV-V
Sparta tenta un nuovo assalto nell'Attica, venendo fermato da Demostene a Pilo: infatti un contingente spartano viene catturato dagli ateniesi per ricevere informazioni, tuttavia presso Calcidica il capitano spartano Brasida sconfigge in un duro scontro gli ateniesi, costretti a ripiegare. Nel libro V, Tucidide narra la disfatta di Anfipoli, nella Calcidica, dove muoiono entrambi i generali delle due armate nemiche. L'anno è il 421 a.C., e così Atene e Sparta, stremate, decidono di stabilire una tregua: la pace di Nicia.
Dopo alcun anni di tregua, gli ambasciatori ateniesi si recano nell'isola di Melo, assai vicina strategicamente alle isole del Dodecaneso, sebbene sia stata fondata da Sparta. Il celebre dialogo tra i Meli e gli Ateniesi mostra, dal punto di vista di Tucidide, la spregiudicatezza e la spocchia di questi ultimi, che con la giustificazione di valori della democrazia, tentano di assoggettare tra i loro alleati gli abitanti dell'isola, impedendo a questi di opporsi o di discutere. In questo dialogo Tucidide evidenzia l'ipocrisia e l'ideale di imperialismo presente nella mentalità democratica ateniese.
Questa sorta di dialogo tra gli ambasciatori Ateniesi e le due città era probabilmente un'opera a sé, scritta dallo stesso Tucidide ed inserita successivamente. Indizi di ciò sarebbero le nette differenze con il resto dell'opera e il cambio di registro da narrazione di eventi a dialogo vero e proprio.
La vicenda di Melo è descritta in modo fazioso da Tucidide che vuole dipingere l'evento come exemplum del dispotismo ateniese sugli alleati. Ciò è indubbiamente vero ma l'autore si cura di omettere il particolare che fu Alcibiade stesso, l'erede politico di Pericle (che era visto in una luce positiva da Tucidide in quanto ideologicamente affini), a fare pressione affinché si applicasse la repressione totale nella piccola isola egea.
Inoltre l'autore distorce la realtà dei fatti affermando che l'attacco all'isola fu ingiustificato mentre in realtà sappiamo da fonti successive quali Isocrate che il conflitto era iniziato durante la guerra del Peloponneso quando Melo si era staccata dall'alleanza ateniese violando come Scione e Mitilene le clausole dell'alleanza. Atene rispose con varie incursioni e Melo, verosimilmente, non potendo dichiarare guerra aperta alla lega, finì per avvicinarsi a Sparta inviandogli finanziamenti durante il periodo della pace di Nicia. La vicenda si concluse con l'intervento ateniese a Melo e la distruzione della suddetta che, come si evince dalla stessa opera di Tucidide, aveva opposto una tenace resistenza nella speranza di ricevere aiuto dagli spartani (anche questo è un indizio dei probabili rapporti stanziati tra Melo e Sparta in quegli anni).
Libri VI-VII I libri VI-VII narrano la spedizione di Atene a Siracusa, e la sua successiva e definitiva sconfitta. I Meli vengono umiliati e sconfitti dalla flotta ateniese, che successivamente si sposta sulle coste di Siracusa, cercando di assediare la città. Il nuovo generale è il controverso Alcibiade, personaggio scomodo nella società ateniese. Durante il viaggio, tuttavia, Alcibiade è costretto a tornare in patria per lo scandalo della mutilazione di busti di Hermes, di cui è accusato. Alcibiade fugge così a Sparta, dove si allea con il nemico di Atene. Il comando dell'armata ateniese viene affidato a Nicia e Lamaco, che però hanno la peggio in Sicilia. I soldati vengono sterminati, ed i prigionieri rinchiusi nelle Latomie, dove solo alcuni riescono ad ottenere la libertà recitando i versi delle Troiane di Euripide.
La sconfitta degli ateniesi è dovuta non solo alla strenua ribellione dei siracusani, ma anche grazie alle informazioni che Alcibiade ha fornito agli spartani, giunti in tempo a Siracusa, sotto il comando di Gilippo, che hanno sbaragliato senza preavviso la flotta degli Attici. L'anno è il 413 a.C.
Libro VIII L'ultimo libro parla delle fasi finali della Guerra del Peloponneso. La notizia della disastrosa spedizione a Siracusa genera sgomento ad Atene, perché due satrapi, Tissaferne e Farnabazo, hanno annunciato la minaccia di un nuovo attacco alla Grecia da parte della Persia. Nel 411 a.C., Atene è scossa da un colpo di Stato oligarchico, mentre i suoi alleati si rivoltano contro la città, ormai sulla via del tramonto. Gli oligarchici instaurano il governo dei "Quattrocento", collegio formato inizialmente da 100 cittadini scelti per designare i 5000 Ateniesi aventi diritto alla cittadinanza, ma che, cooptati altri 300 membri, assunsero di fatto ogni potere, comprese l'attività legislativa e l'elezione dei magistrati. Il resoconto di Tucidide s'interrompe bruscamente con la battaglia di Cinossema (settembre del 411), e si presume che il materiale che doveva essere aggiunto per completare l'opera sia stato usato da Senofonte per l'incipit delle sue Elleniche.
Il capitolo 26 del V libro Al capitolo 26 del quinto libro si nota una brusca ripresa del nome dell'autore, seguita poi da una prima persona singolare non spiegabile (il cosiddetto "secondo proemio"): "Ma anche questi avvenimenti sono stati descritti dal medesimo ateniese Tucidide, di seguito come ciascuno avvenne, per estati e inverni, fino a quando i Lacedemoni e gli alleati posero fine all'impero degli Ateniesi e occuparono le lunghe mura e il Pireo. [...] Giacché io mi sono sempre ricordato, dall'inizio della guerra fino alla fine, che da molti si diceva che essa sarebbe dovuta durare tre volte nove anni. Io sopravvissi a tutta la sua durata, giudicando i fatti come me lo consentiva la mia età e osservando, per conoscere ogni cosa con esattezza. E mi capitò di essere esiliato dalla mia terra [...]": molti commentatori antichi (ad esempio Marcellino e Timeo di Tauromenio) non si sono curati di questo forte stacco, utilizzando persino l'affermazione sui vent'anni di esilio dal 423 a.C. per stilare le biografie di Tucidide.