La rivolta dei Bersaglieri (nota anche come rivolta d'Ancona) fu un'insurrezione scoppiata nel giugno 1920 ad Ancona e poi diffusasi in altre zone dell'Italia centro-settentrionale.
L'innesco della rivolta fu il rifiuto di un gruppo di bersaglieri di partire per l'Albania, dove il porto di Valona era occupato da un corpo di spedizione italiano che, a causa della ferma resistenza albanese e di un'epidemia di malariaGiolitti, nelle sue memorie, parla di circa cento morti al giorno tra le truppe italiane a Valona, a causa della malaria, come riportato in M. Paolini, I fatti di Ancona e l'11º Bersaglieri (giugno 1920), in Quaderni di Resistenza Marche, n. 4 novembre 1982., necessitava di truppe di rinforzo.
La rivolta dei soldati si trasformò subito in una sommossa popolare che, pur non godendo dell'appoggio ufficiale dei partiti e dei sindacati, tenne in scacco Ancona per alcuni giorni diffondendosi poi, con modalità e peculiarità diverse da città a città, in altre aree del centro e del nord del paese.
L'evento è inserito nel contesto del biennio rosso, caratterizzato dallo scontro politico violento tra opposte fazioni; in quanto fu una ribellione armata, è uno degli episodi più significativi del biennio.
Antefatti
Nel maggio e nel giugno 1920, mentre in Italia divampavano le tensioni sociali, in Albania la situazione per le truppe d'occupazione italiane diventava sempre più difficile. In seguito alle mire espansionistiche del governo di Roma, che puntava all'acquisizione del porto adriatico di Valona, era sorto un comitato di difesa nazionale che si era insediato a Tirana proclamandola nuova capitale nazionale. L'intensificarsi della guerriglia albanese contro i soldati del contingente italiano spinsero i comandi ad ordinare la ritirata nel campo trincerato di Valona.
Il 3 giugno il governo di Tirana chiese agli italiani di lasciare Valona ottenendo in risposta un netto rifiuto. Due giorni dopo migliaia di miliziani albanesi attaccarono le postazioni italiane. Oltre alle perdite, i comandi italiani dovettero fronteggiare una rivolta nel quartiere musulmano di Valona che ebbe come conseguenza l'internamento sull'isolotto di Saseno di 300 civili.
In Italia intanto il governo Nitti era caduto ed il nuovo presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, da un lato ordinò l'invio di nuovi soldati per tenere Valona e dall'altro cercò un'intesa con gli albanesi. L'11 giugno a Trieste un gruppo di Arditi del 1º Reggimento d'assalto che si stava imbarcando per l'Albania si ammutinò. Saputa la notizia i socialisti e gli anarchici triestini diedero vita ad un corteo pacifista in segno di solidarietà. A seguito dell'intervento dei Carabinieri e della guardie regie, la rivolta si trasformò ben presto in guerriglia urbana. Dopo due ore di scontri, durante i quali morì un ufficiale di picchetto, l'ammutinamento poté dirsi sedato dalle forze dell'ordine grazie all'aiuto delle squadre nazionaliste e fasciste.
Mentre infervorava il dibattito sui fatti di Trieste e la questione di Valona, il ministro della guerra Ivanoe Bonomi decise l'invio in Albania del XXXIII battaglione dell'11º Reggimento bersaglieri.
