Il salario minimo, nel diritto del lavoro, è la più bassa remunerazione o paga oraria, giornaliera o mensile che in taluni stati i datori di lavoro devono per legge corrispondere ai propri lavoratori dipendenti ovvero impiegati e operai.
Anche se le leggi sul salario minimo sono in vigore in molte nazioni, esistono differenti opinioni su vantaggi e svantaggi sulla sua eventuale introduzione. I sostenitori affermano che esso aumenta il tenore di vita dei lavoratori, riduce la povertà, ridurrebbe le disuguaglianze sociali, aumenterebbe il benessere lavorativo e costringerebbe le aziende ad essere più efficienti. Viceversa, gli oppositori lamentano il fatto che esso aumenti la povertà e la disoccupazione (in particolare tra i lavoratori non qualificati o senza esperienza) ed è dannoso per le imprese.
Al 1º luglio 2023, il salario minimo era previsto in 22 Stati membri dell'UE su un totale di 27. Al 2023, in sette Paesi europei il salario minimo era superiore ai 12 euro/ora.
Storia Introdotte per la prima volta in Nuova Zelanda (1894)Cfr. Industrial Conciliation and Arbitration Act 1894, Australia (1896) e Regno Unito (1909)Cfr. Trade Boards Act 1909, le leggi sul salario minimo sono state poi introdotte in molti altri Paesi del mondo nel corso degli anni (tra cui negli Stati Uniti nel 1938), e sono oggi in vigore in molti Stati: nel 90% degli stati è previsto il salario minimo previsto per legge o dalla contrattazione collettiva. Nell'Unione europea 22 stati su 27 hanno leggi sul salario minimo, mentre i restanti cinque paesi (Austria, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia) demandano l'individuazione della paga-base alla contrattazione collettiva dei vari settori.
Aspetti economici
Un primo argomento sostiene che in un libero mercato qualsiasi limitazione introdotta da soggetti esterni (una legge dello Stato) da lato della domanda e/o dell'offerta sia ai prezzi che alle quantità (quote) di vendita e produzione, porta a un'area di mancato incontro tra domanda e offerta, quindi un equilibrio peggiore del mercato libero.
L'introduzione di un salario minimo limita il funzionamento del mercato del lavoro, creando un divario tra lavoratori disponibili e richiesti, vale a dire disoccupazione. Argomento in senso opposto è la constatazione pratica che nessun mercato del lavoro libero e totalmente deregolamentato ha mai raggiunto l'obiettivo teorico della piena occupazione.
Il ragionamento di un mercato libero ed efficiente vale in ipotesi non realistiche né verosimili di razionalità perfetta, perfetta simmetria informativa, non-sazietà delle preferenze. L'assenza di un salario minimo e paghe troppo basse scoraggiano i lavoratori a partecipare alla forza lavoro. Nel mercato reale, esistono delle soglie critiche, quantità massime di lavoro o prezzi minimi al di sotto dei quali l'offerta si nega all'incontro con la domanda, ad eccezione di una fascia di lavoratori più indigente e meno abbiente, molto ridotta in un Paese industrializzato, che è perfettamente anelastica rispetto alla quantità e al prezzo.
Redistribuzione del reddito disponibile e domanda interna In condizioni di razionalità anche perfetta, rimosso il solo assioma di non-saturabilità delle preferenze, la domanda interna è una variabile non-indipendente dall'indice di concentrazione del PIL, e da un salario minimo più alto che lo influenza direttamente: a parità di PIL, è prevedibile una maggiore propensione al risparmio in chi già detiene una ricchezza che eccede ogni livello desiderabile di consumi ed era già impiegata in risparmi e investimenti, mentre è più probabile una complementare e maggiore propensione al consumo nel cittadino con reddito medio che ha fatto ricorso ai debiti (risparmio negativo) per una soddisfazione parziale delle sue preferenze di consumo.
