I dialetti italiani meridionali (o meridionali intermedi, o ancora alto-meridionali, nell'Ottocento noti anche con il nome di dialetti ausoni) costituiscono, nella classificazione dei dialetti d'Italia elaborata da Giovan Battista Pellegrini, una sezione del più ampio raggruppamento dei dialetti centro-meridionali in senso lato. (nella fattispecie per "dialetti" si intendono gli "idiomi contrapposti a quello nazionale e/o ufficiale", e non invece le "varietà di una lingua").
Secondo una classificazione ormai consolidata sin dagli ultimi decenni del XIX secoloG. Bertoni (1916), Italia dialettale, Milano, Hoepli, p. 152., il territorio dei dialetti alto-meridionali si estende dunque dall'Adriatico al Tirreno e allo Jonio, e più precisamente dal corso del fiume Aso, a nord (nelle Marche meridionali, al confine fra le province di Ascoli Piceno e Fermo)G. I. Ascoli (1882-85), L'Italia dialettale, in "Archivio glottologico italiano", 8, pp. 98-128., fino a quello del fiume Coscile, a sud (nella Calabria settentrionale, provincia di Cosenza), e da una linea che unisce, approssimativamente, il Circeo ad Accumoli a nord-ovest, fino alla strada Taranto-Ostuni a sud-est. Si tratta dunque di un vero e proprio continuum dialettale, se si eccettuano le piccole ma numerose isole linguistiche (o etno-linguistiche) alloglotte.
Considerato nel suo insieme tale territorio arriva ad includere otto regioni italiane, tre delle quali (Campania, Molise, Basilicata) per intero. Ad eccezione delle Marche meridionali e delle ex-enclavi pontificie di Pontecorvo e Benevento, si tratta di terre già appartenute al Regno di Napoli, la cui capitale costituì la culla della lingua napoletana (evolutasi fin dal medioevo a partire da un ristretto gruppo di antichi dialetti italo-meridionali di area campana, benché noti con il nome di volgare pugliese). Per contro, nel territorio dell'ex-Regno erano diffusi anche diversi dialetti classificati come italiani medianiB. Migliorini (1963), Parole Nuove. Appendice di dodicimila voci al "Dizionario moderno" di Alfredo Panzini, Milano, Hoepli, p. 177. (l'aquilano, l'amatriciano, il carseolano e il cicolanoSia la conca amatriciana che l'area del Cicolano sono territori storicamente abruzzesi e, solo dal 1927, con l'annessione del Circondario di Cittaducale alla nascente provincia di Rieti, sono stati inglobati nel Lazio.), oltre naturalmente ai dialetti meridionali estremi del Salento e della Calabria meridionale. Ad ogni modo i dialetti mediani, quelli meridionali intermedi e quelli meridionali estremi sono affini tra loro, tanto da costituire il cosiddetto raggruppamento centro-meridionale nell'ambito delle varietà italo-romanze.
Generalità
Il tratto principale che separa i dialetti alto-meridionali dai dialetti meridionali estremi è il trattamento delle vocali non-accentate (“atone”) finali: nei primi, tranne alcune eccezioni (come si dirà di seguito), esse subiscono un mutamento in /ə/ (vocale popolarmente definita “indistinta”), mentre ciò non avviene nel dialetti del Salento né in quelli della Calabria meridionale che costituiscono così i territori peninsulari del diasistema linguistico a vocalismo siciliano. A nord, questo stesso fattore forma anche il confine (sfumato e graduale in alcune aree limitrofe) coi dialetti mediani, che hanno sette vocali fonemiche accentate, e solo cinque non-accentate.
La presenza di un'ulteriore vocale (/ə/) nell'Alto Meridione implica un sistema fonemico diverso da quello salentino, calabrese e siciliano (in cui /ə/ è asistematica, o del tutto assente, e comunque di natura puramente fonetica).
Nei dialetti alto-meridionali il mutamento in /ə/ ("affievolimento"/"indebolimento") delle vocali non-accentate è sovente associato a complessi fenomeni morfologici, quali ad esempio la metafonesi.
