Le lettere pastorali sono tre lettere paoline del Nuovo Testamento: la Prima lettera a Timoteo, la Seconda lettera a Timoteo e la Lettera a Tito.

Oggi la maggior parte degli studiosi ritiene che questi scritti non siano opera diretta di Paolo di Tarso, ma siano riconducibili a una tradizione a lui successivaBruno Maggioni, "Introduzione all'epistolario paolino" in "La Bibbia", Edizioni San Paolo, 2009..

Le tre lettere sono generalmente considerate come un gruppo per similarità di stile e contenuti e perché, a differenza degli altri scritti paolini, non sono indirizzate ad una Chiesa, o a un gruppo di Chiese, ma si rivolgono piuttosto a una singola persona. Sono inoltre chiamate pastorali perché in esse l'autore istruisce Timoteo e Tito nel loro compito di pastori di una chiesa.

L'espressione "Lettere pastorali" è comunque relativamente recente: è stata infatti utilizzata per la prima volta in Germania da Paul Anton nel 1753, mentre Cosma Magliano aveva precedentemente, nel 1609, raggruppato i tre scritti sotto il nome di Lettere pontificaliBernardo Boschi, "La formazione della Bibbia", Edizioni Studio Domenicano, 2011..

Contenuti Le lettere contengono una serie di disposizioni pratiche sulla guida delle comunità, che viene istituzionalizzata e definita nelle sue forme. A differenza delle altre lettere paoline, all'immagine del corpo di Cristo viene qui preferita quella della casa, con al vertice il vescovo e accanto a sé i diaconiGerd Theissen, "Il Nuovo Testamento", Carocci, 2003..

L'enfasi missionaria che caratterizza Paolo è inoltre qui meno presente: prevale infatti l'attenzione sui comportamenti necessari a garantire la rispettabilità dei ministri a capo delle comunità. In queste, in sostanza, la figura del capo carismatico cede progressivamente il passo a una direzione più istituzionaleAA.VV., Introduzione alle lettere di Paolo in Le lettere di Paolo, EDB, 2009.

Dibattito sull'autenticità Le lettere pastorali non furono incluse nel canone delle lettere di Paolo composto da Marcione (140 circa), e non esistono testimonianze che le citino prima del 170; a tale data risale anche il Canone muratoriano, che invece include le lettere. Possibili citazioni dalla seconda lettera a Timoteo sono comunque presenti in testi cristiani della prima metà del II secolo (Lettera di Policarpo ai Filippesi e Prima lettera di Clemente)."[...] the evidence from Polycarp (110-35) and I Clement (their use of language and casual quotations) suggests strongly that these letters were known and used by these early witnesses" in Philip H. Towner, The letters to Timothy and Titus, 2006.

La maggioranza degli studiosi moderni considera questi scritti opera di un autore diverso da PaoloAd esempio, gli esegeti dell'interconfessionale Parola del Signore Commentata sottolineano che "le lettere pastorali sono molto diverse - per stile, lingua e contenuto - dalle solite lettere che si attribuiscono con certezza a Paolo [...] la maggior parte degli studiosi ritiene oggi che le lettere pastorali siano state scritte intorno all'anno 100 d.C., non da Paolo né da un segretario, bensì da qualcuno a noi sconosciuto, il quale occupava nella Chiesa un posto di responsabilità e godeva grande stima" e il biblista agnostico Bart Ehrman evidenzia come oggi "la maggior parte degli studiosi ritiene che [le lettere pastorali] non siano state scritte da Paolo: il lessico utilizzato si allontana in maniera significativa da quello dell'apostolo, e altrettanto si può dire del contesto storico che presuppongono". (Parola del Signore Commentata, traduzione interconfessionale, Nuovo Testamento, LDC/ABU, 1981, p. 624; Bart Ehrman, Il Nuovo Testamento, Carocci Editore, 2015, pp. 280, 411, 415, 416, 417, 419, ISBN 978-88-430-7821-9. Cfr anche: Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 1168-1169, ISBN 88-399-0054-3.).. Le osservazioni avanzate riguardano, in particolare:Norman Perrin, The New Testament: An Introduction, pp. 264-265; Werner Georg Kummel, Introduction to the New Testament, pp. 371-384Un approfondimento su questa posizione è disponibile nel paragrafo The modern paradigm (The majority interpretation), in Philip H. Towner, The letters to Timothy and Titus, 2006. il vocabolario utilizzato, che differisce sensibilmente da quello delle lettere considerate autenticamente paoline: molte parole non sono mai usate nel resto del Nuovo Testamento e un insieme sostanziale di questo gruppo di parole non paoline è tipico degli scrittori cristiani del II secolo;«While statistics are not always as meaningful as they may seem, of 848 words (excluding proper names) found in the Pastorals, 306 are not in the remainder of the Pauline corpus, even including the deutero-Pauline 2 Thessalonians, Colossians, and Ephesians. Of these 306 words, 175 do not occur elsewhere in the New Testament, while 211 are part of the general vocabulary of Christian writers of the second century. Indeed, the vocabulary of the Pastorals is closer to that of popular Hellenistic philosophy than it is to the vocabulary of Paul or the deutero-Pauline letters. Furthermore, the Pastorals use Pauline words in a non-Pauline sense: dikaios in Paul means "righteous" and here means "upright"; pistis, "faith," has become "the body of Christian faith"; and so on.» Norman Perrin, The New Testament: An Introduction, pp. 264-265. lo stile, che non è quello movimentato e partecipato di Paolo, ma è invece molto più pacato e meditativo, più simile alla Lettera agli Ebrei e alla Prima lettera di Pietro che alla Lettera ai Galati o alla Lettera ai Romani;«Paul writes a characteristically dynamic Greek, with dramatic arguments, emotional outbursts, and the introduction of real or imaginary opponents and partners in dialogue. The Pastorals are in a quiet meditative style, far more characteristic of Hebrews or 1 Peter, or even of literary Hellenistic Greek in general, than of the Corinthian correspondence or of Romans, to say nothing of Galatians.» Perrin, op. cit. la situazione storica, che non è facile conciliare con quanto si conosce della vita di Paolo tramite le sue lettere o gli Atti degli Apostoli;«Paul's situation as envisaged in the Pastorals can in no way be fitted into any reconstruction of Paul's life and work as we know it from the other letters or can deduce it from the Acts of the Apostles. If Paul wrote these letters, then he must have been released from his first Roman imprisonment and have traveled in the West. But such meager tradition as we have seems to be more a deduction of what must have happened from his plans as detailed in Romans than a reflection of known historical reality.» Perrin, op. cit. la condizione della cristianità implicita nelle lettere pastorali sarebbe infine più evoluta rispetto alla Chiesa nascente descritta negli altri scritti paolini.«The arguments presented above are forceful, but a last consideration is overwhelming, namely that, together with 2 Peter, the Pastorals are of all the texts in the New Testament the most distinctive representatives of the emphases of emergent Catholocism. The apostle Paul could no more have written the Pastorals than the apostle Peter could have written 2 Peter.» Perrin, op. cit.

