La sollevazione di cui Masaniello si fece capofila scaturì dall'esasperazione delle classi più umili per le gabelle imposte dai governanti sugli alimenti di necessario consumo, misura questa rientrante nel più ampio ventaglio di politiche economiche della Corona degli Asburgo di Spagna atte al sostentamento delle imprese militari nella logorante guerra dei trent'anni. Proprio per questo motivo, fintanto che fu in vita la sua non si configurò mai come una rivolta espressamente antispagnola e repubblicanada: Gaspare De Caro, Tommaso Aniello d'Amalfi, detto Masaniello, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 2, Roma, 1960: «un accordo con il governo, in cui fossero sancite le conquiste della rivolta, era il fine ultimo della rivolta stessa, giacché in nessun modo veniva messo in discussione il dominio spagnolo su Napoli»., come avrebbe voluto invece far intendere la prospettiva storiografica italiana dell'Ottocento che, ancora profondamente influenzata dai valori risorgimentali, vedeva in lui un patriota ribellatosi alla dominazione straniera..
Le cause degli eventi del luglio 1647 vanno ricercate nella complessa realtà politica, economica e sociale della Napoli spagnola della prima metà del Seicento. Questa situazione deve essere inquadrata nel più ampio contesto europeo, caratterizzato dalla forte rivalità tra Spagna e Francia, che includeva anche la tradizionale contesa per il possesso della corona di Napoli. Non a caso, il grido con cui Masaniello sollevò il popolo il 7 luglio fu: «Viva 'o Re 'e Spagna, mora 'o malgoverno» ("Viva il Re di Spagna, muoia il malgoverno"), riflettendo la consuetudine popolare dell’Ancien régime di cercare nel sovrano la difesa dalle prevaricazioni dei suoi sottoposti. Solo dopo la sua morte, la rivolta assunse connotazioni politiche e sociali espliciteSia a Napoli che a Palermo infatti « [...] la rivolta che iniziò come un sollevamento dovuto alla fame, assunse una connotazione politica favorita da alcuni appartenenti al ceto intellettuale e alla classe media e, in breve tempo, anche sociale...». In sp: ...la revuelta, que empezò siendo un motín de hambre, tomó un tinte político favorecido por algunos elementos de la intelectualidad y las clases medias y pronto se deslizó hacia el plano social. Da: Antonio Domínguez Ortiz, Historia de España. El antiguo régimen: los Reyes Católicos y los Austria (tomo 3 de la Historia de España diretta da Miguel Artiola), Alianza Editorial, Madrid, 1983 (IX edizione), pp. 391-392, tomo 3 ISBN 84-206-2042-4 (opera completa: ISBN 84-206-2998-7), di carattere antifeudale e antispagnolo« [...] dopo la morte di Masaniello l'insurrezione popolare assunse toni più radicali, mentre il "popolo civile" ne perdeva il controllo e sorgevano dalla plebe nuovi capi, come l'Annese, che chiamando alla lotta le popolazioni delle province diedero a essa un più largo respiro e un più preciso carattere antifeudale e antispagnolo, sino a proclamare la decadenza del dominio di Spagna e la costituzione della effimera Repubblica di Napoli...» da: Gaspare De Caro ibidem (Tommaso Aniello d'Amalfi, detto Masaniello, Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 2, Roma, 1960) e, secondo taluni, persino secessionista, analogamente a quanto stava accadendo nello stesso periodo nei Paesi Bassi, in Portogallo, in Catalogna ed in SiciliaAntonio Domínguez Ortiz, ibidem, p. 392..
Dopo dieci giorni di rivolta che costrinsero gli spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari, a causa di un comportamento stravagante ma frutto di una strategia mirata a fargli appunto "fare pazzie", Masaniello fu accusato ufficialmente di pazzia e ucciso per volere del viceré, di alcuni capi popolari e di una piccola parte della plebe.
Nonostante la breve durata, la ribellione da lui guidata indebolì il secolare dominio spagnolo sulla città, aprendo la strada per la proclamazione dell'effimera e filofrancese Real Repubblica Napoletana, avvenuta cinque mesi dopo la sua morte.
