Adelfia è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Bari in Puglia. Fu istituito nel 1927 dalla fusione dei comuni di Canneto di Bari e Montrone. Per suggellarne l'unione, al nuovo comune fu posto il nome Adelfia, ossia "fratellanza" (dal greco adelphòs).
Geografia fisica
Territorio Adelfia è situata a ridosso dei primi pendii delle Murge centrali, a circa da Bari. Confina a ovest con Sannicandro, a nord con Bitritto, Bari e Valenzano, a est con Casamassima e a sud con Acquaviva delle Fonti. Il territorio comunale ha una superficie di , e raggiunge la sua altitudine massima di nei territori confinanti con Acquaviva, mentre raggiunge quella minima di nei territori confinanti con Bari. Il panorama dominante è composto da vigne, e anche da ulivi e mandorli, e roverelle verso l’interno.
Clima Il clima di Adelfia è mediterraneo, con estati calde e secche e inverni moderatamente freddi, grazie alla lontananza dal mare e all’altitudine di bassa collina. Le precipitazioni sono abbondanti in inverno e primavera, con accumuli mensili di circa 60 - 65 mm; in autunno sono lievemente minori, e in estate sono molto scarse, con circa 30 mm mensili. La neve si verifica circa una volta l’anno. durante la calda estate si supera la temperatura di 40 gradi
Storia Il territorio dell’attuale Adelfia fu sicuramente abitato in epoca pre-romana, come dimostrano gli antichi sepolcri rinvenuti risalenti al VI-V secolo a.C. È anche sicuro che vi passarono gli invasori Goti, Bizantini, Longobardi, Franchi, Saraceni e Normanni, pur non essendoci rimasto nulla da menzionare per confermarlo.
Storia di Montrone Fondazione Secondo quanto scritto nel Settecento da don Cataldo de Nicolai, uomo religioso appartenente alla famiglia marchesale di Canneto, Montrone sorse nel 982. Il commerciante bizantino Roni Sensech, in fuga da Bari sotto l'incalzare delle truppe longobarde di Ottone II, si stabilì su un'altura poco vicina, che si presentava particolarmente adatta al pascolo e al commercio del bestiame. Nacque così il villaggio di Mons Roni (o Monteroni).
Il primo nucleo di abitanti contava 31 persone, tra cui un sacerdote bizantino, che dipinse una Natività in una grotta locale. Su volere di Marco, figlio di Roni in corrispondenza di quella grotta fu edificata la cappella della Madonna del Principio nel 1086, poi consacrata dall'arcivescovo di Bari, Ursone. A quel punto si contavano circa 250 abitanti, che nel 1156 aumentarono ulteriormente per via della distruzione di Bari da parte di Guglielmo I il Malo, re di Sicilia.
Riconoscimento come comune Il 18 novembre 1167 il successore di Guglielmo I, re Guglielmo II il Buono, riconobbe Montrone come “università” (comune) e la diede in feudo ad un suo uomo fidato, Goffredo Tortomanni. Il primo documento storico in cui vengono menzionati Canneto e Montrone è infatti la bolla di papa Alessandro III del 28 giugno 1172, in cui vengono indicati i paesi sotto l’autorità di Rainaldo, arcivescovo di Bari: “…Monteronum, Lositum, Cannitum…”. Da questo momento in poi, si può stabilire più o meno esattamente la serie dei feudatari di Montrone: a Goffredo Tortomanni succedette il ravennese Pasquale (o Pascazio) de Palma, avendo sposato la figlia Geronima.
Nel 1266 re Carlo I d’Angiò donò il feudo ad un suo luogotenente, Rodolfo De Colant, venuto con lui dalla Francia per aiutarlo nella conquista del Regno di Sicilia. Nel 1276 il feudo fu assegnato a Sparano da Bari, per premiarlo dell’aiuto prestato contro Manfredi e Corradino di Svevia, pretendenti al trono siciliano. Morto Sparano, il 28 Aprile 1294 re Carlo II d’Angiò investì il figlio di Sparano - che era già padrone di Altamura - anche di Montrone, Valenzano e Magliano. La famiglia di Sparano tenne il feudo fino al 1339, quando esso venne ceduto al nobile napoletano Gualtieri Galeoti. Nel 1380 I successori di quest’ultimo lo vendettero al conte siciliano Gualtiero di Aspruch. Successivamente, re Carlo III revocò il feudo per darlo al suo aiutante di campo, Riezio Clignetti. Nel 1390, Riezio vendette il possesso al nobile barese Nicolò Dottula, che dotò il borgo di un castello con torre, nucleo dell'attuale palazzo marchesale. Nel 1417 il feudo fu venduto a Nicolò Fusco di Ravello, già padrone di Valenzano. Nel 1423 Montrone divenne possesso del nocerino Niccolò Offieri. Nel 1444 il Codice Diplomatico Barese documenta la vendita del feudo ad un Guarino di Lecce.
