Il Movimento cooperativo (o cooperativismo) è costituito dall'insieme delle esperienze rappresentate dalle società cooperative e dai propri soci nella storia economica e sociale.
Storia I prodromi
Lo sviluppo della cooperazione è andato sin dalle origini di pari passo con la crescita economica, sociale e culturale dei soci cooperatori e di tutti gli individui coinvolti: è una storia di risposta a bisogni economici spesso intessuta di forti elementi valoriali. L'idea di un'impostazione economica genericamente cooperativistica ispirava già in tempi antichi forme di solidarietà e di lavoro collettivo presso società tribali: strutture sociali sopravvissute poi sino al 1600 in Europa, e talvolta ancora presenti in comunità alpine (come ad esempio in Trentino). In epoche più moderne, molti pensatori ipotizzarono forme sociali più giuste, a cominciare da Thomas More, autore di “Utopia“, precursore degli utopisti e inventore di una fantomatica isola immaginaria, regno della perfetta giustizia sociale e della massima saggezza politica. Ci furono tentativi di realizzare concretamente queste nuove società con la creazione di colonie, soprattutto nei nuovi territori americani. Agricoltori inglesi avviarono un mulino cooperativo già nel 1760 e nel 1815, sempre in Inghilterra, sorse un forno cooperativo; una prima cooperativa di produzione che pubblicava il giornale cooperativo “L'Europeo“, sorse in Francia nel 1831. Gli anni successivi furono pieni di nuove iniziative di cooperazione, in particolare in Germania, dopo il 1848, nacquero le Banche Popolari e le Casse Rurali, con lo scopo di far accedere al credito artigiani e contadini attraverso la raccolta dei risparmi, e, in Francia, furono istituiti gli Ateliers Nationaux, un tentativo di avviare esperienze di produzione controllate dai produttori. La prima vera cooperativa nacque nel 1844 a Rochdale, sobborgo di Manchester, in Inghilterra, per iniziativa di un gruppo di operai tessili che già allora diedero vita ad uno statuto, espressione degli obiettivi cooperativi, le cui finalità di fondo ancora oggi sono un punto di riferimento per milioni di cooperatori in tutto il mondo. Non si possono trascurare gli sforzi e il contributo fornito dalle associazioni dei lavoratori del periodo pre - industriale alla formazione delle “corporazioni” (di arte o di mestiere): queste difendevano il costo del lavoro e garantivano un'assistenza materiale e spirituale, arrivando perfino nei Comuni italiani a garantire una partecipazione attiva alla vita politica della comunità. Tuttavia, la corporazione era un'associazione chiusa, mirante a garantire la tranquillità economico - sociale dei membri, a danno degli altri, degli esclusi. La rivoluzione industriale è generalmente ritenuta il punto di partenza concreto delle ispirazioni che hanno favorito l'espansione del fenomeno cooperativo in senso moderno e pienamente compiuto: con l'avvento della rivoluzione industriale furono abbattute molte barriere, gli opifici diedero lavoro alla gente affluita nelle città dai villaggi; anche i bambini e le donne vennero inseriti all'interno di un processo produttivo che richiedeva scarse abilità e “semplice propensione alla fatica e all'obbedienza“; e, ancora, prodotti, che un tempo erano rari, divennero più accessibili per un pubblico sempre più vasto. Tuttavia, il venir meno delle corporazioni, l'instaurarsi di queste nuove tendenze, così come il diffondersi della libera concorrenza, giovarono essenzialmente alle classi abbienti e al ceto medio, mentre le classi lavoratrici si trovarono private di quei rapporti solidaristici che, pur non avendo mai garantito un vero benessere, avevano consentito un quieto vivere alla maggior parte degli artigiani e dei loro “aiutanti“. Così la rivoluzione industriale sembrò essere la causa che portò alla rovina numerosi artigiani, costrinse a lavori sempre più massacranti: in effetti, in alcuni luoghi e in alcuni momenti, i lavoratori furono sottoposti a condizioni di sfruttamento disumane. Allora, uomini di cultura realizzarono associazioni volontarie e i lavoratori più istruiti e coraggiosi costituirono società operaie o società di mutuo soccorso, che prevedevano il versamento settimanale di un contributo da cui poi gli associati avevano diritto ad un'assistenza reciproca, mutua, in caso di malattia, infortuni o morte. Da queste esperienze derivarono le prime forme di cooperazione, come ad esempio le cooperative di consumo, per procurarsi gli alimenti essenziali di qualità e a prezzi contenuti. Nella prima metà del XIX secolo dunque nasce l'idea di un'economia cooperativa, grazie anche alle proposte dei socialisti utopisti miranti a rendere accessibile anche ai lavoratori l'acquisizione dei mezzi di produzione, nel pieno rispetto di quei principi di legalità sui quali si fonda l'economia di mercato, ed infine attorno alla metà del secolo l'esperienza cooperativa acquistò la propria forma moderna e si diede i principi che sono ancora oggi rispettati.