Biografia Nome e luogo di nascita Nacque a Napoli in uno dei tanti vicoli ("Vico Rotto") che circondano piazza del Mercato. Quel d'Amalfi, che fu semplicemente il suo cognome, è stato anche interpretato come un riferimento al luogo d'origine. Alcune fonti. sostengono infatti che Tommaso Aniello sarebbe nato appunto ad Amalfi, dove sarebbe stato amico di un altro singolare personaggio del posto, tale abate Pirone, che usava abusivamente la tonaca per sfuggire alla giustizia poiché era un bandito che uccideva dietro compenso, e che poi sarebbe stato anche suo collaboratore nei giorni della rivolta. Nel 1896, il poeta Salvatore Di Giacomo smentì la tesi dell'origine amalfitana di Masaniello, trascrivendone l'atto di battesimo reperito nella chiesa di Santa Caterina in Foro Magno,Foro Magno è l'antico nome di piazza del Mercato. che cita:
La celebrazione avvenne lo stesso giorno della nascita, nella stessa chiesa dove nel 1641 Tommaso Aniello sposò poi la sedicenne Bernardina Pisa. Lo storico Giuseppe Galasso ipotizza che l'equivoco «sia stato agevolato e incoraggiato da un consapevole atteggiamento del potere e della cultura ufficiale della Napoli spagnola. Nella fedelissima città [...] non si doveva e non si poteva ammettere la presenza di un infedele, di un ribelle come colui che aveva messo in questione il governo spagnolo a Napoli». cit. in .
Il 7 luglio 1997, in occasione del 350º anniversario della sommossa popolare, il Comune di Napoli ha posto un'iscrizione in suo onore a Vico Rotto.
Dalla nascita al 1647
La famiglia di Masaniello era umile, ma non poverissima. Il padre, Francesco (Cicco) d'Amalfi, era un pescatore e venditore al minuto. La madre, Antonia Gargano, incinta di Masaniello prima del matrimonio, era una massaia.Secondo lo storico Alessandro Barbero (in Superquark 11 ago 2011), che si rifà al libro di Silvana D'Alessio, Masaniello. La sua vita e il suo mito in Europa, Salerno, Salerno Editrice, 2007, in realtà la professione della madre, della sorella come anche quella della stessa moglie di Masaniello era quella della prostituta. Silvana d'Alessio conferma ma aggiunge «Masaniello non sfruttava la prostituzione: non vi è un solo rigo del mio libro da cui si evince una cosa simile. Ho scoperto che la madre di Masaniello, la sorella e la moglie si prostituivano, ma questo non vuol dire che egli le sfruttasse. Certamente la prostituzione a Napoli era diffusa, non solo nei ceti bassi, ma ciò si spiega perfettamente nel quadro socioeconomico di una città stremata dalle gabelle.» (in S.D'Alessio, Masaniello e la camorra: un’associazione arbitraria Aveva due fratelli minori e una sorella: Giovanni, che fu un altro capo della ribellione, Francesco, che morì durante l'infanzia, e Grazia. La casa dove visse si trovava tra la pietra del pesce, nel quartiere Pendino, dove avveniva la riscossione della gabella sui prodotti ittici, e Porta Nolana, dove invece avveniva quella del dazio sulla farina.,
Con i suoi circa abitanti,Dato riportato in p. 224. Napoli era all'epoca una delle metropoli più popolose dell'impero spagnolo e di tutta l'Europa e piazza del Mercato, nei cui dintorni Masaniello trascorse tutta la sua vita, ne era il centro nevralgico. Ospitava bancarelle che vendevano ogni sorta di merce, palchi da cui i saltimbanchi si esibivano per i popolani ed era, come ai tempi di Corradino di Svevia, il luogo preposto alle esecuzioni capitali. Essendo il principale centro di commercio della città, in piazza aveva luogo la riscossione delle imposte da parte degli arrendatoriLa parola deriva dallo spagnolo arrendar ed indica la riscossione delle gabelle, ufficio che veniva affidato in appalto a privati. al servizio del governo spagnolo.
