La storia della CGIL inizia prima della sua diretta fondazione nel 1944 e vuole essere una continuazione ideale della preesistente Confederazione Generale del Lavoro, fondata nel 1906 e sciolta forzosamente dal fascismo.
Contesto storico Nella seconda metà del XIX secolo, molto in ritardo su altri paesi europei, anche nel Regno d'Italia - proclamato nel 1861 - si insediano, soprattutto in Lombardia, Piemonte e Liguria, le prime forme di industria moderna. L'Italia è un paese molto povero, ancora prevalentemente agricolo e, su circa 25 milioni di abitanti, solo un milione sa leggere e scrivere. Molti meno quelli che hanno il diritto di voto, disponibile solo in virtù del "censo". Una piccola minoranza di persone di sesso maschile, che dispone del reddito necessario, elegge i deputati al Parlamento.
L'invenzione di nuove macchine e la nascita della fabbrica provocano un massiccio esodo di contadini dalle campagne verso le città, dove si concentrano le industrie e determinano la formazione di due classi sociali: la borghesia industriale, che possiede i "mezzi di produzione” con i quali si accumula capitale, e il proletariato, che dispone solo della propria “forza lavoro".
È la nascita del capitalismo, che con la “rivoluzione industriale” cambia radicalmente il vecchio lavoro su base artigianale. Tendono a scomparire i vecchi mestieri e l'operaio svolge ora solo operazioni elementari e ripetitive, perde la conoscenza dell'intero ciclo produttivo, si riduce a merce che ha un prezzo come altre merci.
La nascita della realtà industriale italiana è anche caratterizzata da una scarsa tutela dei lavoratori e delle loro condizioni di lavoro che sempre in questo periodo portano a frequenti infortuni, inoltre i salari spesso non sono sufficienti a condurre una vita dignitosa. la prima legge organica sul tema risale al 1898.
Le società operaie di mutuo soccorso
Nascono così, e si diffondono rapidamente, le “società operaie di mutuo soccorso” che – sul modello delle vecchie corporazioni di mestiere – hanno lo scopo di fornire sussidi ai propri aderenti. I soci si autotassano per permettere a chi si ammala, o si infortuna, o alla famiglia di chi muore di poter attingere a un fondo comune. Ugualmente, si sviluppa il movimento cooperativo per combattere il carovita. Mettendosi insieme, si spuntano prezzi più bassi sui generi alimentari e altri beni di prima necessità.
Le condizioni di vita sempre più dure e il diffondersi anche in Italia delle idee socialiste portano gradualmente molte società di mutuo soccorso a trasformarsi in associazioni di resistenza. La cassa comune serve non più ai soli fini assistenziali, ma anche per sostenere le rivendicazioni dei lavoratori in lotta.
Nel 1872 a Roma, da un convegno nazionale delle società operaie e dei lavoratori tipografi, nasce la ”Associazione fra gli operai tipografi italiani”, che può considerarsi la prima federazione nazionale di categoria. Nello stesso periodo si trasformano in associazioni di tipo sindacale numerose altre società operaie, passando dalla concezione mutualistica a forme organizzate di resistenza e di lotta. Molte associazioni di mestiere, come i panettieri, i muratori, i ferrovieri e, soprattutto, i tessili sono impegnati in dure lotte contro le insopportabili condizioni di lavoro. Particolarmente significativa la lotta nelle fabbriche laniere del Biellese, culminata nel 1877 con lo sciopero di oltre cento giorni per respingere – con successo – la pretesa padronale di imporre regolamenti aziendali unilaterali. Nel 1884 braccianti e lavoratori della terra del mantovano sono protagonisti di grandi lotte per l'aumento dei salari.
Con l'affermarsi del movimento dei lavoratori si fa sempre più forte la spinta all'organizzazione e al coordinamento, unitamente alla richiesta di rappresentanza e di diritti sociali. Nel marzo 1891 a Piacenza nasce la Prima Camera del Lavoro, seguita a breve da Torino e Milano, che uniscono le diverse associazioni di mestiere.