I fatti La rivolta dei bersaglieri della Villarey
Nel 1920 l'11º Reggimento bersaglieri, comandato dal colonnello Antonio Paselli, era di stanza presso la caserma Villarey di Ancona. Durante la notte tra il 25 e il 26 giugno del 1920 un gruppo di soldati assunse il controllo della caserma disarmando i propri superiori. Gli ammutinati, sotto le armi da tre anni e reduci della Grande guerra, avevano preso questa decisione poiché non volevano essere inviati in Albania. Il paese balcanico infatti godeva di una pessima reputazione tra i soldati italiani, non a caso era spesso una destinazione punitiva per i reparti più insubordinati. La malaria e le cattive condizioni ambientali rendevano particolarmente difficile la vita dei militari. A questi fattori si doveva poi aggiungere l'insurrezione dei patrioti albanesi, che avevano iniziato a battersi per liberare il loro paese dall'occupazione italiana. I bersaglieri della Villarey avevano infatti osservato in porto la presenza del piroscafo Magyar e sospettavano, a ragione, che fosse arrivato per trasportarli a Valona. La mattina del 25 giugno il maggiore Efisio Tolu, comandante del XXXIII battaglione, fu informato dell'imminente partenza. Poco dopo venne avvertita anche la truppa che iniziò a rumoreggiare. In serata, durante una libera uscita, un drappello di militari capitanati dal soldato Monaldo Casagrande, si riunì con il segretario della Camera del Lavoro anconetana Sorgoni. Dopo aver spiegato al sindacalista la situazione e fatto presente la disponibilità a bloccare la partenza, i bersaglieri chiesero l'appoggio della Camera del Lavoro alla loro iniziativa. Sorgoni, temendo le ripercussioni, fece presente la natura politica delle istanze, e dopo aver dichiarato la neutralità della CdL, suggerì loro di rivolgersi ai repubblicani, agli anarchici ed ai socialisti.
Poco prima di mezzanotte giunse ad Ancona una compagnia del 15º Reggimento di fanteria che avrebbe sostituito il battaglione in partenza. Verso le tre di notte un gruppo di bersaglieri armati scese nel cortile della Villarey e, dopo una colluttazione disarmò e rinchiuse nelle celle sia il sergente d'ispezione che l'ufficiale di picchetto. I rivoltosi, dopo essersi impossessati di armi e munizioni si recarono negli alloggi e fecero prigionieri otto ufficiali che furono rinchiusi anch'essi nelle celle di sicurezza. Successivamente gli insorti si impossessarono di tre mitragliatrici che posizionarono agli angoli dell'edificio dopodiché svegliarono i soldati nelle camerate obbligandoli ad armarsi e a scendere in cortile. Un sergente ed un maresciallo, non visti, riuscirono ad abbandonare la caserma e ad avvisare il loro superiore, capitano Lastella, di quanto stava accadendo alla Villarey. Lastella ed il maresciallo si diressero così alla caserma dove tentarono invano di dissuadere i soldati insorti dai loro intenti. Constata la situazione Lastella ed altri due capitani si recarono a casa del colonnello Paselli per avvisarlo di quanto stava accadendo. L'ufficiale, saputa la notizia dell'ammutinamento, scoppiò a piangere. Dopo alcuni minuti di smarrimento Paselli decise di avvertire il comando di Divisione. Il comando fu quindi preso dal brigadiere generale De Vecchi il quale ordinò ad un battaglione mobile di carabinieri di cingere d'assedio la caserma. L'ufficiale comandò all'artiglieria di posizionare i cannoni sul colle del Cardeto e sulla caserma Stamura e puntarla sulla Villarey. Mezz'ora dopo il comando fu assunto dal maggiore generale Gorini che ratificò gli ordini di De Vecchi e dispose il rientro ad Ancona del 93º reggimento di fanteria in esercitazione al poligono di Sirolo.
Nonostante l'insurrezione i servizi basilari della Villarey continuarono ad operare. Non tutta la truppa aveva partecipato ai moti ed alcuni ufficiali avevano continuato a tentare di dissuadere i rivoltosi. Alcuni passanti, attirati dalle urla dei soldati che chiedevano alla popolazione di aiutarli a non partire per l'Albania, si erano recati in caserma per esprimere la loro solidarietà. Qui in diversi tra i civili accorsi approfittarono della situazione per prelevare, col consenso degli ammutinati, armi e munizioni dai depositi. Alle prime luci del giorno si registrarono anche alcune sparatorie tra gli insorti e i carabinieri appostati nella vicina caserma Stamura. Le forze dell'ordine inviarono poi una proposta di resa che fu prontamente respinta. Nel tentativo di evitare incursioni dall'esterno, i rivoltosi organizzarono delle pattuglie armate miste composte da civili e militari. Verso le 08:00 giunse ad Ancona il generale Luigi Tiscornia che assunse il comando delle operazioni.
