Biografia Contesto familiare Gino Rossi nasce a Venezia, in Calle degli Orbi, il 6 giugno 1884 da Stanislao e Teresa Vianello. Il padre era factotum di Enrico di Borbone-Parma, conte di Bardi, che nel palazzo Vendramin Calergi aveva allestito un'enorme collezione di arte orientale (poi confluita nella raccolta del Museo di Arte Orientale allestito da Nino Barbantini all’ultimo piano di Ca' Pesaro). La madre, con la quale Rossi ebbe una conflittuale convivenza a partire dal 1913, era una donna di umili origini.

Formazione La famiglia organizza per il giovane Gino una formazione scolastica di prim’ordine, prima presso il Collegio degli Scolopi a Badia Fiesolana, dove frequenta “con lode e profitto” le prime tre classi del ginnasio (1893-1897) e poi al Regio Liceo Marco Foscarini di Venezia, dove è ammesso alla quinta classe ginnasiale. Egli tuttavia interrompe in anticipo il percorso di studi per dedicarsi alla pittura: a 14 anni comincia a prendere lezioni private da Vladimir Schereschewsky (1865, Brest Litovsk - 1943), pittore russo residente a Venezia a partire dal 1895.

La giovinezza Nel 1901, ad appena 17 anni, Gino Rossi perde improvvisamente il padre. Al 31 ottobre del 1903 risale il matrimonio a Mantova con Bice Levi Minzi, giovane di famiglia agiata anch’essa pittrice. Nel 1905 Rossi ottiene uno studio da pittore all’ultimo piano di Ca’ Pesaro, il cui precoce abbandono, tra 1905 e 1906, si crede dovuto ai primi viaggi nei Paesi Bassi e forse in Francia, di cui si trova traccia in alcuni titoli di suoi dipinti. Ancora nel 1907 si ipotizza un viaggio, questa volta a Parigi, durante il quale Rossi fece presumibilmente visita al Salon d'Automne, dove fu organizzata per quell’anno la retrospettiva di Gauguin.

Al 1908 risale la sua prima partecipazione alle mostre giovanili organizzate a Ca’ Pesaro da Nino Barbantini, le quali fecero inizialmente da anticamera alla Biennale, per poi tramutarsi in suo contraltare. All’edizione del 1908 Gino Rossi partecipò con due opere: il disegno Gladia e l’acquaforte Donne a Parigi. A partire da questa mostra, la presenza di Gino Rossi a Ca’ Pesaro fu continuativa fino al drastico peggioramento delle sue condizioni fisiche risalente alla metà degli anni Venti.

Tra 1909 e 1910 Rossi intensifica i viaggi in Francia ed in particolare in Bretagna, per rientrare in Italia solo occasionalmente, consegnando all’amico e pittore Ernesto del Gian le opere realizzate per le esposizioni a Ca’ Pesaro. Quelle del 1910 furono Fanciulla del fiore, Il muto e Case a Burano.

Tra 1910 e 1911 Gino Rossi stringe la longeva amicizia con il collega Arturo Martini, che diventerà una presenza costante nella sua vita e suo principale compagno di viaggio; sono anni di scambio e dialogo, costellati da incontri a Treviso presso l’Osteria Colonna, dove si ritrovavano pittori come Arturo Malossi, Ascanio Pavan, Bepi Fabiano.

Al 1911 risale la prima personale a Ca’ Pesaro, in occasione della quale Rossi presentò dieci dipinti tra cui La buona pesca, Barche in porto, Mestizia e Il vecchio villaggio.

Nel 1912, insieme a Martini ed alla moglie Bice, Rossi ritorna in Francia, dove è documentata la presenza di opere dei tre artisti al Salon d'Automne di quell’anno, accanto, tra gli altri, all’artista Amedeo Modigliani. Rossi vi partecipa con otto opere, tra cui Pescatori di Burano, Fanciulla di Bretagna e Case a Burano.

La separazione dalla moglie, la mostra del 1913 e altre esposizioni Nel 1913 la moglie lo abbandona, dopo essersi innamorata dello scultore Oreste Licudis. Il breve periodo di depressione successivo all’evento è interrotto da alcuni soggiorni sulle colline trevigiane, fonte di ispirazione per le opere di quegli anni, assieme alla nuova compagna Giovanna Bieletto. Con lei si trasferisce in maniera stabile a Burano, assieme alla madre. La convivenza coincide con una fase di gravi difficoltà economiche.