Gli Acquaviva Nel 1481 il feudo fu venduto a Giulio Antonio Acquaviva, Duca di Atri e Conte di Conversano, che pose Montrone sotto il controllo di suo figlio Andrea Matteo Acquaviva. Secondo don Cataldo, gli Acquaviva furono sgraditi alla popolazione di Montrone, perché volevano "mettere in evidenza nuove consuetudini". Un guardiano del duca venne ucciso, presumibilmente dal popolo, fra Montrone e Rutigliano; a quel punto nel 1519, gli Acquaviva decisero di vendere il feudo al napoletano Giambattista Galeoti, che ne assunse il controllo il 15 giugno dello stesso anno. Invece l'avvocato Pietro Natale, che scrive nel 1801, cita come feudatario nel 1504 un certo Tommaso Paleologo il Greco, a cui sarebbe stato assegnato il feudo da Ferdinando II d'Aragona in seguito alla sua vittoria contro Luigi XII di Francia per il controllo del Regno di Napoli. Poiché favorevoli a Luigi di Francia, gli Acquaviva perserò dunque il feudo, ma lo riacquistarono e ebbero conferma del loro possedimento da parte di Carlo V d'Asburgo, per poi rivenderlo a Giambattista Galeoti nel 1519 come già detto sopra.
Giambattista Galeoti Don Cataldo elogia Giambattista Galeoti, poiché fu il primo a fissare dimora a Montrone e realizzò una serie di opere pubbliche per i cittadini (che all'epoca erano circa 500) a sue spese. Riferisce inoltre che i suoi successori, altrettanto graditi alla popolazioni, mantennero il feudo fino al 1629, anno in cui fu venduto ad Aurelio Furietti, principe di Valenzano. Invece Pietro Natale sostiene che Galeoti aumentò le tasse dei cittadini e che con lui iniziò un'era infelice, finita nel 1617 con la vendita del feudo ad Antonia Gentile, vedova di Aurelio Furietti e madre di Francesco Furietti, principe di Valenzano. Ad ogni modo, il feudo passò ai principi di Valenzano, che lo tennero fino al 1696, anno in cui esso fu venduto ad Alessandro Bianchi, proveniente dalla famiglia bolognese De' Bianchi.
Bianchi e Bianchi Dottula
Alessandro de Bianchi fu barone di Montrone dal 1696 al 1699, anno della sua morte. Lo succedette il fratello Giovanni de Bianchi. Nel 1706, dal registro dei battesimi, risulta affittuario di Montrone il nobile napoletano Giacomo Capece-Zurlo, probabilmente con Giovanni titolare del feudo. Giovanni fu barone fino al 1753, quando morì all'età di settant'anni. Ereditò la baronia suo figlio Donato de Bianchi, che per accattivarsi il favore del popolo aveva costruito un frantoio nel 1742. Donato morì nel 1773 sessantottenne, e fu seguito da suo figlio Luigi. Luigi aveva sposato Francesca Dottula, appartenente alla nobile famiglia barese dei Dottula che tuttavia andava estinguendosi. Proprio per questo motivo nel 1790, su volere di Giordano Dottula, padre di Francesca, il barone Luigi de Bianchi unì al suo cognome quello dei Dottula, dando vita alla famiglia Bianchi Dottula, e gli venne dato in riconoscenza il titolo di marchese di Montrone.
