Il Conte di Carmagnola è la prima tragedia di Alessandro Manzoni. Composta tra il gennaio 1816 e il dicembre 1819, fu pubblicata nel gennaio del 1820.
La vicenda editoriale non fu semplice: erano gli anni in cui la polizia austriaca aveva intensificato la censura e disposto la chiusura del Conciliatore. Manzoni, amico dei redattori del giornale, era tra gli autori che venivano guardati con sospetto. Giulio Ferrario, bibliotecario di Brera e funzionario imperiale, che era stato incaricato della pubblicazione del Conte, preferì rinunciare, cedendo l'opera al fratello Vincenzo, vicino all'ambiente romantico e stampatore del Conciliatore. Nel 1820 la prima tragedia manzoniana veniva quindi stampata dalla tipografia di Vincenzo Ferrario, a cura di Ermes Visconti.Immagini della vita e dei tempi di Alessandro Manzoni (a cura di Marino Parenti), Firenze, Sansoni, 1973, pp. 104-105; G. Tellini, Manzoni, Roma, Salerno, 2007, p. 90
La prefazione
La tragedia è dedicata all'amico Claude Fauriel ed è preceduta da una prefazione sulle unità drammatiche e sull'uso del coro che, non essendo legato allo svolgimento dell'azione, non può alterarla e, nel contempo, costituisce una parentesi lirica che dà voce ai sentimenti dell'autore togliendogli la tentazione di parlare per bocca dei personaggi, lasciando così separata la realtà storica dalle passioni e dalla fantasia del poeta. A questo proposito Manzoni osservò che necessariamente i personaggi storici di una tragedia pronunciano discorsi mai detti e compiono azioni mai avvenute.
Manzoni si scaglia contro le unità pseudoaristoteliche di tempo e di luogo che non aveva voluto seguire nella tragedia. Infatti le vicende del Carmagnola si estendono i sei anni e si svolgono a Venezia, in campo militare a Maclodio, in casa del conte e in prigione. Manzoni dimostra che queste unità sono arbitrarie, perché basate solo sull'idea che molte tragedie greche le prevedano (e quindi sul prestigio del teatro greco). Per giunta, Aristotele non le ha mai "teorizzate", limitandosi a dire che sono una tendenza.
Manzoni difende l'utilità della poesia drammatica, che era stata condannata anche da pensatori come Rousseau. Il filosofo era infatti convinto che non fossero morali in quanto rappresentavano azioni licenziose.
Quanto all'unico coro inserito nella tragedia, Manzoni sa che alcuni lo criticherebbero perché non è rappresentabile con gli strumenti moderni. Allora afferma che il suo coro è per la sola lettura. Per spiegare il motivo della ripresa di questo dispositivo del teatro greco cita Schlegel. Nel Corso di letteratura drammatica l'autore tedesco spiega che il coro è lo spettatore ideale perché produce quei pensieri mortali ispirati all'azione a cui sta assistendo. In questo, è sia genio nazionale che genio dell'umanità.
Argomento In questa tragedia Manzoni sottolinea, condannandole aspramente, le discordie italiane che impedivano l'unificazione della Patria, specificamente nell'ultima strofa della Battaglia di Maclodio:
Manzoni aggiunse anche alcune notizie storiche sull'argomento della tragedia; in tale introduzione sostenne l'innocenza del conte, smentita da recenti studi.
Trama Atto I Venezia, 1427. Nella Sala Grande del Palazzo ducale di Venezia, il Doge tiene una riunione con il Senato, annunciando che la congiura del duca di Milano ai danni di Venezia è sventata grazie alla cattura di un fuoriuscito. Viene chiamato a testimoniare il Conte Francesco Bussone ovvero il Carmagnola. Il Conte ha abbandonato la causa milanese, e ringrazia il Senato di averlo accolto a Venezia e promette di dare il suo aiuto per la guerra. Il legame di fedeltà viene rinnovato attraverso un discorso del Conte e la successiva votazione del Senato. Il Conte promette, attraverso le sue conoscenze, di informarsi sulle macchinazioni del duca di Milano, e il senatore Marco lo benedice e benedice la sua partenza.
