Samādhi (devanāgarī: समाधि, letteralmente "mettere insieme", "unire con") è un sostantivo maschile sanscrito proprio delle culture religiose buddista e induista che definisce l'unione cosmica del meditante con un dio, o con l'oggetto della meditazione, e la sua conseguente liberazione (moksha) dai legami terreni.
Origine e significato del termine Il termine sanscrito samādhi deriva da saṃ ("insieme") rafforzato dalla particella ā + la radice verbale dha ("mettere").
La prima citazione del termine samādhi la si rileva nel Canone buddista«The earliest mention of samādhi is in the Buddhist Pali canon, where it stands for “concentration.” Buddhist authorities define it as “mental one-pointedness” (cittasya ekāgratā; see, e.g., Buddhaghosa's Aṭṭhasālinī 118). This is not, however, the sporadic concentration of the conventional mind, but the creative yogic process of abstracting attention from external objects and focusing it upon the inner environment. Slightly later than the Buddhist references is the mention of samādhi in the Bhagavadgītā (2.44, 53, 54) in the sense of one-pointedness as communion with the divine being». (Georg Feuerstein, Samādhi in Encyclopedia of Religion vol. 12, NY, MacMillan, pag. 8066) di poco posteriore è la sua menzione nella letteratura non buddista successiva alle Upaniṣad, la BhagavadgītāLa Bhagavadgītā fu infatti inserita nel ciclo epico del Mahābhārata intorno al III secolo a.C. divenendo un "classico" della letteratura religiosa "induista" solo a partire dal VII secolo..
Mircea Eliade nella nota nº 10 del VI paragrafo del II capitolo del suo testo Le Yoga, immortalité et liberté1954, Payot, Parigi; trad. it. Lo Yoga -Immortalità e libertà Milano, Rizzoli, 1997 evidenzia come:
Nelle altre lingue asiatiche il termine sanscrito samādhi è reso come: in pāli: samādhi in cinese 三昧 sānmèi; in giapponese 三昧 sammai o zammai; in coreano 삼매 sammae; in vietnamita tam muội; in tibetano ting-nge-'dzin;
Il samādhi nel Buddismo È nella letteratura buddista che si riscontra per la prima volta il termine samādhi:
Buddhaghosa lo indica come "concentrazione in un solo punto" (cittekaggatā, in Aṭṭhasālinī 302, ed. Pali Text Society p. 118). La Dhammasaṅgaṇī (15, ed. Pali Text Society p. 11), vale a dire il testo Abhidhamma di cui l'Aṭṭhasālinī di Buddhaghosa è il commentario, definisce la facoltà del samādhi come "stabilità della mente" (cittassa ṭhiti), "risolutezza" (avaṭṭhiti), "equilibrio" (o "non-distrazione: avisāhāra), assenza di disturbo (avikkhepa), calma (samatha), "condizione della mente imperturbata" (avisāhaṭamānasatā).
Georg FeuersteinOp.cit evidenzia come con ciò non si intenda la "concentrazione della mente ordinaria" quanto piuttosto la capacità yogica di astrarsi dall'esterno focalizzandosi sulla propria realtà interiore.
Alle stesse conclusioni definitorie, in ambito buddista, giunge Philippe Cornu:
Il samādhi corrisponde all'ultimo stadio dell'Ottuplice sentiero e quindi riassume tutte le pratiche meditative dei dhyāna oltre le quali si colloca l'obiettivo finale, il nirvāṇa.
Nel Buddismo il samādhi è frutto dell'unione della tecnica meditativa del śamatha ("dimorare nella calma", ovvero calmare la mente) con l'altra tecnica meditativa denominata vipaśyanā ("visione profonda") queste due pratiche vanno eseguite unitamente anche se una può procedere dall'altra:
Il samādhi nell'Induismo Il termine samādhi compare anche nella Bhagavadgītā, opera successiva al Canone buddista.
Georg FeuersteinOp.cit. evidenzia tuttavia un passo della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (Upaniṣad vedica collegata al Śukla Yajurveda) che sembra anticipare il termine e la dottrina relativa al samādhi denominato qui con il participio passato samāhita ("raccolto") indicante la concentrazione mentale.
Mircea Eliade evidenzia che se il samādhi è considerato una esperienza "indescrivibile" esso non è comunque univalente e viene indicato come
Note
Voci correlate Henosis Moksha Vihangam yoga
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