Il 18 maggio del medesimo anno viene inaugurata la mostra di Ca’ Pesaro, che rimarrà un’edizione tra le più memorabili del gruppo di artisti, per la qualità delle opere esposte e per gli accesi confronti critici che ne seguirono. Gino Rossi vi partecipa con 11 opere, una delle quali, Il vecchio pescatore, viene acquistata da Felice Casorati. Sono significative le parole di Boccioni in merito all’esposizione del 1913, rivolte all’organizzatore Nino Barbantini: "L’Esposizione di Palazzo Pesaro ha un’eco grandissima a Milano tra i giovani. Il suo fremito di giovinezza aumenta in tutti l’impeto che farà tra qualche tempo crollare la monumentale imbecillità artistica italiana."

Nel marzo del 1914 partecipa alla Seconda Esposizione Internazionale d’arte della “Secessione” presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, assieme a Martini. Con lo stesso amico e sempre a Roma partecipa alla Mostra libera futurista internazionale di aprile, presso la Galleria Giuseppe Sprovieri. A quest’occasione risale l’amicizia con Umberto Boccioni, che nel 1915 gli invia una copia del proprio libro Scultura pittura futuriste da cui Rossi trarrà nuove importanti suggestioni.

Sempre nel 1914 viene rifiutata dalla giuria la sua partecipazione alla Biennale di Venezia, mentre per le polemiche dell’anno precedente salta anche l’organizzazione della mostra di Ca’ Pesaro. Tali motivi spingono Martini e Rossi ad organizzare l’Esposizione di alcuni artisti rifiutati alla Biennale veneziana, inaugurata a giugno presso l’Hotel Excelsior al Lido. Rossi vi partecipa con cinque paesaggi e quattro disegni, raccogliendo apprezzamenti dalla critica più progressista.

Dopo aver trascorso i mesi estivi e autunnali in Toscana, a dicembre parte per l’ultimo suo viaggio a Parigi, assieme a Martini. In quest’occasione il rapporto tra i due artisti peggiora, fino ad un’aperta rottura che non verrà mai appianata.

Nel gennaio del 1915 rientra a Venezia ed inizia a collaborare con la rivista I Pazzi, nata nell’ambiente di Ca’ Pesaro e di cui uscirà tuttavia solo il primo numero. Partecipa all’Esposizione di bozzetti di artisti veneziani presso l’Albergo Vittoria. Con la compagna Giovanna Bialetto si stabilisce a Ciano del Montello, gravato da una drammatica situazione economica. A novembre partecipa alla prima Mostra d’Arte Trevigiana organizzata da Martini, con quattro disegni.

La chiamata alle armi Nel 1916 viene chiamato alle armi e assegnato alla X Compagnia dell’VIII reggimento dei bersaglieri, prima ad Arzignano e poi a San Pietro in Cariano, dove partecipa all’Esposizione d’Arte pro Mutilati con dodici opere. Questi dipinti rimarranno in deposito a Verona, salvandosi così dalle distruzioni belliche, a differenza dei disegni rimasti a Ciano del Montello.

A giugno 1917 viene mandato sul fronte del Carso, dove fu fatto prigioniero in seguito alla disfatta di Caporetto. Dopo un duro periodo di prigionia in cui patisce la fame, viene liberato il 5 novembre 1918, raggiungendo la madre e la compagna, profughe in Abruzzo.

“Nino mio ho sofferto tanta Fame (coll’F maiuscola) e, oltre a questa, tutte le sofferenze morali che soltanto la raffinata cattiveria dei germanici può inventare. Ho fatto i mestieri più pesanti, dall’Italia non ho mai ricevuto né una cartolina né un pacco.” (da una lettera di Gino Rossi a Nino Barbantini, senza data)

La convivenza con la madre e il ritorno a Ca’ Pesaro In questi anni Rossi vive a Noventa Padovana nell’abitazione della madre, salvo poi spostarsi successivamente a Crocetta. Nonostante la loro convivenza, il pittore mantiene con lei una relazione sempre conflittuale.

Anni dopo Gino tornerà a Ca’ Pesaro come parte della giuria di accettazione.

Nella sua permanenza a Noventa Padovana, si reca spesso a Padova grazie alla sua vicinanza, dove frequenta l’ambiente del museo diretto da Andrea Moschetti e dove stringe amicizia con Dario de Tuoni, fondamentale per l’aggiornamento sulle novità francesi.

