Per gran parte della vita insegnante, si è rivelato tardivamente, nel 1981, all'età di 61 anni, con il romanzo Diceria dell'untore, grazie all'incoraggiamento di Leonardo Sciascia ed Elvira Sellerio; l'opera gli valse nello stesso anno il prestigioso Premio Campiello. Con il romanzo Le menzogne della notte vinse nel 1988 il Premio Strega. Si rese famoso per il suo stile ricercato, ricco e in alcuni casi "anticheggiante", nonché per la sua abilità linguistica e la vasta cultura. Amico di Leonardo Sciascia, trascorse la maggior parte della sua vita a Comiso, mantenendo un'esistenza ritirata e discreta.
Biografia L'infanzia e i primi studi
Nato da Biagio Bufalino e Maria Elia, Gesualdo Bufalino è, sin dall'infanzia, affascinato dalla letteratura e dai libri, e trascorre ore e ore nella piccola biblioteca del padre, un fabbro con la passione della lettura. Già da ragazzo, Bufalino si dimostra un "divoratore" di libri e della carta stampata in generale. Nonostante l'impossibilità di comprare ogni giorno un quotidiano, che divorava al pari dei libri, si arrangia in ogni modo per procurarsi sempre qualcosa di nuovo da leggere. Inizia a frequentare il liceo a Comiso e a Ragusa. Nel 1936 torna poi a Comiso, dove ha come insegnante di lettere Paolo Nicosia, un valente dantista, allievo di Giovanni Alfredo Cesareo. Studente diligente e interessato, portato per la scrittura, nel 1939 vince il Premio letterario di prosa latina bandito dall'"Istituto nazionale di studi romani" e viene ricevuto a Palazzo Venezia da Benito Mussolini.
L'università e la guerra Successivamente si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania, ma nel 1942 a causa della seconda guerra mondiale è costretto a interrompere gli studi perché chiamato alle armi. Nel 1943, in Friuli, il sottotenente Bufalino è catturato dai tedeschi all'indomani dell'armistizio, ma riesce a fuggire poco dopo e si rifugia presso alcuni amici in Emilia-Romagna, dove per un po' va avanti dando lezioni. Nel 1944, però, si ammala di tisi, e sarà costretto a sopportare una lunga degenza, prima a Scandiano, dove ha a disposizione un'imponente biblioteca, poi, dopo il 1943, vicino a Palermo, in un sanatorio della Conca d'Oro, dal quale esce finalmente guarito nel 1946.
La permanenza in ospedale lo mette a dura prova, lasciando segni indelebili della sofferenza. Proprio questo lungo calvario, però, servirà da base e da motivo ispiratore, filtrato dalla memoria, nella sua opera d'esordio, una sorta di biografia nascosta tra le pagine di un racconto apparentemente distaccato, Diceria dell'untore (1981). Una volta guarito riprende gli studi e si laurea in Lettere nell'ateneo di Palermo, con la votazione di 106/110, discutendo una tesi in archeologia sul tema "Gli studi di archeologia e la formazione del gusto neoclassico in Europa (1738-1829)", il cui esemplare dattiloscritto è stato ritrovato nell'Archivio Storico di Ateneo dell'Università di Palermo in occasione dei lavori preparatori al trasferimento del materiale nei nuovi locali del convento seicentesco di Sant’Antonino. La tesi si annuncia come l’incunabolo del gusto per la rievocazione e il recupero di ciò che è stato, proprio di uno scrittore educato e cresciuto al culto della memoria intesa come ‘spontaneo sortilegio di ombre cinesi, teca di magiche epifanie, cinematografo di larve dissepolte dalla sabbia del tempo’ (Museo d’ombre). In questo, l'archeologo e lo scrittore sono simili: entrambi restituiscono luce all'ombra, rinominano i segni muti del passato e lo fanno rivivere nel sortilegio della teogonia dell’essere.
Le prime pubblicazioni Tra il 1946 e il 1948 pubblica su due periodici lombardi, L'Uomo e Democrazia, un gruppo di liriche e prose. Nel 1956 collabora, sempre con alcune poesie, a una rubrica del "Terzo Programma" della RAI. Nonostante un discreto successo, rinuncia alla carriera letteraria quasi subito, optando per una vita semplice, dedita alla ricerca interiore. Dal 1947 fino alla pensione si dedica all'insegnamento presso l'Istituto Magistrale di Vittoria, senza mai allontanarsi dalla natia Comiso se non per brevissimi periodi. Scrive una lunga introduzione al libro Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale, una raccolta di fotografie scattate alla fine dell'Ottocento da due borghesi comisani, pubblicato nel 1978 dalla Sellerio, da cui era nata una mostra fotografica.
