Le guerre di Parnaso è un trattato allegorico di Scipione Errico, pubblicato nel 1643.

Contenuto Libro primo

All'inizio del libro primo si ha una descrizione del Parnaso e successivamente inizia l'avventura di Apollo, il quale è deciso a trovare una degna sposa che lo aiuti nella reggenza del Parnaso. Poiché Giunone è già sposa di Giove e Venere di Vulcano, Apollo decide di sposare Pallade, nata dalla testa di Giove e regina di filosofi e scienziati in Atene. Apollo, re dei poeti, era molto felice di sposare Pallade, poiché in questo modo il regno dei poeti e quello dei filosofi avrebbero potuto unirsi sotto la reggenza dei due sommi sovrani.

Un anno dopo il matrimonio, venne mandato sul Parnaso un ambasciatore dei filosofi, Demostene, che comunicò ad Apollo e Pallade che a causa della mancanza della loro regina, i filosofi di Atene erano in continua lotta tra loro ed era necessario l'intervento della loro sovrana. Apollo e Pallade decisero di andare ad Atene ad appianare la situazione e Apollo lasciò la reggenza a Melpomene, l'unica Musa che aveva deciso di restare in Parnaso, mentre le altre si erano ribellate all'assenza del re, andando nei Cieli, e affiancandole come consigliere Traiano Boccalini, filosofo e uomo di politica.

Appena Apollo giunse ad Atene, ogni filosofo volle accoglierlo con dotte lezioni relative alla propria dottrina, ma anche con discorsi sull'arte poetica, per non sembrare ignoranti in materia. Tra questi filosofi vi era anche Aristotele che regalò ad Apollo un libretto, nel quale erano elencate le regole della buona arte poetica. Apollo lesse e rilesse il libretto e trovandolo illuminante deliberò che esso venisse mandato in Parnaso e divenisse legge per i poeti. Nel frattempo in Parnaso la situazione si faceva sempre più tesa, perché i poeti erano scontenti dell'assenza di Apollo e non volevano essere governati dal Boccalini che poeta non era. Tra l'altro colui che era al comando dei poeti, Giovan Battista Marino, di animo tumultuoso, aspirava a governare il Parnaso e Melpomene sapeva che l'obbligo all'utilizzo delle regole aristoteliche avrebbe definitivamente scatenato la guerra. Decise così di discutere la decisione di Apollo insieme a tutti i poeti in un Consiglio.

Durante l'incontro, il primo a prendere la parola fu Boccalini, il quale disse che sarebbe stato giusto accettare la decisione di Apollo poiché quest'ultima rappresentava la volontà del sovrano. Appena Boccalini finì di parlare, intervenne Ariosto, il quale affermò che se la decisione di Apollo doveva essere accettata per forza, non sarebbe stato necessario riunirsi: aggiunse inoltre che spesso i sovrani si lasciano influenzare da adulatori che, con i loro consigli, potevano apportare gravi danni ai sudditi. Ariosto continuò dicendo che se lo scultore non può imporre regole al pescatore e l'agricoltore non può imporne al soldato, è ingiusto che un filosofo decida le regole del poetare.

La discussione sulle regole di Aristotele turbò gli animi dei poeti, poiché ognuno voleva scrivere come meglio riteneva e non seguire le regole di qualcuno che non era poeta. Fu così che ognuno decise di scrivere le proprie regole e vennero pubblicati moltissimi libretti su quest'argomento. Marino colse al volo l'occasione per seminare discordia in Parnaso, dando ragione un po' ai poeti, un po' a Melpomene.

Avendo deciso di non eseguire l'ordine di Apollo, i poeti inviarono un ambasciatore ad Atene, per comunicare al re la loro presa di posizione. Il compito fu affidato all'Ariosto e il Marino decise di far riferire anche la scontentezza dei poeti nell'essere governati dal Boccalini. Giunto ad Atene, Ariosto ottenne udienza con Apollo il quale, sentite le ragioni dei suoi sudditi, decise di cambiare i compiti del Boccalini, ma disse anche che le regole di Aristotele erano giuste ed ingegnose e pertanto i poeti avrebbero dovuto aderirvi, senza storie. Costretti da una legge sovrana i poeti cominciarono a comporre utilizzando le regole aristoteliche, così Trissino compose L'Italia liberata e Tasso La Gerusalemme liberata. Soprattutto quest'ultima opera causò non pochi nervosismi tra i poeti contrari ad Aristotele, perché videro una così grande opera, realizzata nonostante l'utilizzo delle regole da loro considerate tanto offensive. Molti di loro cominciarono così a criticare l'opera, alcuni affermando che non era conforme ai precetti aristotelici, altri disprezzandola. Soprattutto il Marino, cominciò a prendere in giro il Tasso e ad elogiare l'Ariosto.

