Storia Il bracco italiano è una razza di origine italiana impiegata storicamente come cane da ferma e di riporto nella caccia agli uccelli. Secondo lo standard ufficiale FCI/ENCI, la sua storia funzionale è legata all’evoluzione delle tecniche venatorie: dapprima la caccia con reti e metodi pre-moderni, poi la caccia con armi da fuoco; nello stesso standard si richiama l’esistenza di raffigurazioni (affreschi del XIV secolo) considerate testimonianze della continuità nel tempo di un tipo di cane riconducibile al bracco italiano, sia per morfologia sia per attitudine venatoria.

Origini: attestazioni e uso dei termini Nella lessicografia italiana contemporanea il termine bracco è definito come cane da caccia impiegato per ferma e riporto (con diverse varietà, tra cui il bracco italiano). In ambito letterario medievale il diminutivo bracchetto compare, ad esempio, nel sonetto Sonar bracchetti, e cacciatori aizzare (Rime LXI), trasmesso in manoscritti che lo attribuiscono a Dante; in questo contesto il termine va inteso come riferimento a cani da caccia, senza che ciò implichi automaticamente l’identificazione con la razza moderna.

La letteratura cinofila non è univoca nel datare l’origine della razza: alcuni autori hanno proposto una risalita a riferimenti classici (greco-latini) soprattutto su base letteraria, mentre altri collocano l’esistenza di un cane “braccoide” con tendenza alla ferma tra basso medioevo e Rinascimento, anche con riscontri iconografici; in questa prospettiva si distingue tra una possibile antichità del tipo e una formazione più moderna della razza intesa in senso zootecnico (cioè come popolazione selezionata e standardizzata).Commento allo standard FCI n. 202 (SABI): cenni storici e discussione sulle ipotesi di origine. :contentReference[oaicite:1]{index=1}

Tecniche di caccia e selezione funzionale Nel medioevo e nella prima età moderna una parte rilevante dell’attitudine “da ferma” delle razze continentali è ricondotta, nella storiografia cinofila, ai metodi di caccia con rete (cani da rete), nei quali il cane localizzava la selvaggina alata e la segnalava con atteggiamenti utili a consentire la cattura. Nel commento storico allo standard si sottolinea che le caratteristiche morfo-funzionali oggi codificate si sono fissate nei secoli soprattutto in relazione all’impiego con reti e con le prime armi da fuoco (archibugio), e in misura minore anche nella falconeria; ciò viene proposto come chiave interpretativa dell’evoluzione del bracco italiano, più che come prova di un'unica linea continua e “immutata” nel tempo.Ricostruzione dell’evoluzione funzionale (reti/archibugio/falcone) nel commento allo standard. :contentReference[oaicite:2]{index=2}

L’andatura tipica indicata dagli standard moderni è il trotto ampio e veloce, in coerenza con l’uso venatorio tradizionale attribuito alla razza.

Dal Rinascimento all’Ottocento: diffusione e trasformazioni Secondo il commento storico allo standard, in età rinascimentale sono documentati in Italia (soprattutto nel centro-nord) cani dai tratti simili a quelli del bracco moderno, ma ciò non implica necessariamente l’esistenza di una razza omogenea diffusa su tutto il territorio: più verosimilmente si trattava di popolazioni affini presenti nei canili di famiglie abbienti e in contesti venatori locali.Osservazioni su diffusione territoriale e omogeneità dei ceppi in età rinascimentale nel commento allo standard. :contentReference[oaicite:3]{index=3}

Nel XIX secolo il commento allo standard descrive una fase di riduzione e “decadenza” collegata a mutamenti sociali e all’allevamento meno sistematico: la dispersione dei ceppi prima mantenuti presso corti e famiglie nobili, il passaggio in mano a fittabili e cacciatori, e l’emergere di nuove razze da ferma selezionate in altri paesi europei portarono a una maggiore eterogeneità di tipo e a una diminuzione di competitività venatoria di parte della popolazione italiana.Fattori sociali e cinotecnici della fase ottocentesca (dispersione dei ceppi, perdita di omogeneità, concorrenza estera) nel commento allo standard. :contentReference[oaicite:4]{index=4}

Nella stessa ricostruzione sono citati esempi di ceppi locali considerati “isole di salvezza” e, tra questi, l’allevamento piacentino collegato a Giovanni Ranza (metà del XIX secolo), cui viene attribuita la costituzione di una popolazione omogenea con spiccate doti venatorie (i cosiddetti bracchi Ranza), indicati come base per sviluppi successivi nell’area piacentina.Riferimento a Giovanni Ranza e ai “bracchi Ranza” come ceppo locale nel commento allo standard. :contentReference[oaicite:5]{index=5}

Standardizzazione e istituzioni cinofile tra XIX e XX secolo Sul piano istituzionale, la cinofilia organizzata in Italia si sviluppò con la nascita del Kennel Club Italiano (poi ENCI). Nella ricostruzione ufficiale dell’ENCI, l’istituzione del Libro delle Origini vede come primo soggetto iscritto un bracco italiano di nome Falco (nato nel 1875), elemento spesso citato come indice del ruolo centrale delle razze da caccia nella prima fase della cinofilia italiana.