Gli esegeti del cattolico Nuovo Grande Commentario BiblicoRaymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 1168-1170, ISBN 88-399-0054-3. sostengono che "sebbene scritte da qualcun altro sotto il nome di Paolo, le pastorali non sono dei «falsi». Nell'ambito della tradizione filosofica greco-romana, la scrittura di lettere pseudonime era una consuetudine affermata da lungo tempo. [...] L'autore delle pastorali si è certamente ispirato agli scritti del suo maestro, Paolo, sebbene non sia certo che egli conoscesse tutte le sue lettere".

Alcuni studiosi sostengono comunque l'autenticità paolina delle lettere pastorali. Secondo questi autori, la diversità stilistica e di vocabolario non è tale da richiedere un diverso autore, oltre a potersi spiegare con una diversa autonomia dello scrivano che ha curato le lettere (poiché Paolo spesso non scriveva di suo pugno). Essi risolvono le difficoltà nel collocare gli eventi citati nella vita conosciuta dell'apostolo postulando una seconda prigionia a Roma o ipotizzando delle lacune nell'ordine di narrazione degli Atti degli apostoli. Inoltre, la collocazione della lettera in una fase avanzata della vita di Paolo, secondo questi autori, spiega la crescente organizzazione delle comunità cristiane e il diffondersi di nuove correnti di pensiero. Infine, alcuni biblisti hanno messo in discussione la prassi stessa delle analisi stilistico-statistiche applicate al corpus paolino: questo tipo di analisi, in altri casi proficua, non è a loro avviso applicabile con profitto a un campione tanto esiguo di parole e di frasiApprofondimenti sono disponibili in AA. VV, Le lettere di Paolo, EDB, 2008 e nel paragrafo The traditional paradigm and its status today (The minority interpretation), in Philip H. Towner, The letters to Timothy and Titus, 2006. Si vedano anche i recenti commentari tecnici sulle Epistole Pastorali di George W. Knight (NIGTC, Eerdmans, 2013) e di Robert W. Yarbrough (PNTC, Eerdmans, 2018).Lo specialista di Nuovo Testamento Stanley E. Porter, riguardo all'affidabilità degli studi stilistico-statistici sui testi neotestamentari, afferma: "The methods used to determine authorship are almost as varied as those scholars doing the calculations, with very little control on what criteria are being used and what would count as an adequate test of the method. Furthermore, despite the appearance of scientific accuracy, as Neumann’s study illustrates one must still interpret the results" (Stanley E. Porter, “Pauline Authorship and the Pastoral Epistles: Implications for Canon,” Bulletin for Biblical Research 5, 1995, p. 110).

Il biblista e teologo tedesco Eckhard J. Schnabel, nel saggio "Paul, Timothy, and Titus: The Assumption of a Pseudonymous Author and Pseudonymous Recipients in Light of Literary, Theological, and Historical Evidence" (in Do Historical Matters Matter to Faith: A Critical Appraisal of Modern and Postmodern Approaches to Scripture, a cura di James K. Hoffmeier e Dennis R. Magary, Crossway, 2012, pp. 383-404, ISBN: 9781433525711), presenta nove osservazioni a sfavore della pseudonimia, fra cui un campione troppo esiguo di versetti nelle Pastorali da poter permettere analisi comparative statistiche, la fallacia di una concezione esclusivamente binaria della paternità (Paolo vs non-Paolo), e il peso maggiore del giudizio stilistico sul greco paolino dei Padri greci rispetto a quello dei moderni studiosi. Schnabel conclude: "As the evidence that has been surveyed demonstrates, there are good reasons to accept the Pauline authorship of these three letters" (p. 403)..