Labbazia di San Salvatore è l'edificio sacro che dà il nome al comune di Abbadia San Salvatore.

L'abbazia ha ospitato per quasi mille anni il Codex Amiatinus.

Storia La tradizione vuole che il complesso benedettino, attestato dal 762, sia stato fondato dal re longobardo Ratchis. Secondo la leggenda il re, durante una partita di caccia nel mese di maggio del 743 d.C., avrebbe avuto la visione del Salvatore sulla cima di un abete, fatto questo che lo avrebbe indotto ad edificare un luogo di culto in quel punto. Più probabilmente invece la fondazione fu opera del duca friulano Erfone che, assieme al fratello Marco ed altri religiosi benedettini, edificarono l'antico monastero e l'abbazia, chiamata anche "Chiesa delle Colonne".

La chiesa fu consacrata sotto l'abate Winizzo nel 1035. L'abbazia ebbe il periodo di maggiore splendore dal X al XII secolo. La potenza spirituale e temporale dell'Abbazia è rimarcata dalla presenza di opifici per tessere e cardare la lana, officine per la lavorazione del legno e del ferro. A ciò si aggiunse l'assistenza ai pellegrini che, percorrendo la via Francigena, si recavano a Roma e l'assistenza agli infermi, mentre nelle scuole si insegnavano le professioni e lo studio delle lettere antiche, tramandandole con la copiatura della cultura classica e religiosa.

In una petizione del 1081, indirizzata all'imperatore Enrico IV, i monaci del San Salvatore accusano la dinastia dei Conti Aldobrandeschi (del ramo di Santa Fiora) di costruire centri fortificati sopra terreni e villaggi del feudo badengo allo scopo di usurparne il legittimo dominio all'abbazia. La disputa con gli Aldobrandeschi non fu risolta ed essi seppero appropriarsi di numerose terre dei monaci. Il potere dell'abbazia fu ulteriormente ridotto a partire dal XII secolo dagli stessi abitanti del borgo del San Salvatore che rivendicarono l'autonomia dal monastero; l'abate Rolando, con il documento noto come "Costituto badengo" edito il 14 luglio 1212, fu forzato a cedere al borgo numerosi terreni e diritti, tra cui quello di eleggere i propri rappresentanti, compreso il podestà. Fu in questo periodo che fu realizzata una seconda cinta muraria attorno al borgo in espansione ed edificata la struttura difensiva detta "Torrione".

Nel 1228 papa Gregorio IX decise di riassegnare il monastero all'ordine dei Cistercensi, con l'intento di risollevarlo dal declino. Tuttavia nel 1265 le terre del San Salvatore vennero occupate dall'emergente Repubblica di Siena, costringendo abbazia e comunità badenga a firmare un atto formale di sottomissione. Nonostante ciò Siena non mantenne il controllo militare del territorio che di fatto cominciò a divenire area di brigantaggio e rifugio di fuorilegge (e un secolo dopo zona di razzia del famoso brigante Ghino di Tacco), decretando il declino definitivo della via Francigena nella valle del Paglia. Per queste ragioni nel 1278 gli insediamenti in val di Paglia (che pure avevano origini antiche, risalenti al periodo etrusco come il villaggio di Callemala e quello di Voltole) furono abbandonati e gli abitanti trasferiti nel capoluogo fortificato del San Salvatore. Fu in questi anni che Abbadia San Salvatore si espanse nuovamente lungo la direttrice di "Via Pinelli" nell'area chiamata oggi "Borgo" che fu anch'essa presto protetta da una estensione delle mura cittadine, assumendo l'assetto urbano definitivo fino al XIX secolo. Agli inizi del Trecento fu invece Orvieto a ottenere la facile sottomissione dei territori badenghi, che però caddero rapidamente in mano aldobrandesca a seguito della crisi del comune umbro che di lì a poco fu espugnato dal cardinale Egidio Albornoz. Di nuovo nel 1347 vi fu l'annessione definitiva alla Repubblica di Siena e ciò pose definitivamente fine alla sovranità (ormai solo teorica) dell'abbazia sul borgo del San Salvatore.