L'introduzione al volume fotografico Comiso ieri suscita la curiosità di Elvira Sellerio e di Leonardo Sciascia, i quali leggendo tra le righe le qualità di un possibile scrittore inedito, chiedono all'autore se conservi nei suoi cassetti un romanzo. Bufalino dapprima nega, spostando l'attenzione sulle sue traduzioni (come quella dei Fiori del male di Baudelaire).
Diceria dell'untore
Intorno al 1950 comincia a lavorare sul progetto di un romanzo, abbandonando momentaneamente la poesia, che diventerà, a distanza di anni, il suo primo libro, Diceria dell'untore, ma non va oltre una prima stesura approssimativa. È solo nel 1971, a più di venti anni di distanza, che il libro verrà ripreso dall'autore. Nel 1981 dopo la pubblicazione di svariate traduzioni, tramite la personale amicizia sorta con Leonardo Sciascia e le insistenze di Elvira Sellerio, l'autore si convince a "rivelare" l'esistenza di un suo romanzo. Ormai sessantunenne, pone fine al lungo lavoro di revisione decennale del suo capolavoro consentendo finalmente la pubblicazione.
L'opera "esplode" immediatamente in tutto il suo valore, e si trasforma in un caso letterario, che culmina con il conferimento del Premio Campiello nel 1981. Nel 1990 dal libro verrà tratto un film, per la regia di Beppe Cino, con Remo Girone, Lucrezia Lante della Rovere, Franco Nero, Vanessa Redgrave e Fernando Rey, che non farà altro che aumentare il clamore attorno al "caso" Bufalino.
Gli ultimi anni Dopo il suo "boom", Bufalino è colto da una prolifica frenesia letteraria, che lo porta a produrre grandi quantità di opere, che spaziano dall'amata poesia (L'amaro miele, 1982L'amaro miele biagiocarrubba.com) alla prosa d'arte e di memoria (Museo d'ombre, sempre 1982), dalla narrativa (Argo il ciecoBufalino e l'epifania di Cecilia, lettura della prima parte del IX capitolo del romanzo, 1984, L'uomo invaso, 1986, Le menzogne della notte, 1988, che gli vale il premio Strega, Qui pro quo, 1991, Calende greche, 1992, Il Guerrin Meschino, 1993, Tommaso e il fotografo cieco, 1996) alla saggistica (Cere perse, 1985, La luce e il lutto, 1988, Saldi d'autunno, 1990, Il fiele ibleo, 1995), dagli aforismi (Il malpensante, 1987, Bluff di parole, 1994) alle antologie (Dizionario dei personaggi di romanzo, 1982; Il matrimonio illustrato, 1989, scritto insieme alla moglie, Cento Sicilie, 1994, curato con Nunzio Zago).
La morte Morì a causa di un incidente stradale il 14 giugno 1996, nella strada tra Comiso e Vittoria mentre, accompagnato da un amico, tornava dalla moglie. Ironia della sorte, Bufalino non aveva mai conseguito la patente. In quel periodo stava scrivendo un ultimo romanzo intitolato Shah Mat (L'ultima partita di Capablanca) sulla vita dello scacchista cubano José Raúl Capablanca, di cui restano solo due capitoli. La sua tomba si trova nel cimitero di Comiso, e reca l'epitaffio latino hic situs, luce finita.
La cultura di Bufalino
Bufalino era un uomo di immensa cultura, lo dimostra la grande collezione di libri ora conservata presso la Fondazione Bufalino; a questo proposito, riguardo ai problemi del presente, affermò: "La cura è una sola: libri libri libri". Ricordava a memoria citazioni e passi di libri e poesie, inoltre era un cinefilo e un amante della musica, specie il jazz. Durante i suoi anni da professore, era solito scambiarsi battute in latino con il Preside dell'istituto. Il suo rapporto con la realtà era perlopiù legato ai ricordi, alla memoria, elemento che si ritrova spesso nelle sue opere; ma anche il gioco linguistico con le parole e persino con i lettori, con cui instaurava una grande complicità all'interno dei suoi romanzi. Il ricordo metteva in luce anche il suo rapporto con la morte e la malattia, esperienza vissuta con profonda commozione. Ma il suo guardare al passato non fa venir meno una visione moderna della letteratura, una rinnovata passione per la parola e una reinvenzione della struttura tradizionale del romanzo.