Atto II Nel campo del Castello ducale di Milano, si confrontano i condottieri Carlo Malatesti e Angelo della Pergola. Parlano delle difficoltà avute nella battaglia di Maclodio a causa del fuoriuscitismo del Carmagnola, che tende insidie. Propongono varie tecniche di accerchiamento, e Della Pergola conclude che forse la cosa migliore è tenere a bada Carmagnola, per sfiancarlo. nella scena II appaiono Nicolò Piccinino "Fortebraccio" e il duca di Milano Francesco Sforza: le proposte per una nuova battaglia sono assai favorevoli e i soldati hanno ripreso vigore. Nella scena III Fortebraccio parla con un luogotenente, Torello, che gli annuncia l'esito favorevole della nuova battaglia verso i milanesi. Infatti il Carmagnola è asserragliato a Maclodio ed è in minoranza di forze.
Nelle successive scene, l'ambientazione si sposta nel campo veneziano: il Carmagnola si confronta coi condottieri Giovanni Gonzaga, Francesco Orsini, Nicolò da Tolentino e altri sul da farsi. Il Carmagnola agogna lo scontro finale contro i milanesi, poiché potrà dimostrare il suo valore a pro dei veneziani.
Intermezzo corale Il Coro descrive le vicende della battaglia e si lamenta del fatto che l'umanità è portata per natura a far la guerra e a compiere stragi di civili inermi.
Atto III La battaglia è vinta, il Commissario di Venezia si congratula col Carmagnola, il quale però dimostra di avere pietà dei vinti, e di non voler inseguire i residui dell'esercito per annientarli. Il Commissario inizia a diventare sospettoso, perché il Carmagnola aveva giurato davanti al Senato di seguire ogni comando del Doge. Giunge un altro Commissario, il quale insiste perché l'esercito veneziano non perda l'occasione di distruggere definitivamente le truppe milanesi. Ma il Carmagnola oppone un nuovo secco rifiuto, opponendo il perdono dinanzi alla vendetta. A questo punto il Conte viene arrestato e portato in prigione. Nella scena III nelle prigioni veneziane, il Conte avvia un dialogo coi prigionieri milanesi e con Pergola, il giovane figlio del condottiero Angelo.
Nel frattempo i due Commissari si riuniscono, e temono che il Carmagnola non abbia voluto sterminare i milanesi perché forse si è fatto corrompere con la promessa di alcuni castelli, e devono assolutamente denunciarlo al Governo perché si celebri un processo contro di lui.
Atto IV Nella Sala del Consiglio Ducale a Venezia, i senatori hanno un dialogo sulla vicenda della battaglia e sul Carmagnola. Il senatore Marco, che tanto aveva appoggiato il Conte, è pure confuso sulla sua azione. I senatori discutono sul concetto di Patria e sull'amore di Patria. Egli vorrebbe difendere il Conte perché agì per eccesso d'amor di patria, ma è in minoranza contro i senatori. Il dialogo lungo si prolunga nel ricordare le glorie e i trionfi di Venezia, e sulle minacce che la assalgono, non solamente i milanesi, ma anche i turchi. Per questo il Governo deve essere forte ed eliminare ogni tentativo di insubordinazione o di tradimento interno. Marco è prostrato, seppur riluttante, deve obbedire alla ragion di stato, e vota a favore della condanna del Carmagnola.
Il Conte nella sua tenda apprende dal Gonzaga la decisione del Senato, e stoicamente accetta il corso degli eventi.