Le prime cooperative
È il 1833 l'anno che vede l'apertura di un primo negozio cooperativo a Rochdale che però fallirà nel 1835; l'esperienza tratta da questo fallimento consentirà ad un gruppo di lavoratori tessili della stessa città (i Probi Pionieri) di riprendere in seguito l'iniziativa, con più successo rispetto alle altre tentate fino a quel momento. E così il 21 dicembre 1844 nasce la prima cooperativa di consumo che riuscì a resistere alla costante sfida dell'economia di mercato. La ragione strutturale dei fallimenti avuti prima di Rochdale va ricercata nel fatto che, in precedenza, le cooperative dei consumatori vendevano i generi a prezzo di costo, ma ciò significava non avere alcuna misura della propria efficienza, né alcuno spazio per investire, innovare ovvero, in qualche modo, ampliare la propria attività, così si trovavano costrette a chiudere. Da Rochdale in poi, invece, le cooperative iniziarono a vendere a prezzo di mercato, ovvero, ancora meglio, al prezzo migliore esistente sul mercato, a prezzi non gravati da rendite speculative e monopolistiche. A fine anno, l'avanzo di gestione veniva in parte accantonato per gli investimenti, in parte per vantaggi collettivi e quel che rimaneva veniva distribuito fra i soci, non in proporzione alle quote possedute, come avviene, di fatto, nelle società fondate sul capitale, ma in base agli acquisti messi in atto da ciascun socio presso la cooperativa (il ristorno). Il concetto, che sta a monte di questo sistema, consiste nel fornire al socio una restituzione di ciò che ha pagato in più rispetto al puro costo del prodotto, vale a dire un premio alla fedeltà dimostrata nei confronti della cooperativa. Da questo momento in poi, in cui la svolta dovette comprendere la migliore definizione dell'organizzazione economica, ma soprattutto ideologica del sistema cooperativo, iniziarono a diffondersi numerose iniziative in varie direzioni: il primo magazzino sociale all'ingrosso, le case cooperative, i giornali cooperativi, le società di previdenza e assistenza. L'aspetto fondamentale dell'importanza rivestita dai Probi Pionieri restò, comunque, il loro principio ispiratore: “lavorare non solo per sé, ma anche per gli altri, risparmiare, guadagnare e accumulare i profitti non per il soddisfacimento dei propri bisogni immediati, ma per quelli della comunità futura“.
In Italia
I vari governi italiani, fino alla metà dell'Ottocento, non hanno mai appoggiato particolarmente i progetti cooperativi ed anzi a volte emersero atteggiamenti perfino avversi. Le prime esperienze cooperative ebbero inizio con un decennio di ritardo rispetto all'Inghilterra e trovarono sviluppo soprattutto (se non esclusivamente) nel nord, dove operavano le Società Operaie e le Società di Mutuo Soccorso; dopo la promulgazione dello Statuto Albertino, la Società degli Operai di Torino apre la prima cooperativa italiana, il Magazzino di Previdenza (1854), per arrestare gli effetti di una grave carestia agricola ed il conseguente rincaro dei prezzi. Due anni dopo verrà costituita la prima cooperativa italiana di produzione e lavoro, l'Associazione artistico vetraria di Altare (Savona). Promosse da liberali e repubblicani mazziniani, le cooperative trovano vasto consenso e arricchiscono il movimento politico e sindacale di emancipazione dei lavoratori. La cooperazione viene considerata strumento di inserimento non conflittuale delle classi subalterne nello sviluppo economico, quindi utile all'intera organizzazione sociale. Altre iniziative interessanti nacquero a Firenze grazie all'attività di alcuni nobili e borghesi illuminati nel 1863 con la Società Cooperativa di Consumo per il Popolo e ancora, due anni dopo, a Como, dove nacque la prima cooperativa italiana con uno statuto modellato sui principi di Rochdale, redatto da Francesco Viganò, che ebbe la possibilità di girare l'Europa e conoscere le realtà già avviate negli altri paesi. Gli ultimi decenni del secolo, dopo l'unità d'Italia, sono decisivi, anche nel Bellunese iniziarono a sorgere piccole latterie e cooperative e grazie a don Antonio Della Lucia nel 1872 nasceva a Forno di Canale la prima Latteria Cooperativa d'Italia a "Sistema Svedese" e successivamente il 20 luglio 1888 ad Agordo si fondava per tutto l'Agordino la Federazione delle Latterie Agordine che assunse il compito di confezionare e smerciare il burro. Nel 1884 a Bologna nasce la "Società anonima cooperativa per la costruzione e il risanamento di case per gli operai in Bologna", tuttora esistente con il nome di "Cooperativa Risanamento". Negli anni successivi le iniziative si moltiplicarono ma solo nel 1893 tale fenomeno si concretizzò nella Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue. L'importanza e lo scopo della Lega è da ricercare nella capacità che, attraverso essa, ebbero le diverse imprese iscritte di far sentire la propria voce, le proprie ragioni e i loro interessi comuni in ambito nazionale, anche se i Governi conservatori di fine Ottocento si dimostrarono sospettosi verso qualsiasi esperienza che comportasse un ampliamento della democrazia.
La neutralità dello stato nelle controversie su questioni economiche tra operai ed imprenditori si affermò però ben presto con la vittoria in Parlamento del partito liberal – democratico di Giovanni Giolitti. Di certo il suo Governo portò ad avviare una rigogliosa esperienza cooperativa in Italia: la legislazione e l'atteggiamento assunto dal Governo Giolitti permisero una notevole crescita delle retribuzioni dei lavoratori, che finirono per disporre delle risorse necessarie per dare vita ad iniziative di cooperazione, tanto che, dal 1900 al 1921, il numero di cooperative esistenti in Italia passò da 2000 a 21500. Oltre a tale ispirazione di tipo laico – liberale, in Italia esistevano altre due culture, che ispirarono il cooperativismo in maniera differente, a volte creando delle separazioni all'interno del movimento: quella cattolica, nata a cavallo tra Ottocento e Novecento in Trentino (allora parte dell'Impero Austro-Ungarico) per opera di don Lorenzo Guetti, ove mise solide radici soprattutto nel campo delle cooperative di credito ed in quelle di consumo, ma che si diffuse in piccola parte anche a sud del paese, e prevalentemente attecchì su artigiani e contadini proprietari, e poi quella socialista, che fu attiva su diversi settori, ma in particolare su quello del consumo.