I principali sottogruppi dei dialetti italiani alto-meridionali sono i seguenti: dialetti abruzzesi e marchigiani meridionali, comprendente l'Abruzzo (fatta eccezione per la porzione occidentale della provincia dell'Aquila), l'appendice nord-occidentale della provincia di Isernia fino a Forlì del Sannio, la parte costiera e collinare della provincia di Campobasso fino al torrente Sinarca in Molise, le frazioni settentrionali del comune di Sora nel Lazio meridionale e la provincia di Ascoli Piceno, fino al paese di Campofilone in provincia di Fermo e al fiume Aso nelle Marche; dialetti molisani, comprendente gran parte del Molise e le zone più settentrionali delle province di Benevento, in Campania, e di Foggia, in Puglia; questi ultimi in realtà sono considerati di transizione tra l'abruzzese e il pugliese; dialetti pugliesi centro-settentrionali, comprendente la stragrande maggioranza della regione Puglia (fatta eccezione per il Salento e per le zone rispettivamente più a nord e a ovest della Daunia); dialetti campani, comprendente la Campania (fatta eccezione per l'appendice più a nord della provincia di Benevento e per il Cilento meridionale), le zone più ad ovest della Daunia, in Puglia, e le porzioni meridionali delle province di Frosinone e di Latina, nel Basso Lazio (dialetti laziali meridionali), coincidenti più o meno con l'antico confine tra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie; dialetti lucani e calabresi settentrionali, comprendente la Basilicata e la maggior parte della provincia di Cosenza, in Calabria.
Tale classificazione è di tipo essenzialmente regionale, ma un altro filone di studio più innovativo (sviluppatosi a partire dagli ultimi decenni del Novecento) è invece orientato all'analisi delle isoglosse. In particolare, l'intero dominio meridionale intermedio risulta effettivamente ricompreso tra la linea Ancona-Roma (che però include anche molti dialetti mediani), la soglia messapica e una serie di isoglosse in Calabria (quali la linea Diamante-Cassano e la linea Cetraro-Cirò Marina). All'interno del dominio si distinguono invece la linea Cassino-Gargano (che separa in due unità il gruppo molisano) e la linea Salerno-Lucera (che taglia in due parti il gruppo campano).
Caratteristiche comuni La principale caratteristica fonologica che separa i dialetti alto-meridionali da quelli mediani e meridionali estremi è il mutamento in scevà /ə/ delle vocali non-accentate ("atone"). A nord della linea San Felice Circeo-Frosinone-Sora-Antrosano di Avezzano-L'Aquila-Campotosto-Accumoli-Pedaso, le vocali atone (non-accentate) sono periferiche, ossia pronunciate chiaramente; a sud di questa linea compare il fonema /ə/, che si ritrova poi fino ai confini con le aree basso-meridionali i cui i dialetti appartengono alla lingua siciliana, ossia alla linea Cetraro-Bisignano-Melissa. Solitamente però nelle aree più settentrionali immediatamente a ridosso della prima linea di confine la /-a/ finale di regola rimane: tale fenomeno si verifica ad esempio nelle Marche meridionali, come nel grosso della provincia dell'Aquila e nel Lazio meridionale. Lo stesso si verifica in alcune aree al confine con i dialetti meridionali estremi, come ad esempio ad Ostuni.
Esistono altri fattori alla base della separazione tra dialetti alto-meridionali e dialetto mediani (Avolio). Infatti alcuni dialetti della parte meridionale della provincia di Latina (Lenola, Minturno, Castelforte, Santi Cosma e Damiano) e della provincia di Frosinone (Coreno Ausonio, Ausonia, Sant'Apollinare, Sant'Ambrogio sul Garigliano), pur appartenendo al dominio meridionale, hanno caratteristiche peculiari sia nelle vocali accentate che in quelle non-accentate. Sono da considerarsi, dunque, meridionali i dialetti che presentino contemporaneamente i seguenti fenomeni.
