Biografia Giovinezza

Pierre-Auguste Renoir nacque a Limoges, nella regione francese dell'Alta Vienne, quarto di cinque figli. La madre, Marguerite Merlet, era un'umile operaia tessile, mentre il padre, Léonard, era un sarto. Si trattava dunque di una famiglia di modestissime condizioni, e l'ipotesi secondo la quale i Renoir fossero di origini nobili - promossa dal nonno François, un orfanello allevato illo tempore da una zoccolaia - non godeva di grande popolarità in famiglia. Non a caso, quando François morì nel 1845, papà Léonard - allettato dalla speranza di un salario sicuro - si trasferì con la famiglia a Parigi, stabilendosi al n. 16 di rue de la Bibliothèque, a poca distanza dal museo del Louvre. Pierre-Auguste non aveva che tre anni..

All'epoca l'assetto urbano di Parigi non era stato ancora stravolto dalle trasformazioni operate dal barone Haussmann, che alle strette viuzze della città storica sovrappose, a partire dal 1853, una moderna maglia di scenografici boulevard e di grandi piazze a forma stellare. La viabilità parigina era dunque quella, minuta e frammentata, di origine medievale, e nelle strette viuzze che si irraggiavano dal palazzo delle Tuileries (distrutto durante la Comune) i bambini si riunivano per giocare insieme all'aria aperta. Pierre-Auguste - «Auguste» per la mamma, che odiava l'impronunciabilità di «Pierre Renoir», nome con certamente troppe erre - in effetti trascorse un'infanzia lieta e spensierata, e quando iniziò a frequentare le elementari presso i Fratelli delle scuole cristiane rivelò due inaspettati talenti. Innanzitutto possedeva una voce dolce e melodiosa, tanto che i suoi insegnanti premevano affinché passasse nel coro della chiesa di Saint-Sulpice, sotto la guida del maestro di cappella Charles Gounod. Il Gounod credeva fermamente nelle potenzialità canore del ragazzo e, oltre ad offrirgli lezioni gratuite di canto, arrivò persino a prodigarsi affinché entrasse nel coro dell'Opéra, uno dei maggiori enti lirici del mondo..

Il padre, tuttavia, era di un altro avviso. Quando pioveva, il piccolo Pierre-Auguste per ammazzare il tempo rubava i suoi gessetti da sarto e con essi dava libero sfogo alla sua immaginazione, disegnando familiari, cani, gatti e altre raffigurazioni che continuano tuttora a popolare le realizzazioni grafiche dei bambini. Papà Léonard da una parte avrebbe voluto sgridare il figliolo, ma dall'altra notò che il piccolo Pierre con i suoi gessetti dava vita a disegni molto belli, a tal punto che decise piuttosto di informare la moglie e di comprargli quaderni e matite, nonostante il loro costo, molto elevato nella Parigi dell'Ottocento. Quando quindi Gounod faceva pressioni sul piccolo affinché entrasse nel coro liturgico, Léonard preferì declinare la sua pur generosa proposta e incoraggiò il talento artistico del figliolo, nella speranza che diventasse un buon decoratore di porcellane, attività tipica di Limoges. Entusiasta autodidatta, lo stesso Renoir coltivò orgogliosamente il suo talento artistico e, nel 1854 (non aveva che tredici anni), entrò come apprendista pittore in una manifattura di porcellane, a rue du Temple, coronando così le ambizioni paterne. Il giovane Pierre-Auguste qui decorò porcellane con composizioni floreali, per poi cimentarsi con l'esperienza anche in composizioni più complesse, come il ritratto di Maria Antonietta: vendendo i vari manufatti a tre soldi al pezzo Renoir riuscì ad accumulare una buona somma di denaro, e le sue speranze di trovare un impiego presso la prestigiosa manifattura di Sèvres (questa era la sua massima ambizione in quel momento) erano più palpabili e vive che mai.