Nel corso degli anni quaranta del Seicento, la Spagna asburgica si trovava a dover affrontare una lunga serie di conflitti rovinosi: la rivolta dei Paesi Bassi (1568-1648), la guerra dei trent'anni (1618-1648), la sollevazione della Catalogna (1640-1659), la rivolta siciliana (1647) e la guerra di restaurazione portoghese (1640-1668). Per sostenere lo sforzo bellico, il regno iberico impose una forte pressione fiscale al Vicereame di Napoli, allo scopo di risanare le casse del suo enorme impero, il cui Siglo de Oro stava fatalmente volgendo al termine.
Masaniello, pescatore e pescivendolo come il padre, era descritto così dai suoi contemporanei:
Spesso, per evadere la gabella, portava il pesce direttamente nelle case dei notabili, ma veniva quasi sempre ripagato male o colto sul fatto dai gabellieri e imprigionato. La sua principale attività era però il contrabbando, tanto che nel 1646 la sua fama di abile contrabbandiere era già ampiamente consolidata nell'ambiente del Mercato. Lavorava principalmente per la nobiltà feudale, tra cui la marchesa di Brienza e don Diomede Carafa, duca di Maddaloni, dal quale era trattato come uno schiavo. Anche la moglie Bernardina, arrestata per aver introdotto in città una calza piena di farina evadendo il dazio, fu imprigionata per otto giorni. Per ottenerne il rilascio, Masaniello fu costretto a pagare un riscatto di cento scudi, che racimolò indebitandosi. Secondo la tradizione, fu proprio questo episodio a scatenare in lui il desiderio di vendicare la popolazione dagli oppressori.
Durante uno dei soggiorni in prigione incontrò, nel carcere del Grande Ammiraglio, il giovane cavese e dottore in legge Marco Vitale, figlio illegittimo di un noto avvocato, che lo mise in contatto con alcuni esponenti del ceto medio stanchi dei continui soprusi dei gabellieri e dei privilegi della nobiltà. Masaniello divenne allievo del letterato don Giulio Genoino, prete ultraottantenne con un passato da difensore del popolo.
Nel 1619, durante il mandato del viceré don Pedro Téllez-Girón, duca di Osuna, Genoino era stato chiamato due volte a rappresentare gli interessi del popolo contro la nobiltà, svolgendo in sostanza la funzione di un antico tribuno della plebe. Nel 1620 fu però fatto destituire dal Consiglio Collaterale e incarcerato lontano da Napoli.
Rientrato in città nel 1639, tornò subito a combattere per i diritti del popolo e formò intorno a sé un nutrito gruppo di agitatori, composto da Francesco Antonio Arpaja, suo vecchio e fidato collaboratore, il frate carmelitano Savino Boccardo, il già citato Marco Vitale, i vari capitani delle ottineLe ottine erano gli antichi quartieri di Napoli. La città era divisa in 29 ottine, ognuna aveva un capitano il cui compito era mediare tra il governo vicereale spagnolo e le istituzioni locali. della città e una numerosa schiera di lazzari. Il vecchio ecclesiastico, logorato nel fisico, ma non negli intenti rivoluzionari, trovò nel giovane e ignorante Masaniello il suo braccio armato.
La rivolta
Il peso delle tasse diminuì lievemente sotto il viceré Juan Alfonso Enríquez de Cabrera che revocò alcune imposte e che, sollecitato da Madrid a reperire un milione di ducati per finanziare la guerra contro la Francia, chiese a re Filippo IV di essere sostituito.. La situazione si aggravò quando il suo successore, Rodrigo Ponce de León, duca d'Arcos, descritto dai contemporanei come un uomo dedito alla vita mondana, frivolo e senza esperienza di governo, reintrodusse nel 1646 una gravosa gabella sulla frutta, all'epoca l'alimento più consumato dai ceti umili. Lo stesso provvedimento nel 1620, ai tempi di Genoino, aveva già scatenato gravi tumulti in città. La vigilia di Natale, uscendo dalla Basilica del Carmine, il duca d'Arcos fu circondato da un gruppo di lazzari che gli estorse la promessa di abolire le tasse sugli alimenti di necessario consumo. Tornato a Palazzo Reale, il viceré fu però convinto dai nobili, ai quali era stata affidata la riscossione delle tasse, a non abolire la gabella sulla frutta.. Il popolo, sempre più provato dalla prepotenza dei gabellieri, attese invano per sei mesi l'abolizione dell'imposta.