La scultura è probabilmente l'aspetto più conosciuto dell'arte greca. Ciò è dovuto al maggior numero dei reperti archeologici pervenuti ad oggi rispetto, ad esempio, a quelli della pittura che ha una minore resistenza dei materiali impiegati. Tuttavia, solo una piccola parte della produzione scultorea greca è giunta fino a noi. Molti dei capolavori descritti dalla letteratura antica sono ormai perduti, gravemente mutilati, o ci sono noti solo tramite copie di epoca romana. A partire dal Rinascimento, molte sculture sono inoltre state restaurate da artisti moderni, a volte alterando l'aspetto e il significato dell'opera originale.

Uso, tecniche e materiali Scultura monumentale L'arte in Grecia era prevalentemente collegata alle esigenze del culto, almeno nei tempi più antichi, e così anche la scultura, benché non mancassero monumenti commemorativi per le vittorie in battaglia ad esempio. Le grandi realizzazioni artistiche avvenivano per commissione da parte della comunità religiosa o statale, tuttavia in Grecia il privato cittadino, che concepiva l'arte come offerta in onore degli dei o dei defunti, poteva investire le proprie pur modeste risorse per dedicare opere nei santuari mentre nelle civiltà orientali l'iniziativa dei privati nel campo dell'arte rimase del tutto sconosciuta. Le statue testimoniavano della continua presenza del devoto, benché slegate da ogni riferimento personale restando concepite secondo una tipologia astratta, quella del kouros o della kore.. I temi erano gli stessi che venivano svolti nelle altre arti, la figura umana, il mito e le scene di vita quotidiana mentre la rappresentazione delle battaglie storiche avveniva in prevalenza tramite i racconti mitici e solo raramente in modo diretto, come invece avveniva presso egizi ed assiri. I materiali più usati erano la pietra (marmo o calcare), il bronzo, il legno, la terracotta, ecc.

Nei periodi più antichi le sculture in pietra erano eseguite con la diretta scalpellatura; gli strumenti impiegati erano la subbia, il trapano e i vari scalpelli, tutti azionati con la mazzuola. Il trasporto dei blocchi di pietra era problematico e dispendioso quindi le statue monumentali erano tagliate nella loro forma approssimativa nelle cave dove venivano abbandonate se mostravano rischi di frattura e dove sono rimaste fino ai nostri giorni.Per un esempio delle problematiche relative a sbozzatura e trasporto delle sculture monumentali cfr. Bernard Ashmole, «The Temple of Zeus at Olympia. The Project and its Fullfilment», in Architect and sculptor in classical Greece, New York, New York University, 1972. Teste e braccia, se non aderivano al corpo, erano scolpite separatamente e unite in seguito con cavicchi di metallo e cunei di pietra, di solito annegati nel piombo fuso, mentre i pezzi più piccoli potevano essere attaccati con cemento. Queste sculture erano sempre dipinte essendo il colore un aspetto della realtà fenomenica come ogni altro e oltre ad essere colorate le statue erano impreziosite con l'aggiunta di accessori di diverso materiale: si inserivano occhi di pietra colorata, pasta vitrea o avorio; riccioli di metallo, diademi, orecchini e collane; lance, spade, redini e briglie; materiale per lo più perduto e di cui resta traccia nei fori di sostegno.

Con l'aumento delle dimensioni delle opere, durante il VII secolo a.C., le statue bronzee cominciarono ad essere prodotte con la tecnica della fusione cava che fin da tempi antichissimi era stata praticata in Egitto e che si diffuse nel corso del VI secolo a.C. Furono usate sia la tecnica a cera persa sia quella a matrice insabbiata. In quest'ultimo procedimento la figura era di solito realizzata in sezioni, il modello era di legno invece che di cera e veniva affondato in un recipiente colmo di sabbia umida dove lasciava l'impronta per la fusione. Contrariamente a quanto avveniva per la statuaria in pietra, ai bronzi veniva lasciato il colore naturale, ma come si è visto, illuminato coloristicamente da inserti in altro materiale.

Statue in terracotta e rilievi di grande dimensione sono stati trovati a Cipro, in Etruria, in Sicilia e nell'Italia meridionale dove il marmo era scarso. Nel periodo più antico le statue di terracotta erano formate con rotoli di argilla a formare le pareti esterne; per prevenire la deformazione e il restringimento durante la cottura, l'argilla era unita a sabbia e a pezzi di argilla cotta. In epoca ellenistica e romana fu più comune l'uso dello stampo.

Soltanto a metà del XX secolo ritrovamenti archeologici hanno svelato il procedimento della tecnica crisoelefantina.

Piccola plastica e "arti minori"

Per gli oggetti d'arte di piccole dimensioni i greci usarono, oltre ai materiali già citati, avorio, osso, oro, argento; molti degli oggetti che ci sono giunti isolati e scollegati erano in origine parti decorative di tripodi, vasi, specchi ed altri utensili e in questi casi presentano solitamente dei fori attraverso cui venivano collegati agli oggetti a cui appartenevano; altre volte erano offerte nei santuari e potevano presentare ganci per essere appesi. Molte statuette ci sono giunte poiché venivano ammassate nei fossati di scarico nei santuari, probabilmente per far posto a nuovi ex voto, dove sono rimaste seppellite sino ai nostri giorni.