La questione cambia radicalmente se non si considera la domanda interna un dato invariabile, e si valuta che un salario medio più alto (cioè una ricchezza più distribuita) genera maggiori consumi e domanda interna, di una ricchezza concentrata nelle mani di pochi attori economici. L'aumento dei posti di lavoro indotto dallo stimolo ai consumi e della domanda interna tramite retribuzioni più alte e concentrate nel segmento di reddito meno abbiente, con bisogni primari ancora da soddisfare, più che proporzionalmente compensano i posti persi per il salario minimo.
Sussidi e disoccupazione a causa del salario minimo La perdita di posti di lavoro diventa un motivo di minor preoccupazione per il singolo lavoratore, quando insieme al salario minimo si istituisce un sussidio di disoccupazione che funziona come ammortizzatore sociale.
L'onere a carico dei datori viene attenuato da una politica fiscale redistributiva, che, sempre nell'ambito costo del lavoro, tassa progressivamente i redditi di lavoro più alti per finanziare minori tasse e contributi a chi percepisce salari minimi.
Se poi si istituisce il solo sussidio, senza salario minimo, gli effetti di deviazione dall'equilibrio stabile e migliore possibile del mercato libero, non sussistono: se invece di intervenire dal lato della offerta con l'imposizione di un salario minimo per legge, si interviene dal lato della domanda di lavoro istituendo un sussidio di disoccupazione, che avrebbe effetti similari, portando i lavoratori a rifiutare le offerte di lavoro pagate meno del sussidio stesso.
Inoltre, sarebbe uno stimolo ai consumi e alla domanda interna in quanto i lavoratori difficilmente accetterebbero un impiego con una paga di poco superiore al salario minimo garantito ai disoccupati, obbligando le imprese ad elevare il livello medio delle retribuzioni.
Il salario minimo emersione sarebbe un incentivo al lavoro nero e al reato di caporalato. Tuttavia, lasciando aree grigie prive di questa tutela, la regolarizzazione potrebbe avvenire con contratti a progetto o simili che non fanno riferimento ad alcun contratto nazionale, con relativa paga base, e dunque lasciano completamente libera la determinazione della paga oraria, e potenzialmente uguale a quella del precedente lavoro sommerso.
Entità del salario minimo Un'altra corrente sostiene che l'offerta di lavoro resterebbe comunque positivamente elastica rispetto a un aumento medio dei prezzi per ora lavorata, se: il salario minimo orario è fissato ad un livello inferiore al costo e alla redditività medie dell'ora lavorata per le imprese; i costi variabili non evitabili e i costi fissi di mancato utilizzo di risorse e impianti sono elevati.
In Germania il salario è differenziato per regione settore in base alla produttività del lavoro. In Francia il salario ai livelli minimi è integrato da una forte decontribuzione a favore dei datori in modo da riportare il costo del lavoro netto nella media precedente la riforma.
Per essere sostenibile da Stato e imprese, il salario minimo legale (reale, corretto del potere di acquisto del Paese) dovrebbe essere proporzionato alla produttività del lavoro (misurata in PIL /ora lavorata pro-capite). L'Italia ha un PIL/ora di 50,1 dollari, simile ad Australia (53,30 dollari pp/h), Spagna (50,60) e Canada (49,10), che in euro si traduce con un livello di salario minimo fra i 6 e i 7 euro l'ora.
Il salario minimo si mostra chiaramente come un fattore di redistribuzione dei guadagni di produttività, legati al fattore lavoro o agli investimenti di capitale in una migliore progettazione di tecnologia e organizzazione di impresa.
In particolare, alcuni critici sostengono che i gruppi sociali più emarginati (minoranze, immigrati, fasce più povere) vengano penalizzati da tale meccanismo: dovendo pagare lo stesso salario, i datori di lavoro preferiscono assumere i lavoratori più esperti e istruiti. Per esempio, Walter E. Williams (professore di economia alla George Mason University) sostiene che il salario minimo sia una delle principali cause della disoccupazione degli afroamericani negli Stati Uniti e che sia stato usato durante l'apartheid in Sudafrica per favorire l'assunzione dei bianchi.
