Il caso Allemandi è stato uno dei principali scandali della storia del calcio italiano, nonché uno dei primi in ordine di tempo, essendo avvenuto nel periodo antecedente all'istituzione della Serie A a "girone unico" (1929). Il caso, alquanto complesso e caratterizzato da retroscena che non furono mai ben chiariti, comportò la revoca dello scudetto vinto dal nella stagione 1926-1927. L'esito controverso del caso giudiziario portò, nei decenni seguenti, a diversi tentativi di riaprire l'inchiesta in merito, finora tutti senza successo.
La cronaca dello scandalo
La vicenda ruota intorno a una combine orchestrata da Guido Nani, revisore dei conti del Torino nonché amico personale del presidente granata Enrico Marone Cinzano, e da Francesco Gaudioso, uno studente siciliano del Politecnico del capoluogo piemontese che era in buoni rapporti con diversi calciatori della Juventus, fra cui in particolare il promettente terzino Luigi Allemandi; Gaudioso e Allemandi, infatti, alloggiavano entrambi in una pensione in piazzetta Madonna degli Angeli..
Secondo la cronaca del tempo, il dottor Nani si accordò con Gaudioso affinché questi dirottasse a favore del "Toro" il risultato del derby della Mole (Torino-Juventus) in programma il 5 giugno 1927, in cambio di 35 000 lire da distribuire alle persone coinvolte nella truffa; 25 000 lire furono date in anticipo allo studente, mentre le restanti 10 000 lire pattuite sarebbero state consegnate dopo la conquista dello scudetto da parte dei granata (prima della partita incriminata il Torino era in testa alla classifica con 10 punti e seguito sia dal che dalla Juventus).. Il derby si chiuse con la vittoria in rimonta per 2 a 1 del Torino (Allemandi, seppur sconfitto, si segnalò tra i migliori in campo) e circa un mese dopo, il 3 luglio, il "Toro" divenne campione d'Italia;
Per ragioni non chiare, tuttavia, Nani si sarebbe rifiutato di pagare le rimanenti 10 000 lire; di conseguenza, Gaudioso decise di rivelare sua sponte l'esistenza della combine a Renato Ferminelli, corrispondente da Torino delle testate Lo Sport di Milano e Il Tifone di Roma, nonché inquilino nel medesimo ostello dello studente: l'obiettivo dell'autodenuncia era quello di indurre il dirigente torinista a pagare il dovuto per timore che scoppiasse uno scandalo (una versione erronea dei fatti afferma, invece, che il giornalista aveva appreso della truffa origliando un litigio fra Allemandi e Gaudioso)..
Fiutato lo scoop, Ferminelli, che era per giunta in cattivi rapporti col Torino (poiché la società granata non gli aveva concesso per un qui pro quo l'accredito stagionale per le partite allo Stadio Filadelfia), raccolse via via le confidenze di Gaudioso e pubblicò sulle due riviste per cui lavorava, tra il 29 luglio e il 22 settembre 1927, una serie di articoli dai titoli allusivi (come "Preludio. C'è del marcio in Danimarca" e "Sinfonia"), nei quali descriveva in maniera sibillina l'illecito del club granata. A detta del cronista, anche Marone Cinzano sarebbe stato implicato nel misfatto in quanto autore di un telegramma indirizzato a Nani dal significato misterioso, «Sospendete consegna pacco».
I procedimenti giudiziari Il processo sportivo Il reportage fece partire a settembre l'inchiesta della Federazione Italiana Giuoco Calcio. In quel momento, alla testa della FIGC si trovava Leandro Arpinati, gerarca fascista nonché podestà della città di Bologna (divenuta dal 1926 sede della Federazione per volontà dello stesso presidente), il quale era coadiuvato dal segretario generale Giuseppe Zanetti. Dopo una serie di indagini svolte in Piemonte, Lombardia e Sicilia, i due dirigenti condussero diversi interrogatori.
