Taʾabbaṭa Sharran ("che si porta un male sotto il braccio") è il laqab di Thābit b. Jābir b. Sufyān, dei Banū Saʿd b. Fahm, sotto-tribù dei Qays ʿAylān.
Incluso con Shanfara (dei B. Azd), ʿAmr ibn al-Barrāq (dei B. Hamdān) e altri ancora fra i "predoni" (ṣaʿālik, sing. ṣuʿlūk) del deserto - sorta di "poeti maledetti" dell'età preislamica - e tra i veloci "corridori" a piedi (a ciò probabilmente costretti dalla loro povertà), Taʾabbaṭa Sharran fu personaggio dotato di sprezzante coraggio e di rude quanto raffinata poesia, caratterizzata da una vivida e inusuale capacità espressiva.
Insieme ad Antara b. Shaddād al-ʿAbsī, ad Abū Miḥǧan Nuṣayb b. Rabāḥ, a Khufaf ibn Nadba e a Sulayk b. al-Sulāka, era annoverato fra i "corvi degli Arabi" (Aghribat al-ʿArab), a causa del colorito scuro della pelle, dovuta al fatto di avere un genitore africano (per lo più etiope). Nel caso di Taʾabbaṭa Sharr, sua madre era di pelle nera e faceva parte dei Banū Kayn.
Circa il suo soprannome esistono diverse spiegazioni. La prima (con diverse varianti) parla del fatto che Taʾabbaṭa Sharran, al rimprovero della madre che lamentava di ricevere solo dagli altri suoi figli qualcosa da cuocere per il desinare, fosse tornato una volta a casa portando sotto braccio un montone indemoniato oppure un sacco riempito di vipere.
Un'altra spiegazione fa infine riferimento alla sua spada, apportatrice di morte, che il poeta usava portare nel suo fodero, sotto il suo braccio.
Un'ultima spiegazione, più fascinosa e problematica, parla invece di un incontro di Taʾabbaṭa Sharran con una ghūl, il peggior tipo di jinn femmina, che si riteneva vivesse nel deserto, pronta ad uccidere i malcapitati viandanti. In un luogo chiamato Rahā Biṭān, nel territorio dei B. Hudhayl, Taʾabbaṭa Sharran si sarebbe dunque imbattuto in questa sorta di orco preislamico al femminile, e l'avrebbe uccisa quando essa aveva tentato di sbarrargli la via. Messosi poi il corpo sotto braccio, Taʾabbaṭa Sharran sarebbe tornato tra la sua gente e per ciò si sarebbe guadagnato il suo soprannome.
Di tale episodio viene proposta un'altra versione:
e ancora una variante ben differente, riportata da MasʿūdīMurūj al-dhahab wa maʿādin al-jawhar, ed. Muḥ. Muḥyī al-Dīn ʿAbd al-Ḥamīd, Beirut, Dār al-Maʿrifa, 1982, II, p. 155.:
Il verbo impiegato per rendere la trasformazione della ghūl è "istaghala", che ha in effetti il significato di "incutere spavento", "tendere un'insidia" o "uccidere a tradimento" ma anche quello appunto della radicale trasformazione (caratteristica questa dei jinn) e quindi, nel caso, la possibilità di trasformarsi da essere spaventevole in essere maliardo, con cui il poeta avrebbe ben potuto intrattenere con piacere rapporti carnali, menandone poi "scandaloso" vanto con i suoi contribuli, in pieno accordo con la natura caratteriale del poeta, decisamente border line, rendendo in tal modo tale versione assai più intrigante di quella tradotta da Gabrieli, da lui condotta dal testo del Kitāb al-Aghānī.XVIII, pp. 212-213. E d'altronde, ad avvalorare l'ipotesi che una ghūl potesse trasformarsi in una donna affascinante, sta il componimento poetico della Burda di Kaʿb b. al-Zuhayr b. Abī Sulmā, in cui il poeta paragona l'amatissima Suʿād, che l'ha affascinato in modo straordinario, a quest'entità.
Famoso un altro carme di Taʾabbaṭa Sharran, in memoria d'un cugino morto:
Per quanto riguarda il suo poema forse più noto, la qāfiyya,Poema in rima "qāf" (la "k" enfatica). Francesco Gabrieli si diceva convinto della sua origine spuria e tardiva"Taʾabbaṭa Śarran, Śanfarà, Khalaf al-Aḥmar", art. cit., pp. 49-50..
Suoi sembrano essere i precedenti versi, mentre l'arabista solleva dubbi circa i seguenti, peraltro assai noti, che disegnano il tradizionale ricorso alla vendetta:
Si dice che, come l'amico e compagno di tribolazioni Shanfarā, Taʾabbaṭa Sharran morisse di morte violenta, epilogo logico e forse ambito dal poeta, inadatto a vivere una vita placida nell'impegnativo mondo dell'Arabia preislamica dei primi decenni del VI secolo. Taʾabbaṭa Sharrān morì infatti a Ḥurayḍa, o Rakhmān, nelle vicinanze del monte Numār, nel Ḥijāz sud-orientale,F. Gabrieli, art. cit., p. 43. per mano dei tradizionali nemici B. Hudhayl. Il suo corpo (come d'altronde quello di Shanfarā) rimase insepolto, preda delle fiere della bādiya.
Note
Bibliografia Abū l-Faraǵ al-Iṣfahānī: Kitāb al-aghānī (Il libro dei canti), Beirut, Dār al-kutub al-ʿilmiyya, 1985. G. Baur, "Der arabische Dichter und Held Thābit ben Giâbir von Fahm, genannt Taʾabbaṭa Śarrān, nach seinem Leben und seinen Gedichten", in: ZDMG, X (1856), pp. 74–109. Francesco Gabrieli, "Taʾabbaṭa Śarran, Śanfarà, Ḫalaf al-Aḥmar", in: Rendiconti della Accademia Nazionale di Lincei anno CCCXLIII, 1946, Serie ottava Francesco Gabrieli, La letteratura araba, Firenze, Sansoni Accademia, 1967. Reynold A. Nicholson, A literary History of the Arabs, Londra, T. Fisher Unwin, 1923 H.A.R. Gibb, Arabic Literature, Arabs, Londra, Oxford University Press, H. Milford, 1926. C. Pellat, Langue et littérature arabes, Parigi, Armand Colin, 1952. Ţāhā Ḥusayn, Fī shiʿr al-ǧāhilī (Sulla poesia preislamica), Il Cairo, Dār al-kutub al-miṣriyya, 1926 (vers. it. La poesia araba preislamica, trad. di P. Viviani, Roma, Istituto per l'Oriente C. A. Nallino - Il Cairo, al-Hayʾah al-Miṣriyyah al-ʿĀmmah li-l-Kitāb/General Egyptian Book Organization, 2020, 278 pp). Carlo Bernheimer, L'Arabia antica e la sua poesia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1960.
Voci correlate Letteratura araba Shanfara Jāhiliyya
Collegamenti esterni