La Rerum Novarum e i cattolici
Nello stesso anno il papa Leone XIII promulga l'enciclica Rerum novarum, che rappresenta per molti anni il punto di riferimento della dottrina sociale della Chiesa e da cui scaturisce, all'inizio del secolo successivo, il movimento sindacale cristiano.
Nel 1892 si svolge a Genova il congresso costitutivo del Partito Socialista Italiano, che dichiara le Camere del lavoro strumento di lotta sindacale dei lavoratori.
Le Camere del Lavoro
Nel 1893, al primo congresso nazionale delle Camere del lavoro, sono presenti a Parma dodici Camere del Lavoro e l'anno dopo sono già sedici le Camere del Lavoro costituite:Piacenza, Milano, Torino, Venezia, Brescia, Roma, Bologna, Parma, Padova, Pavia, Cremona, Firenze, Verona, Monza, Bergamo, Napoli.
Più lentamente, a causa dell'arretratezza del sistema industriale italiano, si formano le federazioni industriali. Dopo quella dei tipografi, si costituiscono quelle dei ferrovieri e degli edili, mentre la Federazione dei lavoratori agricoli e la FIOM (Federazione italiana operai metallurgici) si costituiscono nel 1901.
La fine dell'Ottocento
Nell'ultimo decennio del secolo, tuttavia, le classi dominanti tentano, con il governo Crispi, di reprimere con spietata durezza le mobilitazioni sociali che crescono in ogni parte del paese.
Nel 1891-1894 le lotte straordinarie in Sicilia contro il carovita e le tasse, dirette dal movimento dei Fasci siciliani – che riuniscono braccianti, pastori, contadini e lavoratori delle miniere – sono sconfitte da una feroce repressione che porta allo scioglimento delle organizzazioni operaie e socialiste e culmina nell'occupazione militare e nelle condanne inflitte da un tribunale militare.
E ancora nel 1898, a Milano, il generale Fiorenzo Bava-Beccaris stronca nel sangue la protesta popolare per l'aumento del prezzo del pane, ordinando di puntare il cannone sulla folla e provocando decine di morti e numerosi feriti.
Due anni dopo, a Monza, ”l'anarchico venuto dall'America” Gaetano Bresci intese vendicare le vittime di Milano uccidendo il re Umberto I, reo di aver premiato il generale per la sua azione.
L'ultimo grande tentativo di reprimere con la forza le crescenti lotte per il diritto all'organizzazione sindacale, l'aumento delle tariffe salariali e la riduzione degli orari di lavoro avviene nel dicembre 1900, con lo scioglimento della Camera del lavoro di Genova. Lo sciopero di protesta, proclamato dai lavoratori portuali, si estende immediatamente agli operai delle fabbriche e coinvolge tutta la città. Il decreto prefettizio di scioglimento viene revocato.
Il grande successo del primo sciopero generale contribuisce a determinare una profonda svolta politica in Italia. Le classi dominanti si accorgono che non è più possibile solo reprimere le rivendicazioni operaie e le forze più forcaiole e reazionarie vengono sconfitte. Si afferma così un nuovo blocco di potere guidato da Giovanni Giolitti, che si propone di favorire il dialogo con il movimento operaio.
I primi anni del nuovo secolo vedono, dunque, quale conseguenza delle dure lotte precedenti, un nuovo clima politico che, grazie anche a una fase di espansione economica, favorisce un notevole sviluppo del movimento sindacale.
Nascita della Confederazione Generale del Lavoro Nel congresso che si svolge a Milano dal 29 settembre al 1º ottobre del 1906 le Camere del lavoro, le Leghe e le Federazioni decidono di confluire in un'unica organizzazione e fondano la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL). Sono presenti all'atto di nascita delegati di quasi 700 sindacati locali, in rappresentanza di oltre 250.000 iscrittiDavide Conti, Alle radici del sindacato. La fondazione della CGIL. Le carte del congresso costitutivo del 1906, Ediesse, 229 pagine, 2010, ISBN 8823014743. Il primo segretario generale eletto è Rinaldo Rigola. Qui inizia, formalmente, la centenaria storia della CGIL.