In Parnaso vi era anche un poeta spagnolo, Lope de Vega Carpio, il quale era fortemente contrario alle regole di Aristotele e riunito un gruppo di suoi connazionali, sostenne che Apollo era stato soggiogato dalla moglie e dai filosofi, suoi sudditi. In questa situazione di tensione, fu molto facile per lo spagnolo riunire intorno a sé altri poeti scontenti e deliberare che la legge sulla poesia venisse annullata finché non fosse stato inviato un nuovo ambasciatore da Apollo per fargliela abrogare. Lope formò una lega di 300 congiuranti che si riunì nel villaggio di Fitone e per la prima volta fece un sacrificio alla Licenza poetica, immolando una scimmia, simbolo di imitazione pedante e pedissequa. Dopo il sacrificio i poeti banchettarono e dopo aver finito si diressero verso Cirra, dove si trovava Melpomene, per comunicarle la loro scontentezza nell'essere costretti a dover seguire i precetti aristotelici. Lope presentò a Melpomene una lettera firmata da tutti i poeti nella quale era enunciato il loro stato d'animo e dove si affermava che lo stato di un regno era deciso in gran parte dallo stato d'animo dei sudditi. Dopo aver letto la lettera, Melpomene decise a malincuore di permettere ai poeti di soprassedere dalla regola fino a che non ci fosse stato un nuovo incontro con Apollo. Furono eletti ambasciatori Boiardo e Pulci.

Nel frattempo i poeti rivoltosi decisero di distruggere la città che aveva dato i natali ad Aristotele, Stagira, ed entrando di notte, cominciarono ad appiccare il fuoco e ad uccidere gli abitanti. Dopo una notte sanguinolenta, i poeti che non erano, per ironia della sorte, morti essi stessi nel fuoco, si diressero verso il tempio di Aristotele e cominciarono a bestemmiare e a distruggere la sua statua. Il Marino, che si trovava nel Mar Egeo, decise di cogliere al volo l'occasione dei tumulti e, in maniera infingarda, accorse in aiuto di Melpomene, offrendosi di andare a castigare i rivoltosi. Melpomene accettò l'aiuto e affidò al controllo del Marino mille poeti provenzali ed altri mille italiani.

Una volta giunto a Stagira, il Marino venne accolto dal suo amico Giovan Francesco Maia Materdona, il quale gli chiese di essere clemente con i rivoltosi di cui egli faceva parte perché avevano solo vendicato il loro onore. In cambio della sua benignità, offrivano a lui tutti i loro componimenti, affinché potesse servirsene. Il Marino, lusingato, accettò, ma obbligò i poeti ad allontanarsi immediatamente da Stagira.

Nel frattempo Boiardo e Pulci erano giunti ad Atene, ma le speranze di ottenere ciò che volevano vennero distrutte, poiché ad Apollo giunse la notizia di quanto accaduto a Stagira e ne fu molto adirato. I due poeti non solo non vennero accolti da Apollo, ma vennero anche costretti a restare ad Atene, senza poter ritornare in patria.

Libro secondo Preoccupato della situazione, Apollo decise di chiedere aiuto al Sacro Consiglio dei filosofi, formato da Platone, Alessandro Afrodiseo, Temistio, Averroè, Boccalini, Cicerone e Plutarco.