Primi anni da pittore Gleyre

Non tutto però andò rose e fiori: nel 1858, infatti, la ditta Lévy dichiarò bancarotta. Rimasto senza lavoro, Renoir si ritrovò costretto a lavorare in proprio, aiutando il fratello incisore a dipingere stoffe e ventagli e decorando un café a rue Dauphine. Nonostante di questi lavori non ci rimangano più tracce, sappiamo che Renoir godette di una grande popolarità, e in questo certamente fu agevolato dalla versatilità del suo talento e, soprattutto, dal suo innato gusto per tipi artistici che risultassero naturalmente accattivanti per il pubblico, che in effetti approvò sin dagli esordi le sue opere. Si fece apprezzare anche quando dipinse soggetti sacri per il mercante Gilbert, fabbricatore di tende per missionari presso il quale aveva trovato momentaneamente impiego.

Renoir, seppur allietato da questi successi, non riposò mai sugli allori e continuò imperterritamente a studiare. Nelle pause, infatti, era solito passeggiare per le sale del museo del Louvre, dove poteva ammirare i lavori di Rubens, Fragonard e Boucher: del primo apprezzava molto la maestrìa nella resa degli incarnati, altamente espressivi, mentre gli ultimi due lo affascinarono la delicatezza e la fragranza della materia cromatica. Sin dal 1854, d'altronde, frequentava i corsi serali dell'École de Dessin et d'Arts décoratifs, conoscendo in quest'occasione il pittore Émile Laporte, il quale lo sollecitò a dedicarsi alla pittura in modo più sistematico e continuativo. Fu in questo periodo, infatti, che Renoir maturò la convinzione di diventare pittore, e nell'aprile 1862 decise di investire i propri risparmi iscrivendosi all'École des Beaux-Arts e, contemporaneamente, entrando nello studio del pittore Charles Gleyre.

Gleyre era un pittore che colorava di malinconie romantiche il classicismo di David» e che, seguendo una prassi ormai consolidata, accoglieva nel suo studio privato una trentina di studenti, così da sopperire alle vistose carenze del sistema accademico.. Renoir qui ebbe l'opportunità di esercitarsi nello studio e nella riproduzione di modelli viventi, nell'utilizzo della prospettiva geometrica e nel disegno. Egli, tuttavia, possedeva un tratto veloce, brioso, quasi effervescente, che mal si sposava con il rigido accademismo di Gleyre: Renoir, tuttavia, non se ne curava, e quando il maestro rimproverò la sua pratica di «dipingere per divertimento», egli ribatté sagace: «Se non mi divertisse la prego di credere che non dipingerei affatto». Fu questo un tratto distintivo della sua poetica, anche della maturità, che approfondiremo nel paragrafo Stile..

En plein air: Sisley, Bazille e Monet Al di là dei benefici che derivò dal discepolato con il Gleyre, per la maturazione pittorica del Renoir fu determinante soprattutto l'incontro con Alfred Sisley, Fréderic Bazille e Claude Monet, pittori che come lui trovavano inadeguata e mortificante la mera disciplina accademica. Sentendosi oppressi dalla claustrofobia degli atelier, il gruppo di giovani decise di seguire l'esempio di Charles-François Daubigny e, nell'aprile del 1863, decisero di recarsi insieme a Chailly-en-Bière, ai margini dell'incontaminata foresta di Fontainebleau, così da lavorare all'aria aperta, rigorosamente en plein air, con un approccio più diretto con la natura.

Nel 1864 Gleyre chiuse definitivamente il suo studio e, contestualmente, Renoir sostenne brillantemente gli esami all'Accademia, concludendo così il suo apprendistato artistico. Fu così che, nella primavera del 1865, si trasferì insieme a Sisley, Monet e Camille Pissarro nel villaggio di Bourron-Marlotte, trovando alloggio nell'accogliente locanda della mère Anthony. Importante fu l'amicizia con Lise Tréhot, donna che fece ingresso nell'autobiografia artistica del pittore assai prepotentemente: le sue sembianze sono infatti riconoscibili in moltissime opere del Renoir, come Lisa con ombrello, Zingara, Donna di Algeri e Parigine in costume algerino. Nel frattempo il pittore, afflitto da una situazione economica tutt'altro che florida, si trasferì dapprima presso l'abitazione del Sisley, e poi nell'atelier in rue Visconti di Bazille, dal quale ricevette ospitalità e appoggio morale. La convivenza fu molto felice e i due lavorarono alacremente, a contatto quotidiano. Ne sono testimonianza il ritratto che Bazille fece a Renoir (si tratta dell'immagine che figura nella sezione introduttiva della pagina) e il dipinto eseguito dal Renoir, ritraente Bazille al cavalletto intento a dipingere una natura morta.