La CGdL o Confederazione Generale del Lavoro Fin dall'inizio, la CGdL si configura come organizzazione basata sulla solidarietà generale fra lavoratori e non soltanto sulla rappresentanza di mestiere.
Un ruolo importantissimo, in questo senso, è esercitato dalle Camere del Lavoro: esse svolgono funzioni di unificazione della classe operaia e di coordinamento fra i sindacati, gestiscono il collocamento al lavoro e la formazione professionale (grazie anche ai sussidi erogati dalle municipalità), prestano assistenza nelle controversie di lavoro. Sono anche luoghi di educazione e emancipazione delle classi lavoratrici. Nelle Camere del Lavoro si insegna a leggere e scrivere e si organizzano biblioteche popolari.
Analogamente, la CGdL si caratterizza per una struttura fortemente centralizzata e - a differenza delle Trade Unions inglesi e dei sindacati tedeschi - l'idea di confederazione generale prevale su quella delle singole federazioni di categoria.
I rapporti con il Partito Socialista Italiano sono regolati da un accordo nazionale di collaborazione in cui si distinguono, almeno in teoria, le reciproche funzioni e autonomie.
Nel primo decennio del nuovo secolo si realizzano importanti conquiste nell'ambito della legislazione sociale e si affermano significative esperienze di contrattazione territoriale e nazionale.
Il governo Giolitti vara le prime leggi di tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, decreta l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, regola il riposo settimanale e impone il divieto del lavoro notturno in alcuni settori. Inoltre, riforma e implementa la Cassa nazionale invalidità e vecchiaia, primo embrione del futuro Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, (INPS). Si firmano i primi contratti collettivi di lavoro con le aziende o su base territoriale. Nascono le prime forme di rappresentanza sui luoghi di lavoro, le Commissioni Interne: i contratti aziendali alla Società Automobilistica Itala di Torino e alla Borsalino ne legittimano, poco dopo la nascita della CGdL, l'esistenza.
Nel 1908 viene siglato il primo contratto collettivo nazionale di lavoro, da parte della Federazione vetrai.
Parallelamente e in conseguenza del crescere dell'organizzazione sindacale, si formano le associazioni territoriali padronali fino alla nascita, nel 1910, della Confederazione Generale dell'Industria Italiana, la Confindustria.
Il cauto riformismo del governo Giolitti subì una brusca inversione di tendenza con la guerra di Libia (1911-1912). Nel segno di un nazionalismo aggressivo e reazionario, riprendono le repressioni poliziesche contro il movimento operaio. Importanti conquiste, quali il contratto nazionale dei vetrai e il riconoscimento delle commissioni interne, sono rimesse in discussione.
La CGdL – che tenta di opporsi alla guerra coloniale – è indebolita nel 1912 da una pesante scissione: gran parte dei sindacalisti rivoluzionari formano la Unione Sindacale Italiana, USI, che a sua volta subirà una scissione da parte dei sindacalisti “interventisti”, favorevoli all'entrata in guerra dell'Italia nel 1914.
La situazione peggiora con lo scoppio della prima guerra mondiale. La CGdL proclama manifestazioni contro la guerra in tutto il paese e appoggia il gruppo parlamentare socialista che non vota i crediti di guerra.
Quando l'Italia entra in guerra, viene decretata la “mobilitazione industriale”, le industrie di importanza strategica sono sottoposte a disciplina militare e viene abolito il diritto di sciopero. Anche la legislazione sociale introdotta nel periodo giolittiano è di fatto abrogata.
Su tutto, prevale l'enorme macello di milioni di giovani che insanguina fino al 1918 gran parte dell'Europa.
Alla fine della guerra, le tensioni accumulate durante il conflitto, le promesse ai combattenti non rispettate, l'inflazione spaventosa determinata dalla mancanza dei generi di prima necessità innescano una formidabile ripresa della conflittualità sociale e delle rivendicazioni sindacali.
Il biennio rosso