Il suo contributo ritornerà alla Ca’ Pesaro con la partecipazione al rilancio delle mostre, coinvolgendo gli artisti trevigiani e pubblicando interventi polemici sulla stampa di Treviso.

Nonostante questi interventi e contributi, la sua situazione economica cade in un costante declino; per questo motivo, riceve aiuto in questi anni da Nino Barbantini, il quale lo sostiene mensilmente. Tale supporto si converte, poi, nell’opportunità di svolgere attività didattica presso la Scuola di Arti e mestieri di Crocetta del Montello.

Gode in questo periodo anche del sostegno economico e morale di Nino Springolo.

Nel biennio tra il 1923 e il 1924 Gino collabora alla fondazione della Corporazione Nazionale delle arti plastiche.

Nel 1925 viene invitato alla prima mostra del Novecento italiano da Margherita Sarfatti, una figura di rilievo durante tutto il secolo nel campo della critica d’arte europea. Nonostante ciò, rifiuta l’invito alla partecipazione, riferendosi al suo impegno come disegnatore per stoffe in una ditta veneziana. In realtà Rossi non aveva nessun lavoro, ma vagava solo per i boschi del Montello, privato anche dell’affetto della compagna Giovanna, trasferitasi in Emilia.

Internamento e morte Nella primavera del 1926 le condizioni psichiche del pittore precipitano, tanto da portarlo all’internamento nell’ospedale psichiatrico di Mogliano; verrà poi trasferito a Venezia ed infine a Sant’Artemio di Treviso, dove visse i suoi ultimi giorni, fino al 16 dicembre del 1947, quando si spense a causa di un collasso cardiocircolatorio.

Già nel 1943 Felice Casorati, artista con il quale Gino consolida una forte amicizia rafforzata dalla reciproca stima, avrebbe ricordato con particolare affetto il suo collega veneto, con parole quali “il più lucido protagonista delle battaglie di Ca’ Pesaro, che con la sua pacata intelligenza sapeva tenere a freno l’irruenza del “proletario”.

La statura artistica di Gino Rossi è consacrata dalla retrospettiva sull’artista allestita alla XXIV Biennale di Venezia del 1948.

Stile e influenze artistiche Prima epoca: i primitivi e le influenze dei Nabis e di Gauguin Durante quella che può essere definita come la sua prima epoca artistica, Rossi privilegia le fonti dei primitivi, studiati al Museo Guimet nei primi viaggi in territorio francese. Pratica uno stile molto personale, con rigorose stesure à plat (pennellata piatta, stesa a mo’ di spatola) di grande efficacia rappresentativa.

A Parigi conosce direttamente le opere dei Nabis e di Gauguin, orientandosi verso la pittura sintetista bretone. È attivo in Bretagna nel corso del 1909, e qui assimila il linguaggio bretone, come evidente nei dipinti Primavera in Bretagna e Michel Carion marinaio.

Al suo rientro in Italia (occasione in cui consegna all’amico Del Gian tre opere per l’esposizione alla Ca’ Pesaro del 1910, La fanciulla del fiore, Il muto e Case a Burano) stringe l’amicizia che segnerà gran parte dei suoi viaggi e della sua vita artistica e privata, quella con Arturo Martini. Con lui frequenta l’Osteria alla Colonna di Treviso, dove si ritrovavano pittori come Arturo Malossi, Ascanio Pavan, Bepi Fabiano. Fu in seguito a questi eventi che a Burano si formò una colonia di artisti formata da Rossi, Bice Levi Minzi, Umberto Moggioli e la moglie Anna, Martini, Luigi Scopinich con la moglie Elsa Trefurth e in seguito Pio Semeghini; un gruppo che ha contribuito a dare figura alle tante attese e speranze dei giovani artisti del secondo decennio del Novecento.

Al 1911 risale la personale a Ca’ Pesaro, le cui opere esposte si mostrano già indipendenti rispetto alla maniera di Gaugin e più sensibili allo stile di Paul Serusier e Henri Matisse.

L’anno seguente Rossi è di nuovo in Francia, assieme alla moglie Bice e all’amico Arturo Martini, con i quali espone al Salon d’Automne. Gli otto quadri portati al Salon da Gino Rossi sono: Pescatori a Burano, Fanciulla di Bretagna, Sulla collina, Descrizione, L’uomo col cappello, Case a Burano, Studio, Vecchio pescatore.