26 giugno: Ancona insorge Nella mattinata del 26 iniziarono a diffondersi tra la popolazione anconetana le prime notizie di quanto stava avvenendo nella caserma Villarey. Verso le 08:30 una folla di marittimi e portuali si era così radunata davanti alla sede delle organizzazioni sindacali, nel quartiere Archi. Un'ora dopo venne proclamato lo sciopero generale mentre più di persone presidiavano la Camera del Lavoro. I dirigenti politici concordarono sul rimanere fuori da quanto stava avvenendo alla caserma Villarey e rifiutarono di mettersi alla guida di un'eventuale insurrezione di stampo politico.. Gruppi di manifestanti intanto avevano preso autonomamente a far chiudere i negozi e a depredare le armerie. Anche diverse installazioni militari, come il forte Savio, il forte Scrima, l'aeroporto dell'Aspio, vennero assaltati e depredati dagli insorti in cerca di armi e munizioni. Alcuni soldati vennero disarmati mentre un gruppo di ufficiali venne sequestrato e condotto alla Camera del Lavoro, dove furono però liberati dai dirigenti. Fu poi organizzato dagli insorti un posto di blocco presso Porta Pia per impedire l'arrivo in città di militari o forze dell'ordine. In queste fasi il portuale Lamberto Lorenzini, impegnato a trasportare armi trafugate, venne ucciso da alcuni colpi sparati dai carabinieri.
Nel mattino del 26 giugno un'autoblindo con a bordo una delegazione di militari ammutinati tentò una sortita dalla caserma Villarey per raggiungere la Camera del Lavoro per incontrarsi con i dirigenti sindacali e stabilire una strategia comune. Durante il tragitto il veicolo fu intercettato dai carabinieri che aprirono il fuoco. I militari risposero ferendo tre gendarmi. Dopo essere stata fatta rientrare, l'autoblindo tentò una seconda sortita ma venne nuovamente fermata dalle raffiche dei carabinieri. I soldati a bordo dell'automezzo risposero sparando con la mitragliatrice, uccidendo un carabiniere e ferendone altri tre. Mentre rientrava nella caserma Villarey l'autoblindo fu nuovamente colpita dai proiettili dei carabinieri che uccisero tre passanti innocenti. Durante tutta la mattinata, vista l'indisponibilità da parte dell'artiglieria dei forti della città a bombardare la caserma, i vertici militari iniziarono una serie di trattative con i rivoltosi. Questi continuarono a chiedere di non partire per l'Albania, che nessuno fosse arrestato e che le armi fossero consegnate al Comando Militare. Alle 14:00 una delegazione entrò nella caserma per chiudere l'accordo che fu siglato alle 15:30.
Durante la mattinata proseguirono gli scontri tra civili insorti e drappelli di militari. Un capitano del Genio rimase ferito dopo che un gruppo di insorti lo aveva disarmato di fronte ai suoi soldati.
Più tardi un gruppo di soldati del 98º reggimento di fanteria guidati dal tenente Spagnoli e dal sottotenente Giovanni Ramella venne intercettato da alcuni ribelli mentre si dirigeva verso forte Savio. Dopo aver fatto trincerare i soldati in una fattoria i due ufficiali ordinarono di aprire il fuoco. Di fronte alla titubanza dei suoi sottoposti, Ramella sparò ed uccise il soldato Ubaldo Marchiani per insubordinazione.. Gli insorti, inferociti per quanto accaduto, invasero la casa colonica e linciarono il sottotenente che morirà qualche ora dopo nel locale manicomio.
Poche ore più tardi l'agente Luigi Cristallini, che da tempo sorvegliava gli elementi più politicizzati tra i portuali e i marittimi, fu riconosciuto per la strada, rapito e giustiziato nei pressi del gasometro..