Il nazi-maoismo fu una corrente politico-ideologica sviluppatasi in Italia tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta all'interno di alcuni ambienti dell'estrema destra extraparlamentare. La corrente tentò di coniugare elementi del fascismo rivoluzionario e del nazionalsocialismo con aspetti del maoismo, del terzomondismo e dell'antimperialismo, proponendo una sintesi che intendeva superare la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra in nome di una comune lotta contro il sistema liberal-capitalista e la società borgheseNicola Rao, Trilogia della celtica: La fiamma e la celtica - Il sangue e la celtica - Il piombo e la celtica, 2014, sezione "Freda e il nazimaoismo".
A livello organizzativo, la corrente trovò espressione in sigle come l'Organizzazione Lotta di Popolo e, a Padova, nel Fronte Popolare Rivoluzionario, rendendosi celebre nelle piazze per l'utilizzo di slogan ibridi e d'impatto come "Hitler e Mao uniti nella lotta" o "Né Cristo, né Marx, viva Mao"Aldo Giannuli, Elia Rosati, Storia di Ordine Nuovo, 2017, sezione "Freda ed Ordine Nuovo". Sebbene rimasto un fenomeno minoritario e spesso osteggiato dai leader storici dell'estremismo di destra (Stefano Delle Chiaie, ad esempio, respinse l'etichetta bollandola come una mera "suggestione estetica"), il nazi-maoismo esercitò una significativa influenza sul dibattito interno alla destra radicale italiana. Esso contribuì profondamente alla diffusione di tematiche quali il terzaforzismo, il sostegno ai movimenti di liberazione nazionale (inclusi i vietcong asiatici e i guerriglieri palestinesi contro il sionismo) e la critica congiunta agli imperialismi statunitense e sovietico, ponendo le basi per l'ideologia di futuri movimenti giovanili come Terza PosizioneFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, p. 36. Storia Elaborazione teorica
L'elaborazione teorica del nazi-maoismo è strettamente associata alla figura dell'editore e militante Franco Giorgio Freda, autore nel 1969 del saggio La disintegrazione del sistemaFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, p. 5. In quest'opera Freda sviluppò una critica radicale al capitalismo, alla democrazia parlamentare e alla società borghese, prendendo le distanze sia dal conservatorismo della destra tradizionale sia dall'anticomunismo che caratterizzava gran parte del neofascismo italiano.
Allargando il suo orizzonte alla lotta nazionale in stile Mao Zedong (Guerra popolare e Rivoluzione culturale) e ai movimenti di decolonizzazione, Freda teorizzò una spregiudicata alleanza tattica con l'estrema sinistra e con i popoli oppressi per creare un "fronte unito" in grado di disintegrare il sistema borghese e capitalistaFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, pp. 43-44. Egli provava infatti un'affinità elettiva e strategica molto più forte per il popolo guerriero del Nord Vietnam, per i guerriglieri latino-americani e per i terroristi palestinesi rispetto al mondo occidentale borghese, ammirandone la prassi rivoluzionaria, militare e la strenua lotta antimperialista.
Pur non aderendo al marxismo come dottrina filosofica, Freda individuava nella Repubblica Popolare Cinese di Mao Zedong un modello di disciplina collettiva, mobilitazione politica e organizzazione totalitaria contrapposto all'individualismo e al materialismo consumistico dell'Occidente. La sua ammirazione per il maoismo derivava quindi soprattutto dalla sua interpretazione del regime cinese come espressione di una visione del mondo "spartana", uno Stato rivoluzionario e comunitario in cui trionfava l'ordine totalitario e la figura del "soldato politico" povero ma potente. Questo "spirito spartano" doveva tradursi in un radicale rifiuto del benessere materiale (simboleggiato da comodità come la lavatrice o il frigorifero) a favore di un'ascesi politica e militante animata da uomini decisi a "sproletarizzarsi e sborghesizzarsi"Franco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, pp. 11-18.
Sul piano politico ed economico, nell'opera La disintegrazione del sistema (1969), Franco Freda teorizzò l'edificazione di uno "Stato popolare", un modello radicale caratterizzato dall'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, mantenendo esclusivamente la proprietà dei beni di consumo individualiFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, pp. 32-34. L'amministrazione delle imprese industriali e agricole sarebbe stata sottratta alla borghesia e affidata in maniera diretta a consigli operai, i "Comitati di gestione", coordinati da "Commissari aziendali" e "Commissari del comprensorio"Franco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, p. 32. Tali entità sarebbero state inquadrate territorialmente da Praesidium regionali, dipendenti al vertice da un "Praesidium politico di Stato" presieduto da un Reggente. La politica economica di questo Stato avrebbe capovolto diametralmente la logica del mercato capitalistico, all'interno del quale è la produzione esasperata ed espansionistica a suscitare artificialmente il consumo. Freda teorizzò invece la rigorosa "programmazione dei consumi" in posizione di assoluta preminenza rispetto alle necessità della produzioneFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, pp. 33-34. In ambito finanziario, il progetto frediano prevedeva l'eliminazione totale del pluralismo bancario a favore di un'unica Banca di Stato, privata di qualsiasi funzione creditizia e incaricata unicamente di emettere moneta, il cui potere d'acquisto sarebbe stato garantito solo dalla reale ricchezza economica della NazioneFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, p. 34. Questa dottrina radicalizzava in ottica anticapitalista alcune delle tendenze storiche vissute dai regimi nazifascisti negli anni Trenta, epurandole da quelli che Freda considerava vili compromessi con la borghesia. Da un lato, il modello esasperava l'impianto dirigista e statalista adottato dall'Italia fascista che, per fronteggiare la crisi del 1929 e sovvenzionare l'autarchia, aveva assunto uno stretto controllo del credito: il regime mussoliniano arrivò di fatto a "statalizzare" indirettamente il sistema varando istituti come l'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) per inglobare le tre maggiori banche miste (Comit, Credito Italiano, Banco di Roma), mentre con la riforma bancaria del 1936 (R.D.L. n. 375/1936) rese la Banca d'Italia un istituto di diritto pubblico al vertice del sistema creditizioValerio Castronovo, Storia economica d'Italia, 2021Louis Franck, Il corporativismo e l'economia dell'Italia fascista, 1990. Dall'altro lato, il violento ostracismo verso la finanza e il signoraggio delle "plutocrazie" internazionali riecheggiava le istanze della sinistra del nazionalsocialismo tedesco e del movimento "nazional-bolscevico" (rappresentato storicamente dal Fronte Nero di Otto Strasser), che già negli anni Venti propugnava l'esproprio dei grandi fondi, la nazionalizzazione dei monopoli e la rottura del "sistema della sopraffazione del denaro sul lavoro"Saverio Ferrari, Da Salò ad Arcore: La mappa della destra eversiva, 2006, p. 44.
