Leggi () è il titolo dell'ultima e più lunga opera di Platone. Rimasta incompiuta, fu pubblicata postuma dal discepolo Filippo di Opunte, che la divise in dodici libri e ne aggiunse uno finale, l'Epinomide.Diogene Laerzio III 37.
In questo dialogo, in cui non compare più il personaggio di Socrate, Platone allarga la propria prospettiva dalla singola città all'ordine divino presente nel cosmo, del quale l'ordine politico è solo una parte più piccola e subordinata. Inoltre, viene generalmente riconosciuto alle Leggi il tentativo di proporre un modello politico più aderente alla realtà. Secondo il filosofo, è di fondamentale importanza evitare il conflitto tra le classi sociali, e proprio a questo fine hanno un ruolo fondamentale le leggi di uno Stato. Esse hanno una duplice funzione:
costrittiva, cioè prescrivono quale debba essere la condotta migliore per un buon cittadino; educativa, cioè educano i giovani che saranno i cittadini futuri.
Platone sostiene che vadano istituite anche sanzioni, che devono essere viste come uno strumento atto a correggere gli errori commessi dall'individuo. Le leggi sono intese come esplicitazione dell'intelligenza, rendendo manifesta la continuità con quanto affermato nei dialoghi della vecchiaia (in particolare nel Parmenide, nel Teeteto e nel Sofista).F. Adorno, Introduzione a Platone, Bari 1978, p. 217. D'altra parte, però, la preminenza della legge sull'attività del politico allontana le Leggi dalle tesi esposte nella Repubblica e nel Politico: mentre nella produzione precedente il politico era sopra la legge, nel suo ultimo dialogo Platone lo pone come custode delle norme e dell'ordinamento giudiziario.
Il fondamento delle leggi Nelle Leggi il tema politico viene introdotto esplicitamente fin dalle prime battute, e il dialogo si presenta come una lunga esposizione delle norme che dovranno essere adottate in un'ipotetica città di nuova fondazione. Al corpus delle leggi è dedicata gran parte dell'opera, a partire dal Libro IV, quando Clinia annuncia ai compagni di viaggio il compito assegnatogli dai cittadini di Cnosso. I primi tre libri possono quindi essere considerati come un'introduzione al tema centrale del dialogo: in essi vengono affrontate questioni generali come le finalità che deve avere il legislatore nello scrivere le leggi (Libro I), la questione dell'educazione all'interno della città (Libro II), una digressione sull'origine dello Stato (Libro III).
Il compito del legislatore
Tre anziani uomini - un cretese di nome Clinia, lo spartano Megillo e un anonimo Ateniese (solitamente identificato con lo stesso PlatoneS. Poli, premessa a: Platone, Le leggi, Milano 2005, p. 40.F. Adorno, Introduzione a Platone, Bari 1978, p. 219.) - stanno percorrendo la strada che da Cnosso porta all'antro di Zeus, dove si trova il santuario della divinità. Sono all'inizio del loro cammino e l'Ateniese propone di allietare il viaggio con una conversazione «sulla costituzione dello Stato e sulle leggi», che potrà essere un interessante diversivo nei momenti di riposo all'ombra degli alberi.Leggi 625b.
Il dialogo si apre quindi con la domanda dell'Ateniese, che chiede ai due compagni quale sia l'origine delle leggi in vigore nei luoghi da cui provengono, Creta e Sparta. Entrambi rispondono che vengono considerate opera di un dio, e che il loro fondamento è la necessità di prepararsi alla guerra contro altre città.Leggi 626c. L'Ateniese però fa osservare che, come nel caso del singolo individuo è meglio vincere su sé stesso che sugli altri, così anche per la città è necessario che il legislatore faccia in modo che i giusti governino sui peggiori, mantenendo l'ordine e occupandosi anzitutto delle sedizioni interne. Il buon legislatore opera pensando non alla guerra ma alla pace, e ha come riferimento la virtù nella sua totalità, affinché la città sia governata secondo i beni umani (salute, bellezza, forza fisica etc.), i quali a loro volta richiamano i beni divini: prudenza, saggezza, giustizia e coraggio.Leggi 631b-d. I politici che hanno promulgato le leggi cretesi e spartane, invece, sembrano essersi comportati diversamente, cercando di formare cittadini che dimostrino coraggio in guerra.