Il primo a parlare fu Temistio che propose di far bruciare in eterno i rivoltosi tra le fiamme del Flegetonte e di cancellare il loro nome dal libro dell'Immortalità. Dopo di lui parlò Cicerone, il quale disse ad Apollo che era necessario, prima di tutto, fare una distinzione tra filosofia e poesia; secondo Cicerone, la filosofia derivava dalla speculazione umana, e gli stessi filosofi, spesso inciampavano nelle loro dottrine, che si rivelavano errate o imprecise; la poesia invece, nasceva da una virtù divina e non innata e grazie ad essa si celebravano vizi e virtù, vita e morte, bene e male. Cicerone continuò pertanto affermando che se la filosofia era cosa umana e la poesia divina, non poteva certo un filosofo, decidere le regole del giusto poetare: per questo motivo, non ci si doveva meravigliare se i poeti si erano sentiti offesi nel dover seguire i precetti di un filosofo e se avevano distrutto Stagira, perché lo sdegno non ha termine o meta.

Dopo che Cicerone ebbe finito, Apollo si sentì offeso da ciò che aveva detto, perché non gli piacque il fatto che il filosofo avesse difeso le ragioni dei rivoltosi. Continuò allora Averroè, affermando che non si dovevano ammettere scuse per ciò che avevano fatto i poeti e che non vi era peggior peste in un regno, di un delitto impunito. Averroè continuò dicendo che se la punizione dei poeti avesse portato alla loro estinzione, non ci si doveva preoccupare perché filosofi, storici ed oratori sarebbero saliti volentieri in Parnaso a servire Apollo e la sua sposa. Appena Averroè ebbe finito, si cominciarono a raccogliere i voti: Platone, Cicerone e Plutarco dissero che a parer loro era meglio essere clementi con i ribelli e che se Apollo si fosse recato di persona da loro, avrebbe senza dubbio appianato facilmente le cose; Afrodiseo, Boccalini, Temistio e Averroè, invece, dissero che secondo loro bisognava mandare un esercito a castigare i rivoltosi e che la presenza di Apollo era più utile ad Atene che in Parnaso.

Dopo aver sentito le ragioni di tutti, Apollo decise di mandare Averroè a capo di una spedizione punitiva in Parnaso e non appena il Pulci ed il Boiardo vennero a conoscenza dei fatti, inviarono subito una lettera al Marino per informarlo. Ricevuta la lettera, il Marino chiamò l'Ariosto, Bernardo e Torquato Tasso, il Vega, l'Ersilla ed il Guarini per discutere della questione. Il Marino propose di imbracciare le armi, ma l'Ariosto fu contrario alla scelta e siccome era un uomo molto rispettato ed amato, la decisione del Marino si sciolse ed i poeti deliberarono che ognuno proteggesse la propria salute autonomamente.

Il Marino andò quindi a Pindo per chiedere aiuto ai Druidi, che avevano molta influenza in Parnaso, per cercare di far cambiare idea all'Ariosto. Il capo dei Druidi però rispose che non avrebbero potuto aiutarlo, sia perché non conoscevano affatto l'Ariosto e pertanto non avrebbero potuto intercedere presso di lui, sia perché non volevano inimicarsi Apollo. Dopo aver ascoltato questa risposta il Marino inveì contro i sacerdoti e andò via, minacciandoli di vendicarsi al più presto.

Nel frattempo Melpomene inviò una serie di lettere ad Apollo, pregandolo di non far intervenire Averroè, perché sarebbe senza dubbio riuscita a ridimensionare la situazione ed a far sì che i poeti seguissero i precetti aristotelici, ma Apollo non volle sentire ragioni e non appena Averroè giunse in Parnaso, moltissimi poeti fuggirono, primo tra tutti il Marino. Appena arrivò, il filosofo finse di non voler usare le armi, ma di voler semplicemente mettere in ordine le cose e fece giungere voce ai poeti fuggiti di tornare perché non avrebbe fatto loro nulla. Vedendo che i poeti non tornavano però, Averroè, adirato, decise di imprigionare Bernardo Tasso e Aristo, che erano tra i poeti rimasti in Parnaso. Nel vedere ciò Melpomene, amareggiata, decise di raggiungere le sorelle in Cielo e Averroè rimase l'unico Governatore del Parnaso e cominciò a condannare in contumacia i poeti ed a confiscarne i beni. Il Marino, vistisi confiscare i propri beni, decise di pubblicare l'Adone, un testo assolutamente contrario ai precetti aristotelici che vendette moltissime copie. Nel vedere questo Averroè mandò a riconoscere i beni del Marino, uno dei suoi più grandi nemici, Gaspare Murtola, che provvide a confiscarli.