La psicologia di comunità costituisce un'area di studi, ricerche e interventi professionali che si focalizza sulle persone e i gruppi all'interno dei contesti socioculturali, economici, organizzativi e territoriali nei quali vivono e con i quali interagiscono continuamente. L'articolazione tra sfera individuale e collettiva nel contesto delle relazioni comunitarie connota l'oggetto di studio specifico della psicologia di comunità.

Generalità La psicologia di comunità costituisce un'area di studi, ricerche e interventi professionali che si focalizza sulle persone e i gruppi all'interno dei contesti socioculturali, economici, organizzativi e territoriali nei quali vivono e con i quali interagiscono continuamente. L'articolazione tra sfera individuale e collettiva nel contesto delle relazioni comunitarie connota l'oggetto di studio specifico della psicologia di comunità. Settore applicativo nato "formalmente" nel 1965, dopo un convegno a Swampscott (nel New England, USA), è stato in realtà anticipato, nelle sue idee fondanti, da Alfred Adler, con le sue riflessioni sulle dimensioni sociali e comunitarie del disagio e dell'oggetto d'intervento dell'azione psicologica e da Reich 2007 nella sua opera “International Community Psychology” ritrova radici ben più profonde nelle diverse aree del globo. Da qui si evince una caratteristica basilare della psicologia di comunità nel suo essere contestualizzato ed avere un radicamento nel contesto locale di riferimento. La psicologia di comunità è nata anche in seguito ad una riflessione sui cambiamenti operativi ed organizzativi in campo psichiatrico, e della dimensione sociale della pratica clinica stessa. L'interesse per la psicologia di comunità anche in Italia è di tipo pragmatico, mirato al miglioramento della qualità della vita e della competenza della comunità. La psicologia di comunità storicamente ha mirato a promuovere il benessere individuale, gruppale e collettivo, attraverso un'opera "emancipatoria" e di forte carica sociale, tipicamente caratterizzata da azioni finalizzate alla prevenzione del disagio e dalla promozione della salute ("salutogenesi"). Temi imprescindibili per l'operatore di comunità sono il saper entrare empaticamente in contatto con la persona ed i gruppi cui fornire aiuto, il concetto di empowerment, l'attenzione alla dimensione psicosociale dell'intervento psicologico, la sensibilità alla dimensione culturale, e l'implementazione di tecniche di auto mutuo aiuto.

Infatti essa, pur riconoscendo la tradizione della psicologia clinica, sottolinea esplicitamente il fatto che molti dei problemi che le persone devono affrontare derivano non da dinamiche intrapsichiche, ma da fallimenti della comunità e dei suoi sistemi di interazione e di servizio al cittadino e che la prospettiva di aiutare le persone solo constatando e cercando di attenuare i loro disturbi rischia di mascherare i loro punti di forza e le loro competenze di auto-aiuto. Viene, quindi, messa in risalto l'esigenza di considerare congiuntamente le dimensioni personali e sociali dell'esperienza umana nel presupposto che i processi psicologici sono strettamente interconnessi con quelli sociali. In tal senso, la comunità e le interazioni sociali che la caratterizzano divengono sia lo schema di riferimento per comprendere «in situazione» i problemi, gli ostacoli allo sviluppo della persona e le vere e proprie patologie sia lo strumento col quale la stessa persona può trovare le opportunità, le risorse, i sostegni e le tutele per costruire il proprio benessere personale e collettivo.

Questa doppia connotazione della comunità sociale (come possibile fonte del disagio psicosociale, ma anche come risorsa terapeutica) sostiene l'orientamento interventista della psicologia di comunità, soprattutto nella direzione della prevenzione e delle azioni di empowerment delle persone e della comunità. Si comprende allora come la Psicologia di comunità sia portatrice di una prospettiva valoriale di tipo emancipatorio che enfatizza i valori e la dignità della persona ad ogni livello sociale e sostiene con forza la rappresentazione di una società democratica e partecipativa, capace di esprimere, nei rapporti con i suoi membri e nei vari servizi resi, i principi di solidarietà, sussidiarietà, equità, giustizia sociale ed eguaglianza.