L'Ateniese inoltre critica le leggi che proibiscono i simposi per impedire che l'intemperanza e l'abuso di alcolici creino disordini: ciò non succederebbe se, come ad Atene, il consumo di vino fosse regolato da un'usanza che impedisca agli uomini di lasciarsi andare e perdere il controllo. Le leggi spartane e cretesi su questo argomento sono troppo dure e proibiscono un comportamento che, se regolato da una buona educazione, non costituisce un danno ma anzi consente per un momento di esercitarsi nell'impudenza e acquisire così maggiore pudore e autocontrollo. Il simposio diventa quindi simbolo di una pratica paideutica che, educando alla virtù incanalando gli istinti irrazionali, mira a formare un cittadino esemplare, che oltre a essere coraggioso in battaglia rispetti la legge e all'occorrenza sappia comandare.F. Trabattoni, Platone, Roma 1998, p. 308-9.
L'educazione nella città
Il discorso sui simposi introduce un argomento più ampio, quello dell'educazione, che verrà ripreso nel Libro VII. L'educazione che viene impartita ai fanciulli consiste nell'orientare correttamente piaceri e dolori; tuttavia anche i buoni costumi possono corrompersi: per questo motivo gli dèi hanno deciso di alleviare la dura sorte degli uomini stabilendo delle pause, che coincidono con le feste in onore delle divinità, durante le quali è possibile lasciarsi andare.Leggi 653a-d. Inoltre, poiché è noto a tutti l'istinto che i giovani hanno per il moto e il ballo, risulta di centrale importanza l'arte dei cori, che insegna a danzare secondo ritmo e armonia, e quindi a riconoscere la bellezza del movimento e dei canti. Solo le cose belle giovano a chi le fruisce, mentre chi apprezza cose malvagie ne viene corrotto. Distinguere le cose buone dalle cattive, tuttavia, non è facile, e il giudizio deve essere affidato a persone di comprovata virtù;Leggi 658e-659c quindi, una volta capito cosa è bene e cosa no, il legislatore dovrà costringere i poeti a comporre opere consone, che attraverso la piacevolezza della musica educhino correttamente i fanciulli.Leggi 660a. La musica, la danza e la poesia sono altri esempi di quei supporti irrazionali di cui l'educazione deve servirsi per condurre gli individui alla virtù.F. Trabattoni, Platone, Roma 1998, pp. 309-310.
Per questo motivo è necessario prevedere diversi tipi di cori, che corrispondono alle differenti età dei cittadini. Il primo sarà il coro delle Muse, composto da bambini, che canterà sulle cose di cui si è appena parlato; subito dopo viene il coro di Apollo, di cui fanno parte uomini di età inferiore ai trent'anni, che invocano il dio come testimone delle verità appena pronunciate; segue quindi un terzo coro di uomini tra i trenta e i sessant'anni, consacrato a Dioniso. Gli uomini che superano i sessant'anni infine, non potendo cantare o ballare a causa della vecchiaia, avranno il compito di narrare miti sui costumi della città, secondo l'ispirazione divina.Leggi 664c-d.
Prima di passare oltre, l'Ateniese indugia sul coro di Dioniso e sul consumo di vino durante i simposi, i quali devono essere riservati a uomini di quarant'anni: questi infatti, a causa dell'età, non sono propensi al canto e per questo motivo necessitano dell'ebbrezza per abbandonarsi alla musica.Leggi 666a-c. Cantando, essi sono in grado di riconoscere la regolarità di ritmi e armonie che distingue l'opera migliore e più bella, grazie alla quale proveranno innocui piaceri e di conseguenza sapranno condurre i giovani verso il pudore e la vergogna. Mantenendo una certa sobrietà nel bere, gli uomini trarranno solo giovamento: mentre l'eccesso riscalda gli animi e genera risse tra gli ubriachi, la moderazione fa sì che terminato il simposio gli uomini si ritrovino più amici di prima, e i sobri potranno essere da guida a chi non lo è.