Atto V Il Conte viene convocato di notte nella Sala del Consiglio, con il Doge e i Dieci Senatori. Il Doge rilegge la sentenza e chiede spiegazioni al Carmagnola, che si sente tradito dalla sua stessa patria. Un gruppo di guardie entra, e scorta via il Conte. La scena si sposta a casa del Conte, con Antonietta Visconti sua moglie e Matilde sua figlia: esse cercano di confortarsi disperate per aver appreso che il Conte è stato catturato e condannato dalla sua stessa Patria. Ma sono in trepidazione perché non hanno notizie di lui. Giunge il Gonzaga, il quale annuncia loro la condanna a morte irrevocabile del Conte. La disperazione è collettiva. La scena (la IV) si sposta nella prigione, dove il Conte medita sui suoi ultimi istanti di vita: egli vorrebbe rintracciare la moglie e la figlia, e passare il poco tempo che gli resta con loro. All'improvviso la porta si apre e giungono Antonietta e Matilde scortate dal Gonzaga. La commozione è collettiva per la famiglia riunita. Ma solo brevemente, perché immediatamente giungono delle guardie del Doge, che scortano via il Conte per mandarlo al patibolo. Egli affida la sua vita a Dio.
La tragedia
Il carme, secondo l'uso del tempo, è in versi endecasillabi: (È giunto il fin de' lunghi dubbi, è giunto, - Nobiluomini, il dì che statuito).
Per il coro Manzoni sceglie il decasillabo, molto martellante ed incisivo: (S'ode a destra uno squillo di tromba, - A sinistra risponde uno squillo).
Il soggetto trae ispirazione da vari testi, il più importante dei quali è l'ottavo volume della monumentale Histoire des républiques italiennes du moyen âge di Sismondi (1807-1818, il volume ottavo uscì nel 1809). Il 25 marzo 1816, scrivendo a Fauriel, Manzoni afferma di volergli dedicare l'opera, e di averne già versificato alcune scene. Aggiunge che l'amico potrà trovare informazioni su «François Carmagnola» «à la fin du huitième volume des Rep[ubliques] italiennes de Sismondi» (alla fine dell'ottavo volume dell'opera di Sismondi).Carteggio Manzoni-Fauriel (a cura di I. Botta), Milano, Centro Nazionale Studi Manzoniani, 2003, pp. 198-199 L'autore consultò inoltre le Vite de' famosi capitani d'Italia del LomonacoLa storia di Bussone è raccontata in F. Lomonaco, Francesco Bussone soprannominato il Conte Carmagnola, in id., Vite de' famosi capitani d'Italia, Milano, Stamperia della Storia Universale, 1804-1805, vol. III, pp. 1-52 (1805) e il capitolo XV della Storia di Milano di Pietro Verri (1783-1785).Per le fonti, cfr. G. Tellini, cit., pp. 92-97
Sempre nella missiva a Fauriel, infine, Manzoni lodava il teatro shakesperiano - al quale riservò grandi apprezzamenti nei Materiali estetici -, e spiegava all'amico di voler comporre un'opera realistica dal punto di vista linguistico, facendo parlare i personaggi in modo non artificiale e quanto più possibile conforme al vero. Il Manzoni tragediografo guarda anche al teatro tedesco di Schiller, Goethe e soprattutto all'opera "Lezioni sulla letteratura drammatica" di Schlegel.
Qualche incertezza c'è nella ragione del titolo. Francesco da Bussone, il protagonista della tragedia, era effettivamente detto Il Carmagnolanei documenti veneziani è sempre chiamato Conte di Carmignola, vedi AdS di Ve reg.11 Secreti e, pur essendo di umili origini, dal duca di Milano Filippo Maria Visconti era stato fatto conte ma di Castelnuovo Scrivia e non di Carmagnola, che apparteneva al marchesato di Saluzzo. È controverso se si tratti di una "svista" del Manzoni o invece di un ossimoro, in quanto Carmagnola, proprio pochissimi anni prima, era un canto rivoluzionario molto noto dei più accesi sanculotti. In questo modo il personaggio positivo della tragedia vedeva ribadito, nonostante il titolo di conte, il proprio carattere di derivazione popolare.
Francesco Bussone era un valente capitano di ventura, dapprima per il ducato di Milano e poi per i Veneziani, al soldo dei quali aveva vinto i suoi antichi padroni nella battaglia di Maclodio, nel 1427.
Secondo l'uso delle compagnie di ventura aveva lasciato liberi i prigionieri; i Veneziani sospettavano invece un tradimento e lo condannarono a morte.