Dall'abbazia di questo periodo storico proviene il celebre Codex Amiatinus, risalente al VII secolo, attualmente conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Un altro documento di notevole valore è la Postilla Amiatina, risalente all'anno 1087 e considerata uno dei primi documenti in Italia del volgare.

A metà del XVII secolo la chiesa fu modificata secondo i canoni della Controriforma, in particolare furono demolite alcune campate della cripta e ampliato il corpo longitudinale riservato ai fedeli, che fu anche sopraelevato: furono anche rinnovate le decorazioni e l'altare secondo lo stile Barocco, modifiche queste ultime rimosse durante dei lavori di restauro effettuati nel 1925.

Nel 1782 fu soppressa da Pietro Leopoldo, Granduca di Toscana, e la chiesa ridotta a parrocchiale. Nel 1939 i monaci cistercensi tornarono in possesso dell'Abbazia e negli anni successivi furono apportati una serie di restauri: furono rimossi i loculi contenenti ossa e altri muri ingombranti; fu costruita una massicciata per limitare l'umidità al di sotto della pavimentazione, sotto cui vennero rinvenuti pezzi di pavimento originale; la scalinata per accedere al presbiterio fu restaurata e poggiata su muri preesistenti.

Descrizione La Chiesa

La chiesa presenta una facciata a capanna alta e stretta, affiancata da due torrioni, entrambi decorati da archetti pensili, quello di destra incompiuto e l'altro merlato. Al centro delle torri presenta un corpo rialzato (Westwerk), il cui ambiente sovrastante il vestibolo un tempo era collegato ad un balcone interno che permetteva di assistere alle funzioni, di cui è possibile ancora leggere le tracce. L'aspetto attuale è in parte il risultato di restauri degli anni trenta del Novecento.

Il Campanile, in stile romanico, si erge ad un'altezza di circa 30 metri e custodisce al suo interno 4 campane, tra cui la "Campana di Remigio" che ora è stata sostituita da una nuova campana a inizio anni '2000. Più info sul concerto Campanario nel Censimento a cura di Leonardo Cerretani

L'interno è a croce latina con unica navata di stile romanico, stile che probabilmente è il primo del genere nel senese. Ai lati dell'entrata vi sono due acquasantiere del '500. Sulla parete destra, in alto, sono presenti sei finestre semplici tipiche dello stile romanico; sulla parete sinistra sono altrettante finestre cieche e vi è un frammento di affresco incorniciato con il Martirio di San Bartolomeo di Francesco Nasini (1694). Le pareti in pietra spoglie danno all'ambiente un senso di sobria austerità.

Il presbiterio sopraelevato era riservato ai monaci. I tre archi concentrici danno un senso di profondità e una prospettiva architettonica insolita. Gli archi sono decorati con dipinti di Francesco Nasini e bottega raffiguranti, nel primo la vita e la regola di San Benedetto ed i quattro Evangelisti, nel secondo i dodici apostoli e nel terzo i Dottori della Chiesa.

Le finestre a bifora presentano immagini del patrono del paese, San Marco Papa, e di Gesù Redentore. L'altare maggiore è in pietra trachitica.

Di particolare interesse è il Crocifisso ligneo policromato della fine del XII secolo posto sopra l'altare maggiore. Esso rappresenta il "Christus Triumphans", infatti sulla testa non ha la corona di spine, gli occhi e la bocca sono aperti e il corpo non è dismesso. Secondo la tradizione, fino al IX secolo era presente solo la croce; fu un pellegrino proveniente dall'Abbazia di Vezelay che, transitando lungo la via Francigena e sostando nell'Abbazia, scolpì il crocifisso secondo lo stile della scultura romanica borgognona.

Le cappelle laterali nel transetto sono anch'esse decorate dalla bottega di Francesco Nasini: la cappella a destra, del Santissimo Salvatore, è decorata da affreschi firmati da Francesco Nasini e datati nell'iscrizione dedicatoria 1652, con episodi della leggenda della fondazione dell'abbazia da parte del duca Ratchis.