Grande amico di Leonardo Sciascia, ma anche di Salvatore Fiume, Franco BattiatoArticolo sul giornale La città, n. 4, maggio 2010, Piero Guccione, Claudio Abbado, Elisabetta Sgarbi, tra i suoi autori preferiti e di formazione c'erano Marcel Proust, Charles Baudelaire e Fëdor Michajlovič Dostoevskij ma soprattutto il suo amore di gioventù (ne "Il Malpensante" ricorderà l'episodio di Natasha sulla neve, in Guerra e Pace) Lev Nikolaevič Tolstoj.
Le passioni di Bufalino Gesualdo Bufalino si cimentò con impegno più che dilettantistico in un'infinità di campi extraletterari come ad esempio gli scacchi, gioco in cui sembra fosse un vero maestro, riuscendo a coltivare per tutta la sua esistenza alcune grandi passioni culturali.
Il cinema Fra i tanti interessi culturali di Bufalino, certamente il cinema fu uno di quelli che caratterizzarono maggiormente la sua formazione. Conobbe questa diversa lettura della realtà in pieno periodo fascista.
Per Gesualdo Bufalino, il cinema era il luogo in cui si manifestavano emozioni forti, che difficilmente sarebbe riuscito a dimenticare. Attraverso le sue affermazioni, è possibile capire che vedeva nel cinema non solo un grande mezzo di comunicazione, ma anche un grande universo immaginario, una fonte inesauribile di sollecitazioni.
All'inizio della sua passione per il mezzo cinematografico risale la creazione di uno strumento di memoria: un piccolo quaderno, curato tra il 1934 e il 1955, in cui l'autore annotava tutti i film che andava a vedere nel piccolo cinema del suo paese oppure in qualche sala a Catania, quando inizia a frequentare l'università. Vi annotava tutti i film visti, ordinandoli per anno e per mese, segnalando il titolo, la casa di produzione e infine il regista. Poi a seguire aggiungeva il genere, la sigla della città in cui ha visto il film e infine il voto per ognuno di essiG. Bufalino, L'Enfant du paradis-Cinefilie, Salarchi Immagini, Comiso 1996, p. 17.. Il giovane Bufalino era "obbligato" a vedere quello che giungeva a Comiso, cioè i film che arrivavano in questo piccolo paese di provincia, che per lo più erano prodotti del cinema americano, come per esempio Una notte all'opera di Sam Wood, Il pugnale cinese di Michael Curtiz, Il dottor Jekyll di Rouben Mamoulian.
Non era, invece, un appassionato di film italiani anche se andava a vederne qualcuno per apprezzare la bellezza di qualche attrice di quei tempi, come Alida Valli. Negli anni sessanta divenne un assiduo frequentatore di un Circolo del Cinema di Ragusa. Quelli erano tempi di fermento conoscitivo e lui voleva soprattutto riscoprire la visione di film muti o del primo sonoro. Le proiezioni erano seguite spesso da dibattiti ricordati positivamente dallo scrittore:
Nel suo primo romanzo ha fatto ricorso a un neologismo, l'aggettivo cineclubicaG. Bufalino, Diceria dell'untore, Sellerio, Palermo 1981, p. 25., a proposito della nave di Nosferatu il vampiro di Murnau, e questo a dimostrare una costante passione per il cineclub e il cinema più lontano, in bianco e nero. Per quanto riguarda il cinema più recente registi che hanno suscitato l'interesse di Bufalino sono stati ad esempio Rohmer e Peter Greenaway, ma anche più giovani come Almodóvar o il Tarantino di Pulp Fiction. Ma il vero grande amore di Bufalino è stato il cinema muto e la Hollywood degli anni trenta. Il cinema che ha avuto un'influenza specifica sulla sua cultura e sul suo lavoro letterario è stato quello americano e, soprattutto, quello francese.