Fonologia e fonetica Sistema vocalico romanzo comune, condiviso dalla quasi totalità dei dialetti romanzi, fatta eccezione per l'area meridionale estrema, la Sardegna e la Romania. Metafonesi, un fenomeno che distingue nettamente i dialetti mediani e alto-meridionali da quelli toscani. È il fenomeno per cui le vocali toniche é ed ó si chiudono in presenza di una -i od una -u finale, così come le vocali è ed ò si chiudono o dittongano. Casi di metafonesi sono, ad esempio nírə 'nero', rispetto a nérə 'nera', oppure buónə 'buono', rispetto a bbònə 'buona'. Indebolimento delle vocali atone che confluiscono nel suono indistinto ə (simile alla e del francese de, le e chiamato dai linguisti scevà). Tendenza a pronunciare in modo simile i suoni b e v in posizione iniziale, caratteristica comune mediano-meridionale che esclude la Toscana (ad esempio, vàrche 'barca' < BARCA, vàse bacio < BASJU, come vìne 'vino' < VINU). Sonorizzazione delle consonanti sorde dopo nasale e dopo l, caratteristica comune mediano-meridionale che esclude la Toscana (ad esempio, càmbe 'campo' < CAMPU, pónde 'ponte' < PONTE). Assimilazione progressiva dei nessi consonantici ND > nn, MB > mm, caratteristica comune mediano-meridionale, ma presente anche nell'area meridionale estrema (ad esempio, tùnne 'tondo' < TUNDU, palomma 'colomba' < PALUMBA). Palatalizzazione dei nessi latini di consonante + L, caratteristica comune anche alla lingua italiana (ad esempio, chiàve ' chiave' < CLAVE, fiòre 'fiore' < FLORE). Tendenza ad alterare la L nei nessi latini LT, LK, LD, LS, LZ (ad esempio, curtídde 'coltello', fàuze 'falso', dòce 'dolce').
Fenomeni generali Apocope degli infiniti, caratteristica comune mediano-meridionale (ad esempio, candà 'cantare', vedé 'vedere', accìde 'uccidere', còlche 'dormire') Metatesi di r (ad esempio, cràpe 'capra', prèta 'pietra'). Raddoppiamento fonosintattico, fenomeno che consiste nella pronuncia raddoppiata della consonante iniziale provocata da un monosillabo precedente, detto 'forte' (ad esempio, tu vuò 'tu vuoi', ma che vvuò 'che vuoi').
Morfologia Neutro di materia, fenomeno comune mediano-meridionale, che consiste nella presenza di un terzo genere accanto al maschile e al femminile, per i sostantivi che denotano sostanze ed il relativo articolo (ad esempio, lë sàlë 'il sale', distinto da glië rìtë 'il dito'). Ènclisi dell'aggettivo possessivo, fenomeno comune mediano-meridionale (ad esempio, pateme 'mio padre' o sòrete 'tua sorella'). Tripartizione dei dimostrativi, fenomeno comune anche alla lingua italiana, per cui si trovano, ad esempio, chiste / cusse 'questo', chìlle / quílle / cùdde / quiglie 'quello' e chìsse / cusse ddò / proppete cusse (fenomeno presente nella zona del barese) 'codesto'. Tipo più diffuso di condizionale presente in -ìa (ad esempio, mangiarrìa 'mangerei'); nell'apulo-barese, al contrario, il condizionale viene formato anteponendo al verbo all'infinito la forma "avésse a" o "jére a" a seconda della zona).
Sintassi Accusativo preposizionale, uso della preposizione a prima del complemento oggetto (ad esempio, salùteme à sòrete 'salutami tua sorella'). Impopolarità del futuro, sostituito dal presente indicativo o dalla forma avé a 'avere a'. Costruzione "andare + gerundio" per enfatizzare l'aspetto durativo dell'azione (ad esempio, che vvànne facènne? che stanno facendo (così in giro)?).
Lessico Il prospetto che segue. mette a confronto vocaboli napoletani, lucani centro-settentrionali e abruzzesi adriatici e centro meridionali, con l'intento di mostrare la sostanziale unità lessicale della lingua alto-meridionale. Come si vedrà, molte delle seguenti radici lessicali possono ricorrere anche in siciliano come peraltro in toscano/italiano.