Secondo il commento allo standard, nel 1897 furono redatti i primi standard ufficiali con distinzione tra grande bracco e bracco leggiero; nel primo Novecento, per contrastare pratiche di incrocio non coordinate e per ricondurre la selezione a criteri più omogenei, venne promossa l’elaborazione di uno standard unico, pubblicato nel 1923, con successivi contributi interpretativi (tra cui un “saggio di commento” attribuito a Giuseppe Solaro).Standard 1897, unificazione 1923 e riferimento al commento di Solaro nel commento allo standard. :contentReference[oaicite:6]{index=6}

Uno studio su dati genealogici pubblicato su rivista scientifica riporta che lo standard definitivo della razza fu approvato dall’ENCI nel febbraio 1949 e che nove mesi dopo (novembre 1949) venne fondata la Società Amatori Bracco Italiano (SABI).

Secondo dopoguerra: tutela della razza e aggiornamenti dello standard L’ENCI indica che la SABI, attiva dal 1949, svolge un ruolo di tutela e indirizzo della selezione del bracco italiano e ricorda, tra le figure tecniche di riferimento del secondo Novecento, Paolo Ciceri. Anche la SABI si definisce società specializzata riconosciuta dall’ENCI e impegnata nella valorizzazione della razza.

Nel commento allo standard si segnala che nel 1982 la SABI intervenne su alcuni punti descrittivi (in particolare relativi a profilo superiore del tronco e groppa) per orientare la selezione verso una struttura più idonea al trotto veloce e per limitare interpretazioni che potevano condurre a costruzioni indesiderate; tali indicazioni confluirono nelle versioni successive dello standard (1989) e nella riorganizzazione testuale richiesta dalla FCI per la pubblicazione del 2015, entrata in vigore dal 1º gennaio 2016.Aggiornamenti 1982 e 1989 nel commento allo standard. :contentReference[oaicite:7]{index=7}

Negli anni 2000–2020 la SABI ha sviluppato anche iniziative di coordinamento internazionale (SABI International) per supportare l’allevamento e la conservazione della tipicità della razza fuori dall’Italia.

Un grande soggetto, campionessa del mondo nell'anno 2000, è stata Rivana del Monte Alago.

Caratteristiche

Il manto è principalmente diviso in due colorazioni: bianco punteggiato di arancio (bianco-arancio) e bianco punteggiato di marrone (roano-marrone). Esistono anche dei soggetti pezzati.

Vietate dallo standard di razza ufficiale dell'E.N.C.I. qualsiasi tipo di focatura, tipiche di altre razze canine, vietato anche l'unicolore e le tracce di nero.

Molto versatile, si adatta ad ogni tipo di caccia, ha altissimo senso della ferma. Assieme allo Spinone Italiano sono le uniche due razze da ferma dei cani da caccia italiani.

Dotato di ottimo carattere, ha facilità nell'essere addestrato, soprattutto se con dolcezza.

Ottimo cane da lavoro, come cane da ferma si usa fondamentalmente nella caccia di volatili (quaglie, pernici, fagiani, beccacce e beccaccini), ma è versatile e riesce a fermare anche lepri e conigli.

Allevato nel rigoroso rispetto delle sue qualità di caccia, riesce a far confluire nei medesimi soggetti ottimo comportamento e tipicità morfologica. È la razza con la più alta partecipazione alle prove rispetto al parco cani esistente. Non presenta particolari problemi di salute o tare ereditarie.

S.A.B.I. Società Amatori Bracco Italiano

Chi si occupa della diffusione e rispetto dello standard di razza del bracco italiano è la S.A.B.I., Società Amatori del Bracco Italiano, fondata a Lodi nel 1949 da Camillo Valentini e Paolo Ciceri insieme ad altri cacciatori e giudici cinofili.

La S.A.B.I. annovera quasi tutti gli associati in Europa (Italia, maggiormente; ma anche Francia, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia e Belgio). Troviamo iscritti anche nel Regno Unito, Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Canada, Brasile, Uruguay, Colombia, Cile e Giappone.

Cronotassi dei Presidenti S.A.B.I.

Camillo Valentini Paolo Ciceri Gianbattista Benasso Giuseppe Colombo Manfroni Cesare Bonasegale Giovanni Pietro Grecchi Giuseppe Colombo Manfroni Cesare Manganelli Alessandro Ermini (attuale)

Consiglio direttivo S.A.B.I (attuale)

Alessandro Ermini (Presidente) Giulia Del Buono (Vice Presidente) Francesco Poggi Nicola Nascimbeni Marco Betti Carlo Barzi Claudio Cortesi Giancarlo Cioni Andrea Tureddi

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Note

Altri progetti

Collegamenti esterni

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