L'origine dello Stato
Dopo aver discusso di cori e musica, l'Ateniese inizia un'analisi retrospettiva allo scopo di ricercare l'origine della legislazione. Egli narra che, quando vi fu il diluvio, gli unici a salvarsi furono gli uomini che abitavano le alture più elevate, popoli che vivevano di pastorizia e ignoravano la politica, la brama di guadagno e tutte le arti proprie di chi abitava le città vicine al mare. Questi sopravvissuti erano animati da spirito di benevolenza gli uni verso gli altri, e grazie all'abbondanza di pascoli la necessità di nutrirsi non costituiva un motivo di contesa.Leggi 677b-678d. All'epoca non vi erano quindi legislatori, né era in uso la scrittura, ma gli individui seguivano le norme previste dai costumi dei padri, e nei gruppi famigliari i vecchi ricoprivano il ruolo di comando. Gradualmente, però, questi primi piccoli gruppi si riunirono in comunità più grandi, si diedero un'organizzazione politica, scesero a valle per coltivare i campi e costruirono barriere contro le fiere. Tuttavia, il fatto di essere vissuti isolati gli uni dagli altri fece sì che ogni gruppo si identificasse in leggi e antenati differenti, e ciascuno considerava i propri costumi migliori di quelli degli altri.Leggi 680d-681b. Si arrivò così alla guerra di Troia. Scesi a valle, i troiani fondarono una città, la quale ben presto entrò in contrasto con altri Stati, dando origine a un lungo conflitto.
Dopo avere visto come sorge uno Stato, si passa ad analizzare gli eventi relativi alla storia di Argo, Micene e Sparta. In ciascuna di queste città i sovrani si accordarono con il popolo per garantire lo svolgimento della vita civile, e le tre poleis giurarono di aiutarsi reciprocamente in caso di bisogno. Uniti dai medesimi sacrifici e dalla stessa stirpe, le tre città ritenevano di costituire una potenza stabile e duratura, ma così non fu: vinte dalla brama iniziarono una cruenta guerra, che portò alla dissoluzione del patto.Leggi 683d-686b. La causa di ciò è individuata nell'ignoranza, che si esprime nella ricerca di un piacere contrario alla ragione: non è possibile affidare a persone stolte, incapaci di seguire il bene invece del male, compiti di governo. Al contrario, il buon legislatore deve essere una persona assennata e prudente, che ricerchi l'armonia:Leggi 689c-e. è infatti secondo natura che il saggio comanda sullo stolto.Leggi 690b.
Vengono quindi riconosciute due forme di costituzione da cui sono nate le altre: la monarchia e la democrazia. La prima ha il suo vertice nell'impero persiano, il quale per due volte si espanse e cadde in declino: la causa di ciò è stata la cattiva educazione di Cambise e Serse, che non furono in grado di governare e mantenere i territori conquistati dai padri, Ciro e Dario. Qui sta il merito della società spartana, che dà a tutti, ricchi e indigenti, la stessa educazione: non così è avvenuto per i sovrani persiani che, dopo aver acquisito il potere, hanno voluto per i propri figli un'educazione diversa dalla loro, più sfarzosa e quindi più debole.Leggi 695c-696b. Uno Stato che voglia salvaguardare la propria integrità deve quindi distribuire in modo corretto onore e biasimo, e dare la priorità alla temperanza, poi alla bellezza e ai beni del corpo, e infine alla ricchezza.Leggi 697a-c. Inoltre, un altro errore dei Persiani è stato l'aver tolto la libertà al popolo e inasprito il dispotismo, così che i governanti hanno finito per assecondare i propri desideri e non il bene comune. Presso gli Ateniesi è invece successo il contrario: abbandonando le vecchie leggi, i cittadini si sono sentiti completamente liberi, e ciò ha portato alla rovina.Leggi 699e.
Il nuovo Stato