Gli ambiti di ricerca tipici della psicologia di comunità riguardano, ad esempio: natura e tipo di relazioni tra individui, gruppi e comunità (con specifico interesse sui sistemi sociali in cui esse sono inserite); analisi delle caratteristiche fisiche e psicosociali dei contesti di vita e individuazione dei rischi, dei problemi e delle risorse delle comunità nella prospettiva di costruire interventi psicosociali di tipo partecipativo; le problematiche della salute mentale e il disagio sociale e psichico secondo un'ottica di prevenzione oggi definita come «universale»; le nuove forme di dipendenza sociale; la valutazione dei servizi e dei programmi di prevenzione; la valutazione dell'impatto sociale dei cambiamenti (sociali, ambientali, organizzativi, ecc.); il significato e la funzione delle differenti forme di sostegno sociale (ad esempio, analisi delle reti sociali); i fattori di rischio psicosociale e la resilienza; il senso di comunità, i profili di comunità, la qualità della vita nelle comunità; la promozione delle varie forme di empowerment, compreso quello sociopolitico; i requisiti e le condizioni per lo sviluppo di comunità competenti. Sul piano delle azioni professionali si sottolineano gli approcci metodologici di tipo partecipativo (ad esempio, la ricerca-azione e la community-based research). Essi sono mirati a sollecitare le persone ad affrontare attivamente i problemi per evitare l'insorgere di situazioni critiche peggiori. A tal fine l'intervento psicosociale punta sull'incremento dell'efficacia delle strategie di coping anche mediante il riconoscimento, il reperimento o il potenziamento di risorse personali e sociali adeguate alla specifica situazione. Questa modalità di empowerment individuale e collettivo si concretizza in vari ambiti. Risulta particolarmente significativo l'intervento professionale in favore e a tutela di gruppi sociali ai margini della comunità o socialmente più vulnerabili (ad esempio, disoccupati, migranti, svantaggiati sociali, persone private dei diritti civili, gruppi di minoranza etnica o religiosa, anziani, ecc.). Tuttavia, la pratica professionale è indirizzata anche sul «buon funzionamento» della comunità nel suo complesso, sullo sviluppo del suo capitale psicologico e sociale e della partecipazione collettiva di tutti i cittadini alla soluzione dei problemi comuni. Pertanto, gli interventi riguardano, ad esempio: problemi relativi alla promozione del benessere nei vari contesti di vita, alla tutela della salute fisica e psicosociale dei cittadini delle diverse classi d'età, allo sviluppo di comunità competenti, all'identificazione di rischi sociali collettivi (violenza urbana, povertà, disoccupazione di lungo periodo, razzismo, omofobia, discriminazione e diritti civili, incidenti stradali, in casa e sul lavoro, insuccesso scolastico, varie forme di dipendenza e abuso di sostanze, ecc.), alla formazione di operatori in vari campi del lavoro sociale e sanitario, ecc. Si indirizzano, inoltre, su livelli diversi di azione: dal miglioramento delle relazioni nel micro-sistema individuale e familiare si passano progressivamente a considerare le problematiche di sistemi di ordine superiore come: gli istituti scolastici (ad esempio, prevenzione degli abbandoni), le comunità residenziali e le loro alternative sul territorio, le organizzazioni lavorative private e pubbliche, le cooperative, i servizi pubblici degli enti locali, le aziende socio-sanitarie e gli ospedali, i quartieri fino a interessare il macro-sistema socioeconomico e socioculturale (ad esempio, il sistema di welfare locale, le politiche sociali e sanitarie e i loro impatti sulla comunità).

La psicologia di comunità ha un'impronta fortemente interdisciplinare e interagisce non solo con altre discipline psicologiche come la psicologia clinica, la psicologia sociale, la psicologia della salute, la psicologia dello sviluppo, la psicologia ambientale, psicologia interculturale, ma anche con numerosi ambiti disciplinari non psicologici (sanità pubblica, sociologia, scienze politiche, scienze economiche, epidemiologia, scienze mediche, servizio sociale, ecologia, architettura ecc.). Del resto, gli psicologi di comunità collaborano sistematicamente nella progettazione e attuazione dei loro interventi professionali con molte figure professionali: assistenti sociali, medici, funzionari dei servizi sociali e sanitari, amministratori pubblici, urbanisti, pedagogisti e formatori, insegnanti, ecc. .

Lo psicologo di comunità è dunque un "participant conceptualizer", ovvero ha sì il compito di elaborare teorie, ma per fare ciò deve partecipare direttamente al lavoro con (e non sul) cittadino-utente. Murrell definì la psicologia di comunità come lo studio delle transazioni tra le reti di sistemi sociali, le popolazioni e l'individuo. Esso sviluppa e valuta metodi di intervento che migliorino gli adattamenti della persona all'ambiente.

La psicologia di comunità in Italia

Volendo tracciare una breve storia della diffusione della psicologia di comunità (PdC) in Italia, si deve risalire alla fine degli anni '70, e in specifico all'uscita del volume Psicologia di comunità (Francescato, 1977), in cui venivano presentati per la prima volta al pubblico italiano gli schemi concettuali e le strategie di intervento di questa “nuova” disciplina, così come si stava configurando negli Stati Uniti, riportandone esempi di applicazione, strumenti operativi e posizioni differenziate (tra ala moderata e ala radicale).

Nel 1979 e nel 1980 si tennero rispettivamente il 1º e il 2º Convegno Italiano di psicologia di comunità, a Mazzano, i cui lavori testimoniarono l'esistenza “di fatto” di un numero consistente di psicologi (ma anche di educatori, operatori sociali, animatori) che già lavoravano in un'ottica di psicologia di comunità ed erano impegnati a fare una psicologia concreta, centrata sui bisogni dei gruppi, delle organizzazioni e delle collettività, con il fine di migliorare la qualità di vita delle persone. Emergevano già allora con una certa chiarezza alcuni elementi distintivi dell'identità di uno psicologo di comunità: privilegiare la prevenzione, lavorare insieme agli utenti, incoraggiandone la partecipazione, operare nel territorio, inteso come sistema, cioè un insieme complesso e organizzato in cui ciascuna parte va connessa con le altre; utilizzare strategie diversificate dalla ricerca-intervento all'animazione socio-culturale, dalla consulenza agli interventi di educazione permanente. Al 1º convegno partecipò anche Mike Bender, responsabile dei servizi psicologici del distretto di Newham, a Londra, autore di un agile volume Psicologia di comunità tradotto in italiano nel 1979, in cui venivano riportati esempi di intervento degli psicologi nella comunità britannica.