Il primo teste fu proprio Ferminelli, il quale spiegò che Gaudioso gli aveva riferito che i calciatori coinvolti nell'affaire erano gli juventini Federico Munerati e Piero Pastore, i quali si erano distinti in negativo nel derby della Mole (il secondo, in particolare, fu espulso per un fallo di reazione). Venne quindi il turno di Gaudioso: lo studente negò in principio l'accaduto, ma successivamente decise di confessare e fece il nome di Nani; il consigliere torinista confermò l'avvenuta corruzione, precisò che ignorava chi fossero i giocatori implicati e aggiunse che l'intera società piemontese era informata della combine, salvo poi smentire e spiegare di essere l'unico dirigente responsabile del misfatto. Gaudioso, inoltre, dopo aver dichiarato di aver dato i soldi a Munerati, Pastore e al suo amico Allemandi, affermò di essersi tenuto i soldi per sé e infine ritrattò ulteriormente, accusando il solo Allemandi. I tre suddetti giocatori vennero, a loro volta, interrogati: si venne così a sapere che Munerati aveva ricevuto in dono dal presidente granata Cinzano una cassa di vini e liquori, mentre a Pastore venne imputato di aver scommesso sulla sconfitta juventina.
Sentenza di primo grado
Il verdetto giudiziario arrivò il 4 novembre 1927, al termine di una riunione d'urgenza del Consiglio Federale iniziata il giorno prima presso la Casa del Fascio bolognese, durante la quale si tennero i colloqui decisivi con Gaudioso, Nani, Allemandi, Munerati e Pastore. Il Direttorio Federale decretò la revoca dello scudetto al Torino per comprovata corruzione di imprecisati calciatori della Juventus in occasione della stracittadina del 5 giugno, nonché la squalifica a vita per i membri del Consiglio Direttivo del Torino in carica nei mesi di maggio e giugno 1927 (fra cui il presidente Enrico Marone Cinzano, il vicepresidente Eugenio Vogliotti, il segretario Pietro Zanoncelli e il consigliere Guido Nani).. Nessun provvedimento fu invece preso a carico della Juventus, poiché la dirigenza della società bianconera era stata vittima, e non parte attiva, del misfatto.
Il Direttorio, inoltre, stabilì che il risultato della partita sotto indagine e la classifica finale del campionato non sarebbero stati modificati e che lo scudetto sarebbe rimasto perpetuamente "non assegnato", unico caso nel calcio italiano fino al ripetersi di un secondo episodio nel 2005. Arpinati motivò la decisione lasciando intendere che altri match, oltre a quello al centro dell'inchiesta, apparivano falsati, e che pertanto era stata appurata l'irregolarità del campionato in toto. Il titolo, di conseguenza, non fu dato al Bologna secondo classificato, come prevedevano i regolamenti FIGC e CIO, né tantomeno alla Juventus terza piazzata, la quale sarebbe divenuta prima in graduatoria nel caso avesse ottenuto la vittoria a tavolino nel derby incriminato..
Società : revoca dello scudetto 1926-1927 e pagamento di 10 000 lire per le spese d'inchiesta. Dirigenti Enrico Marone Cinzano (presidente Torino): squalifica a vita (amnistiato il 22 aprile 1928). Eugenio Vogliotti (vicepresidente Torino): squalifica a vita (amnistiato il 22 aprile 1928). Pietro Zanoncelli (segretario Torino): squalifica a vita (amnistiato il 22 aprile 1928). Guido Nani (revisore legale Torino): squalifica a vita (amnistiato il 22 aprile 1928). Altri 17 membri del Consiglio Direttivo del Torino nei mesi di maggio-giugno 1927: squalifica a vita (amnistiati il 3 febbraio 1928). Altri 2 membri del Consiglio Direttivo del Torino nei mesi successivi a giugno 1927: squalifica per 2 anni (amnistiati il 3 febbraio 1928).