Le legislazioni dei Paesi UE e fuori dell'Unione comunque sanciscono il principio per il quale debba esistere una paga oraria minima dei lavoratori, sebbene fissata e delegata con criteri diversi, direttamente dallo Stato o con una periodica contrattazione sindacato-imprenditori. La legge sul salario minimo opera una distinzione per età o per anzianità professionale, ma non per professione o settore merceologico di appartenenza. Dove non c'è un intervento dello Stato, la decisione è delegata alla contrattazione sindacale, ma la legge impone che ogni contratto di lavoro riferisca ad un contratto nazionale, e quindi al salario minimo in esso previsto.
I favorevoli ritengono che la dignità del lavoratore e della persona non possano essere posti in secondo piano rispetto alle esigenze Statali di bilancio e di emersione del sommerso (ovvero delle tasse evase, in questo caso quelle del lavoro nero), e che comunque il salario minimo, se fissato ad un opportuno livello prossimo ai minimi dei prezzi correnti di mercato, non generi certamente di un aggravio per la libera impresa.
Rivalutazione periodica e inflazione Le legislazioni sul salario minimo, nei diversi Paesi, prevedono una rivalutazione periodica delle paghe minime, alla luce della produttività, del PIL, dell'Indice dei prezzi al consumo e dell'andamento generale dell'economia. La rivalutazione mantiene il potere di acquisto dei salari nel tempo.
Rispetto alla legge sulla Scala mobile, abolita nel 1992 in Italia, le rivalutazioni non sono degli automatismi: la scala mobile prevedeva una formula di calcolo che indicizzava la paga base all'inflazione, e variava di conseguenza. La rivalutazione dei salari minimi segue non una discussione politica, che tiene conto di dati oggettivi.
Sospetta di alimentare l'inflazione dei prezzi al consumo, la rivalutazione è stata riportata al 75% del tasso di inflazione programmata (non quella effettiva, in genere sottostimata), rispetto all'anno precedente.
Dati statistici Analizzando le correlazioni esistenti tra i dati sul salario minimo mensile scaricabili da Eurostat qui : https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/earn_mw_cur/settings_1/table?lang=en e i dati sugli indicatori economici della Banca Mondiale, tra cui Reddito netto annuo, PIL procapite, Percentuale Part-time, Lavoro nei servizi ecc. scaricabili da qui : https://databank.worldbank.org/source/world-development-indicators# , si nota che ne esistono di fortissime per cui al crescere del salario minimo crescono Reddito netto annuo, PIL procapite, Percentuale Part-time, Lavoro nei servizi ecc . In particolare l'Indice di correlazione di Pearson tra il salario minimo e il reddito netto procapite risulta pari al 91,15% , tra il salario minimo e il PIL procapite risulta pari all'89,5% , tra il salario minimo e le percentuali di part-time femminile, totale e maschile risultano pari rispettivamente al 77,09% , 74,33% , 68,95% , tra il salario minimo e la percentuale di lavoro nei servizi risulta pari al 78,21%.
Il salario minimo nel Mondo
Unione europea Non esiste una legislazione uniforme in materia di salario minimo all'interno dell'Unione europea. 22 dei 27 stati comunitari adotta un salario minimo, mentre i 5 Stati restanti (Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria e Italia) non adottano un salario minimo previsto per legge.
In varie costituzioni, fra le quali in quella italiana, è sancito il diritto ad un'equa retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto.
La Direttiva Bolkestein sulla liberalizzazione dei mercati europei è stata emendata nel 2006, sottraendo al principio dell'Home country control diversi aspetti, fra i quali il salario minimo. Il lavoratore straniero ha diritto al salario minimo previsto dalle leggi del Paese nel quale lavora, in modo indipendente dal proprio Paese di origine e da quello dove ha sede legale il datore di lavoro.