Gli oggetti di metallo di piccole dimensioni venivano ottenuti per lo più tramite fusione solida, meno laboriosa di quella cava. Le statuette erano fuse insieme alle proprie basi o avevano perni in fondo alle gambe che permettevano di inserirle nelle basi corrispondenti. Il metallo preferito dai greci per la fabbricazione di oggetti decorativi era il bronzo in differenti leghe, seguito dall'argento e dall'oro. Negli inventari dei templi greci, i vasi e gli utensili di argento e bronzo appaiono costantemente catalogati, ma gli oggetti più preziosi divenivano ovviamente bottino di guerra e non sono giunti sino a noi. Gli scavi nei santuari hanno restituito soprattutto armature, parti di finimenti e arredi domestici vari, con motivi decorativi a sbalzo, graffiti o a tutto tondo. Le tecniche usate erano diverse: nel repoussé o sbalzo un foglio di metallo posto su un fondo di bitume solido era ribattuto sia nel diritto sia nel rovescio, nella martellatura il foglio di metallo veniva battuto dal rovescio in uno stampo in cui era scavato il modello, nella punzonatura la figura del conio era pressata direttamente sul metallo. Le incisioni avvenivano con strumenti di varia forma a seconda del disegno che si desiderava ottenere; era usato anche l'intarsio con pietre colorate, vetro, avorio, o altri metalli sempre allo scopo di ottenere effetti di policromia.

Nella antica Grecia le gemme incise venivano usate dai ceti abbienti come sigilli o segni di identificazione, a volte anche ufficialmente per cui il loro uso può essere menzionato nelle iscrizioni. Negli elenchi dei tesori dei templi del V e del IV secolo a.C., per esempio del Partenone, le gemme sono ricordate tra le offerte votive.

Il materiale preferito dai greci per la produzione dei gioielli era l'oro, ricavato dai greti dei fiumi dell'Asia Minore, della Tracia e della Russia. Le possibilità di lavorazione erano molte: modellazione, fusione, repoussé, incisione, granulazione, filigrana, agemina e cesello, tecniche apprese probabilmente dai gioiellieri dell'Egitto e della Mesopotamia. Anche l'argento venne largamente utilizzato e l'elettro, una lega naturale di oro e argento assai usata nella gioielleria dell'epoca arcaica. Materiali meno preziosi come bronzo, ferro, piombo e terracotta venivano usati per anelli e braccialetti posti nelle tombe in sostituzione degli oggetti preziosi. Fonti primarie sono ovviamente i pezzi trovati nelle tombe e nei santuari, ma hanno fornito altri utili particolari le iscrizioni, come gli inventari dei templi o gli atti sacerdotali che sono riaffiorati dagli scavi; era infatti consuetudine rituale offrire agli dei ornamenti preziosi e oggetti in oro e argento anche quando, in tempi relativamente poveri come nella Grecia continentale dell'epoca arcaica, simili oggetti non venivano indossati. Inoltre nell'antichità i templi servivano spesso da tesori e vi erano custoditi oggetti preziosi che potevano essere fusi in epoche di emergenza. Analogamente agli altri settori dell'arte, anche i gioielli greci mutano attraverso i vari periodi: dapprima le figure antropomorfe e zoomorfe compaiono in forma schematizzata, poi secondo tipi convenzionali, infine in modo maggiormente naturalistico; allo stesso modo variano le composizioni che da semplici assumono col tempo maggiore complessità.

Periodi

Tradizionalmente si distinguono nella scultura greca cinque periodi: il periodo dedalico (VII secolo a.C.) il periodo arcaico (VI secolo a.C., fino al 480 a.C., distruzione da parte dei Persiani delle mura dell'Acropoli di Atene) il periodo severo (480-450 a.C. circa), rappresentato da scultori quali Mirone il periodo classico (V secolo a.C., fino al 323 a.C., morte di Alessandro Magno), rappresentato da Policleto, Fidia, Prassitele, Skopas e Lisippo il periodo ellenistico (dalla morte di Alessandro Magno nel 323 a.C. alla conquista romana del 146 a.C.)

La scultura presenta caratterizzazioni regionali progressivamente meno accentuate: benché realizzate soprattutto nella Grecia continentale, le opere arcaiche e soprattutto classiche si sono ampiamente diffuse per le vie del commercio marittimo nei secoli successivi. In epoca ellenistica le opere sono invece spesso prodotte ed utilizzate localmente, con la creazione di diverse scuole regionali.

Le origini Della plastica che risale all'arte geometrica ci restano statuette in bronzo a fusione solida che rappresentano figure umane o animali (cavalli, buoi, cervi, uccelli, ecc.). Appartengono all'VIII secolo a.C. le figure in azione, i gruppi, i guerrieri all'assalto e gli aurighi, ma anche le figure di suonatori e di artigiani.. Un discreto numero di bronzetti che ripropongono la tipologia del guerriero, a volte a cavallo o su carro da guerra, proviene dal santuario di Olimpia ed è oggi conservato al Museo archeologico locale. Al Metropolitan Museum of Art di New York si trova invece un gruppo bronzeo (metà dell'VIII secolo a.C., h 11 cm) per il quale è stata proposta la lettura di una lotta tra Zeus e un Titano (il gruppo comprende una figura umana e una figura metà uomo e metà cavallo): la commistione delle nature starebbe già in quest'epoca ad indicare i primigeni nemici degli dei e dell'ordine. Nei Musei Statali di Berlino si trova un cavallo, sempre appartenente all'VIII secolo a.C., che in particolar modo, tra tanti altri esempi simili, mostra il raggiungimento di una struttura quasi organica ma del tutto arbitraria rispetto alla reale morfologia equina: forme arrotondate delle membra, corpo filiforme e giunture aguzze. Tra le opere di maggiore importanza un bronzetto rappresentante Apollo o Ares proveniente dall'Acropoli di Atene (altezza 20 cm, conservato nel Museo archeologico nazionale di Atene, 6613), con arti tubolari e torso triangolare, con vita sottile e testa con grandi occhi spalancati.