Sentenza di secondo grado
In un'intervista alla Gazzetta dello Sport del 6 novembre, Arpinati annunciò che il calciatore juventino coinvolto nel reato era Luigi Allemandi e che intendeva squalificarlo a vita. Allemandi, che nell'estate era passato dalla Juventus all', preparò un lungo memoriale di difesa in cui sottolineava la sua ottima prestazione nella partita incriminata e contestava l'attendibilità delle parole di Gaudioso contro di lui, ma Arpinati respinse il 21 novembre la richiesta di assoluzione, adducendo come prova materiale dell'illecito i presunti frammenti di una lettera nella quale il giocatore, rivolgendosi a Gaudioso, avrebbe reclamato il pagamento della quota iniziale di 25 000 lire; tale missiva sarebbe stata rinvenuta dallo stesso presidente in seguito a un sopralluogo presso la pensione di piazzetta Madonna degli Angeli. Nello stesso giorno furono lievemente puniti anche Munerati e Pastore, gli altri due bianconeri coinvolti nell'inchiesta: Arpinati, infatti, sanzionò entrambi con un richiamo formale rispettivamente per il dono ricevuto dal presidente del Torino e per la trasgressione relativa al calcioscommesse.
Secondo la versione ufficiale del processo, Allemandi disse in un primo momento di non ricordare alcun messaggio, poi ammise di aver scritto una lettera per Gaudioso in merito al nascente affaire ma di non ricordarne l'esatto contenuto, e quando egli domandò di poter leggere di persona il testo della missiva, Arpinati rifiutò tale concessione, ritenendo ormai comprovata la colpevolezza del calciatore, oltre a respingere la richiesta di un confronto fra Allemandi e Gaudioso. In seguito, Allemandi integrò il proprio memoriale sostenendo che il contenuto della lettera a Gaudioso era stato decontestualizzato, poiché in realtà non faceva riferimento a un'implicazione nello scandalo da parte sua, bensì di Munerati e Pastore.
Società Conferma della sentenza di primo grado. Dirigenti Conferma della sentenza di primo grado. Calciatori Luigi Allemandi (ex Juventus): squalifica a vita (amnistiato il 22 aprile 1928). Federico Munerati (Juventus): richiamo ufficiale. Piero Pastore (Juventus): richiamo ufficiale.
Il processo penale e le due amnistie
Il 9 novembre 1927 i dirigenti del Torino sanzionati dalla Federazione emisero un comunicato ufficiale in cui, sostenendo la propria estraneità all'opera di corruzione messa in atto da Nani, annunciavano la presentazione di un'istanza al Direttorio FIGC per l'accertamento delle responsabilità individuali. Arpinati troncò sul nascere l'iniziativa e suggerì loro di adire le vie legali (non esistendo all'epoca dei fatti il vincolo di giustizia che impedisce ai tesserati federali di rivolgersi ai tribunali ordinari per sanare le controversie inerenti all'attività sportiva). Marone Cinzano e gli altri membri della società intentarono, dunque, una causa per diffamazione contro Nani e il 13 gennaio del 1928 si tenne un processo sullaffaire Allemandi presso la magistratura penale.
Nel tribunale di Bologna il revisore dei conti ripeté di aver orchestrato l'illecito da solo, scagionando tutti tranne il segretario Zanoncelli, che gli aveva dato 20 000 lire per la compravendita della partita (le restanti 5 000 le avrebbe versate Nani di tasca propria). Tirato in ballo, Zanoncelli testimoniò che i soldi se li era fatti prestare dal vicepresidente Vogliotti, senza illustrargli però il reale motivo della richiesta, poi si difese raccontando che Gaudioso lo aveva a sua volta contattato per proporgli una combine prima del derby di andata del 3 aprile 1927 (vinto 1-0 dalla Juventus) e che, dopo averne parlato con Nani, aveva deciso di non andare avanti nella truffa; fu quindi il revisore a trattare in autonomia con lo studente in occasione della partita di ritorno, salvo poi asserire dinanzi ai soci che aveva ricevuto l'autorizzazione in tal senso da Marone Cinzano in persona. Infine, intervennero il presidente federale Arpinati, il quale spiegò di aver condannato l'intero consiglio direttivo del Torino poiché convinto per varie ragioni che Nani non avesse agito da solo, e il presidente granata Marone Cinzano, il quale dimostrò con una prova documentale che il famigerato messaggio «Sospendete consegna pacco» non nascondeva nulla di irregolare, ma si riferiva a titoli commerciali.