Di fronte si trova l'organo a canne, costruito nel 1915 da Nicola Morettini per la chiesa di Santa Maria Immacolata a via Veneto e trasferito nella basilica nel 1954., dapprima sulla cantoria in controfacciata, poi (successivamente al restauro conservativo di Carlo Soracco del 1996) nell'attuale collocazione. Lo strumento, racchiuso entro una cassa lignea neoclassica sobriamente ornata, dispone di 12 registri ed è a trasmissione integralmente meccanica. La sua consolle, addossata al corpo d'organo, ha due tastiere e pedaliera..

La cappella a sinistra, della Madonna della Pieve, presenta affreschi coevi a quelli dell'altra cappella rappresentanti Storie della vita della Vergine eseguiti dallo stesso Francesco Nasini in collaborazione con il fratello Antonio Annibale.

All'estremità del transetto sinistro si apre la cappella del Presepio, con altri affreschi frammentari di Francesco Nasini.

Cripta

La cripta è posta sotto la chiesa e vi si accede tramite delle porte di fianco alla scalinata che porta al presbiterio. La cripta è caratterizzata dalla presenza di trentacinque colonne con capitelli di cui 24 originali. I capitelli e le colonne sono di forme singolari e diverse, con prevalenza di quelli a forma di paniere e calice, ricchi di motivi vegetali e figure zoomorfe e simboliche.

Al visitatore si presenta un'armonica alternanza di colonne con archi e volte a crociera, un disegno architettonico raro per l'epoca storica a cui risale. Entrando si trova la parte di recente ripristino mentre a seguire si trovano i resti veri e propri della cripta. Durante i lavori di restauro del 1925 furono rinvenuti i primi pilastri, mentre nel 1963 furono rinvenute altre colonne e il muro di delimitazione della cripta. A partire dal 1966 furono realizzati i lavori per riportare la struttura all'antica planimetria, con la realizzazione delle colonne mancanti ed il consolidamento di quelle originali. Infine negli anni 90 furono ripulite le volte e rifatto il pavimento in pietra con una nuova illuminazione.

Il chiostro Il chiostro si trova nella parte sinistra dell'Abbazia, contrariamente alla regola che lo vuole posto a destra nell'architettura cistercense. Dopo la soppressione dell'Abbazia nel 1782 tutta questa zona fu occupata dagli abitanti che ne fecero abitazioni, stalle e ripostigli e una buona parte crollò per l'incuria. La comunità cistercense, dopo i restauri della chiesa, ha ripristinato anche l'antico chiostro a partire dagli anni 70, lavori che si sono succeduti in modo altalenante soprattutto per la mancanza di fondi.

Museo di arte sacra

Antiche tradizioni riferiscono che l'Abbazia, grazie anche al ruolo di grande prestigio di cui godeva, possedeva notevoli tesori di oro e argenteria. La maggior parte dei reperti sopravvissuti sono collocati nel moderno museo allestito nell'ala est del chiostro di recente ricostruzione. Tra i reperti di maggior valore ricordiamo: Cofanetto Scoto-Irlandese: è un reliquiario rettangolare di piccole dimensioni, con coperchio a forma di tetto, di legno cesellato nel frontale. Reliquiari simili si trovano soltanto in Irlanda ed in Scozia ma quello presente nell'Abbazia ha una ornatura metallica che ne fa un pezzo unico. Viene datato alla metà del secolo VIII. Copia della Bibbia Amiatina: da un esemplare proveniente dal monastero di Vivarium in Calabria due abati fecero eseguire tre copie di cui la Bibbia Amiatina è la sola superstite. Pervenne per ragioni ignote all'Abbazia di San Salvatore tra il IX e il X secolo. Il Codice rimase nell'Abbazia fino alla sua soppressione nel 1782 e, dal 1785, fu portato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze dov'è tutt'ora, mentre una copia è ospitata nel museo. Casula di San Marco papa: la casula riccamente decorata viene attribuita al santo patrono ma è incerta la provenienza e la datazione, che si può collocare tra il VII e il IX secolo. Reliquiario di San Marco Papa: eseguito nel 1381 in bronzo dorato ha un'altezza di 62 cm, con grande finezza di lavorazione; al suo interno è custodito il capo del santo.

Note

Bibliografia W. Kurze, Carlo Prezzolini, L'abbazia di San Salvatore al monte Amiata. Documenti storici, architettura, proprietà, Firenze, 1988.