Per consolidare organicamente il sistema, l'intero assetto civile e repressivo veniva riprogettato: le tradizionali forze armate (esercito, polizia, carabinieri, eccetera) avrebbero lasciato il posto a una "Milizia popolare" interamente volontaria e rigidamente selezionata. Il compito di questa Milizia sarebbe stato duplice: stroncare all'interno ogni risorgere di tendenzialità borghesi e operare attivamente all'esterno in collaborazione con i movimenti rivoluzionariFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, pp. 36-37. Anche l'istruzione e l'ordinamento giuridico avrebbero subìto mutamenti profondi: ripudiando le basi umanistiche, la scuola sarebbe stata abbattuta per divenire nudo avviamento al lavoro (privo di titoli accademici), mentre la "Giustizia popolare" avrebbe punito in unico grado di giudizio ogni delitto contro lo Stato prevedendo i lavori forzati o la pena di morteFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, pp. 34-36. Infine, in ambito di relazioni internazionali, lo Stato avrebbe receduto dal Patto Atlantico e rescisso i vincoli con le strutture del neocapitalismo (come la nascente Comunità Europea) per stringere alleanze con i Paesi anticapitalisti e supportare militarmente la lotta contro l'imperialismo e i blocchi di potenza mondiali (USA e URSS), attuando sul piano mondiale quel "fronte unito" con l'estrema sinistra e con il terzo mondo utile a spezzare definitivamente l'egemonia borghese. Influenze filosofiche
Il pensiero di Freda si sviluppò inizialmente all'interno della tradizione evoliana. Le sue prime elaborazioni furono infatti profondamente influenzate dalle opere di Julius Evola, in particolare da Cavalcare la tigre (1961), nel quale il filosofo tradizionalista proponeva un atteggiamento di distacco spirituale (apolitia) nei confronti della decadenza della modernità e della società mercantileNicola Rao, Trilogia della celtica: La fiamma e la celtica - Il sangue e la celtica - Il piombo e la celtica, 2014, sezione "Il nuovo slogan di Evola: Cavalcare la tigre". A questa matrice si univa la profonda suggestione della filosofia di Friedrich Nietzsche, da cui Freda trasse l'ispirazione per superare il nichilismo borghese attraverso l'affermazione di una volontà di potenza e l'attesa di una ristretta casta superiore, spiritualmente ed eticamente temprata, destinata a possedere il comando. Freda reinterpretò tuttavia radicalmente questa impostazione, mutandone l'approccio da difensivo ad offensivo. Se Evola invitava l'individuo tradizionale a sopravvivere interiormente alla decadenza del mondo moderno senza identificarsi o sporcarsi con esso, Freda tradusse lapolitia in una spietata prassi eversiva. Egli sostenne la necessità di una violenta azione rivoluzionaria finalizzata non alla semplice attesa, ma alla "disintegrazione" totale e immediata del sistema borghese capitalistaFranco Giorgio Freda, La disintegrazione del sistema, 1969, p. 26. In questa radicalizzazione dell'agire politico, l'ideologia frediana presentava evidenti correlazioni con l'etica originaria del fascismo intransigente e, in particolare, con i postulati della Scuola di mistica fascista. Come i mistici degli anni Trenta, Freda provava un disprezzo viscerale per lo spirito borghese, identificato nella "vita comoda", nel carrierismo, nell'edonismo e nel compromesso; in netta contrapposizione, egli propugnava la figura dell'"asceta della politica", un militante chiamato a "sproletarizzarsi e sborghesizzarsi" per dedicarsi a un'esistenza di assoluto sacrificio, disciplina ed eroismo al servizio del "vero Stato", riprendendo così il concetto fascista della vita intesa come continua milizia e missioneEmilio Gentile, Il culto del littorio: la sacralizzazione della politica, 2001, pp. 243-244. Questa evoluzione teorica condusse alla formulazione di quello che lo stesso Freda definì un "comunismo aristocratico", concepito come sintesi ideale fra la Repubblica di Platone, l'ordine gerarchico del Terzo Reich e il modello rivoluzionario della Cina maoista. Dalla Germania nazista (attraverso la rilettura che ne facevano gli ambienti evoliani), Freda mutuava il mito prussiano dello Stato-Ordine, esaltando la struttura marziale e aristocratica delle SS, intesa come un'élite di "soldati politici" contrapposta all'egualitarismo plebeo e massificanteNicola Rao, Trilogia della celtica: La fiamma e la celtica - Il sangue e la celtica - Il piombo e la celtica, 2014, sezione "Una missione senza storia".