Il sodalizio con Bazille, in effetti, fu fondamentale. Con lui, quando il sole era tramontato e la luce a gas era insufficiente per continuare a dipingere, iniziò a frequentare il Café Guerbois in rue de Batignolles, rinomato luogo di ritrovo di artisti e letterati. Durante le chiacchierate che si svolgevano al caffè i pittori, capeggiati da Manet e dal suo amico scrittore Émile Zola, maturarono il proposito di cogliere l'eroismo della società moderna, senza rifugiarsi nella raffigurazione di temi storici. In seno al Café Guerbois questo effervescente cenacolo di pittori, scrittori e appassionati d'arte elaborò anche l'idea di farsi conoscere come un gruppo di artisti «indipendenti», svincolandosi così dal circuito ufficiale. Pur aderendo ai propositi dei suoi amici, Renoir non disdegnò i Salon e nel 1869 vi partecipò con la Zingara. Grazie alle opportunità sociali offerte dal Café Guerbois, inoltre, Renoir ebbe agio di intensificare i suoi rapporti con Monet, con il quale stabilì un'intesa fervida, persino fraterna. I due, infatti, adoravano dipingere insieme, nel segno di una forte coincidenza tecnica e iconografica, spesso intervenendo sul medesimo motivo: celeberrima è la loro visita all'isola di Croissy sulla Senna, che visitarono e ritrassero nel 1869, lavorando fianco a fianco, dando vita così a due dipinti distinti (quello di Renoir è La Grenouillère).. Sempre al Café Guerbois, inoltre, Renoir conobbe Henri Fantin-Latour, pittore che in quegli anni stava stendendo un dipinto denominato Atelier de Batignolles nel quale vaticinò brillantemente la nascita del gruppo impressionista, che stava prendendo le mosse proprio in quel periodo.

L'Impressionismo Si trattò questo di un periodo durante il quale Renoir, seppur afflitto da una mancanza cronica di soldi, trascorse una vita gaudente e spensierata, nel segno della sperimentazione pittorica e della vita en plein air. La sua produzione artistica, tuttavia, subì una violenta battuta d'arresto nell'estate 1870, con lo scoppio della guerra franco-prussiana. Anche Renoir sfortunatamente fu chiamato alle armi e arruolato in un reggimento di corazzieri: in qualità di questo ruolo si recò dapprima a Bordeaux e poi a Vic-en-Bigorre, nei Pirenei, con il preciso compito di addestrare i cavalli (che gli venne assegnato nonostante non avesse praticamente esperienza in merito). Con la resa di Sedan l'artista fece ritorno a Parigi e, dopo essersi trasferito in un nuovo studio sulla rive gauche (quello vecchio era rischioso per via dei bombardamenti) si munì di un passaporto con il quale il «cittadino Renoir» fu ufficialmente autorizzato ad esercitare le arti in pubblico. Nonostante un breve accesso di dissenteria avuto durante l'esperienza militare, Renoir uscì praticamente illeso dal conflitto: ciò malgrado, questo per lui fu un periodo assolutamente funesto. Dal conflitto, infatti, scaturirono una situazione caotica e di disordine che, culminata con la drammatica esperienza della Comune di Parigi, certamente non contribuì ad agevolare i giovani artisti a trovare la loro strada: in effetti, la generazione di Renoir - che, amareggiato, si aprì a una vita disordinata, da bohémienne - non incontrò che ostilità e resistenze da parte della critica d'arte ufficiale. Per di più Renoir fu afflitto anche dal lutto di Bazille che, partito volontario nell'agosto del 1870, perì nella battaglia di Beaune-la-Rolande. Con la tragica morte di Bazille, il carissimo amico con il quale aveva condiviso i primi atelier, i primi entusiasmi e i primi insuccessi, Renoir fu scosso da violenti sussulti di rimpianto e di indignazione e sembrò distaccarsi definitivamente dalla giovinezza..