Eccidio per mano francese Nel 1799, Montrone fu protagonista di una triste vicenda. Le truppe francesi di Napoleone avevano messo in fuga Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, e stavano procedendo alla sottomissione del sud Italia. I cittadini di Montrone erano tuttavia rimasti fedeli al re e mantennero un atteggiamento ostile verso le truppe francesi; per questo, il generale Broussier, facente parte dell'Armata di Napoli, inviò sul luogo un'ambasciata di cinquecento soldati per consigliare ai montronesi di non opporsi al passaggio delle truppe francesi, che dovevano recarsi a Rutigliano. L'ambasciata arrivò a montrone il 5 aprile, e il comandante di questa mandò avanti un trombettiere per annunciare l'intenzione delle truppe di passare amichevolmente. Tuttavia, un tale Giuseppe Macchia fucilò e uccise il trombettiere, scatenando l'ira dei francesi. Infatti le truppe, per vendicarsi, uccisero 83 montronesi, fra cui il parroco Giovanni Battista Cacciapaglia, e saccheggiarono il palazzo marchesale dei Bianchi-Dottula (dove si era arroccato il luogotenente borbonico Giambattista De Cesari, che fu costretto a fuggire). La confusione generale scatenò inoltre una rissa tra cannetani e montronesi fra le campagne, e alcuni cittadini ne approfittarono per aggiungersi al saccheggio del palazzo marchesale; anzi, sembrerebbe che al saccheggio parteciparono più gli stessi montronesi che i francesi. Con il ritorno dei Borbone fu innalzata una croce a memoria dell'eccidio.
Successivamente alla conquista francese, a Montrone cominciò a diffondersi il desiderio di liberarsi di alcune tasse imposte dalla famiglia feudataria. La questione si evolse a favore dei cittadini per via degli sviluppi storici in Italia, poiché nel 1806 Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, abolì la feudalità. Da questo momento in poi avrà inizio lo sviluppo edilizio del paese fuori dalle mura del vecchio borgo. Tra il 1815 e il 1820 il territorio di Bari soffrì il brigantaggio delle truppe, logorate dalla guerra. In questa occasione il marchese Luigi de Bianchi Dottula fu tra quelli ad aiutare maggiormente il comune di Bari, donando 1200 ducati.
Ottocento Figlio dei marchesi Luigi e Francesca fu Giordano de Bianchi Dottula, che succedette al padre come marchese, dopo la sua morte nel 1821. Giordano fu un letterato e politico italiano, noto per antonomasia come "Marchese di Montrone", e fu anche Intendente di Bari. Tuttavia, pur essendo un apprezzato autore di prose e un ottimo intendente, è probabile che non fosse così gradito ai montronesi come feudatario. A testimonianza di ciò, nel 1848 - dopo solo due anni dalla sua morte - abbiamo testimonianza di un'azione legale. Luigi Gaetani, suocero di Giordano, fece causa - in qualità di tutore dei figli minorenni di Giordano, Luigi e Francesco, che avevano ereditato i possedimenti marchesali - a nove cittadini, fra cui il parroco Beniamino Landriscina, affinché ripagassero i danni dell'abbattimento "clandestino e criminoso" del frantoio che era stato costruito da Donato Maria de Bianchi nel 1742. Gli accusati, infatti, fra il 9 e l'11 aprile 1848 avevano distrutto il frantoio "per astio e per altre loro occulte ragioni", e perché sostenevano che esso non fosse di proprietà dei marchesi, ma dei cittadini, e che fosse stato usurpato ingiustamente. La conclusione della controversia non è nota, poiché Luigi Stangarone, che riporta questa vicenda, non era in possesso di documenti che ne trattassero.
In ogni caso, dopo Giordano la famiglia marchesale perse importanza. Suo figlio Luigi ereditò il titolo di Marchese, ma non fu mai in grado di esercitare i suoi poteri. Morì nel 1876.
Novecento Diversi montronesi parteciparono e persero la vita nella prima guerra mondiale; i loro nomi sono ricordati nel Monumento ai Caduti in Corso Umberto I. Nel 1915 nel paese vennero inaugurati l'acquedotto e la luce elettrica.
Storia di Canneto In antichità, il territorio di Canneto fu forse frazione e necropoli di Celia (odierna Ceglie), importante città della Peucezia. Lo attestano le diverse ceramiche ritrovate sul luogo che ad oggi siedono nei musei di Bari e Taranto
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