La prima traccia dell'idea di unevoluzione biologica degli esseri viventi è la teoria sull'origine della vita attribuita"Anassimandro di Mileto afferma che dall'acqua e dalla terra riscaldate sarebbero nati dei pesci o degli animali molto simili a pesci; in questi concrebbero gli uomini, e i feti vi rimasero rinchiusi fino alla pubertà. Quando questi si spezzarono, allora finalmente ne uscirono uomini e donne che potevano già nutrirsi." (Censorino, De die natali)"[Anassimandro] dice pure che da principio l'uomo fu generato da animali di altra specie." (Plutarco, Doxa) ad Anassimandro di Mileto. Gli animali ebbero origine nell'acqua, dove erano tutti simili a pesci; con il tempo sono saliti sulla terraferma dove, liberati dalle scaglie, hanno continuato a vivere. Tale fu anche l'origine dell'uomo.Franco Volpi, Dizionario delle opere filosofiche, pag. 31
Con l'avvento del Cristianesimo, e fino almeno all'evo moderno, l'indagine scientifica fu dominata dall'impianto filosofico essenzialista di derivazione aristotelica, nel quale la possibilità stessa della conoscenza si fonda sulla fissità della specie; inoltre, l'evoluzione non si armonizza con la Genesi e non trova collocazione in un sistema di riferimento che considera le specie immutabili perché perfette, in quanto create ex nihilo da Dio. Nel XVII secolo, col riaffiorare delle antiche concezioni, la parola evoluzione cominciò ad essere utilizzata come riferimento a un'ordinata sequenza di eventi, particolarmente quando un risultato si trovava, in qualche modo, già dall'inizio contenuto all'interno di essa.
Nel XVIII secolo la storia naturale si sviluppò enormemente, mirando ad investigare e catalogare le meraviglie dell'operato di Dio. Le scoperte effettuate dimostrarono l'estinzione delle specie, che fu spiegata dalla teoria del catastrofismo di Georges Cuvier, secondo cui gli animali e le piante venivano periodicamente annientati a causa di catastrofi naturali per poi essere rimpiazzate da nuove specie create dal nulla. In contrapposizione ad essa, la teoria dell'Uniformitarismo di James Hutton, del 1785, ipotizzava un graduale sviluppo della Terra, il cui aspetto non era dovuto ad eventi catastrofici ma a un lento processo perpetuatosi attraverso gli eoni.
Dal 1796, Erasmus Darwin, nonno di Charles, avanzò delle ipotesi sulla discendenza comune affermando che gli organismi acquisivano "nuove parti" in risposta a degli stimoli e che questi cambiamenti venivano trasmessi alla loro discendenza; nel 1802 suggerì la selezione naturale. Nel 1809, Jean-Baptiste Lamarck sviluppò una teoria simile (l'"ereditarietà dei caratteri acquisiti"), la quale ipotizzava che tratti "necessari" venissero ereditati col passaggio da una generazione alla successiva. Queste teorie di trasmutazione furono sostenute in Gran Bretagna dai Radicali come Robert Edmond Grant. In questo periodo l'opera di Thomas Malthus, Saggio sul principio della popolazione, influenzò il libero pensiero mostrando come l'incremento della popolazione mondiale fosse correlato a un eccesso nelle risorse disponibili.
Varie teorie furono proposte per riconciliare la Creazione biologica con le nuove scoperte scientifiche, incluso l'attualismo di Charles Lyell secondo cui ogni specie aveva un suo "centro di creazione" ed era progettata per un particolare habitat il cui cambiamento portava inevitabilmente alla sua estinzione. Charles Babbage ritenne che Dio avesse creato le leggi per un programma divino che operava per la produzione delle specie e Richard Owen seguì Johannes Müller nel pensiero che la materia vivente avesse un'"energia organizzativa", una forza vitale (Lebenskraft) che, dirigendo lo sviluppo dei tessuti, determinava l'arco di vita degli individui e delle specie.
Antichità Greci Ipotesi secondo cui un tipo di animale, perfino l'essere umano, potesse discendere da altri tipi di animali erano state formulate dai filosofi greci Presocratici. Anassimandro di Mileto (610 - 546 a.C.) suppose che i primi animali vivessero in acqua, durante una fase umida del passato della Terra, e che i primi avi viventi a terra della razza umana dovevano essere nati in acqua, e aver passato solo una parte della loro vita sulla terraferma. Intuì anche che il primo umano della forma conosciuta oggi doveva essere stato il figlio di un altro tipo di animale, perché l'uomo ha bisogno di un lungo periodo di accudimento per raggiungere l'autonomia.
Empedocle (490 - 430 a.C.) intuì che quello che noi chiamiamo nascita e morte degli animali sono solamente il mischiarsi e il separarsi dei quattro elementi che formano "l'infinita tribù delle cose mortali". Più in particolare, i primi animali e le prime piante erano simili alle parti divise che formano quelli che vediamo oggi, qualcuna delle quali sopravvisse unendosi in differenti combinazioni, e poi mescolandosi di nuovo, finché "tutto riuscì come se fosse stato fatto di proposito, lì le creature sopravvissero, essendo accidentalmente composte in modo corretto".
Anche Platone si pose il problema del continuo nascere e scomparire dei fenomeni, e pur mantenendo il principio della staticità dell'essere parmenideo, lo conciliò col divenire eracliteo sostenendo come le trasformazioni della natura non avvengano a caso (in polemica contro Democrito), ma tendano a riproporre delle forme trascendenti e a-temporali di cui gli organismi in qualche modo partecipano, seppure solo parzialmente.
Egli così introdusse una tensione dinamica nella sua visione dell'essere, che venne riformulata da Aristotele in un senso finalistico, in base al quale esiste una potenzialità latente (dynamis) negli organismi, sospinti ad evolversi per realizzare la loro essenza grazie a una forza, ritenuta però immanente, detta energhèia (o entelechìa).
La forma in atto a cui essi tendono è comunque anteriore alla potenza, ed anche se questa compare cronologicamente per prima sul piano materiale, non potrebbe svilupparsi se non fosse preceduta dall'atto su un piano logico-metafisico. Tale concezione aristotelica la differenzia da quella materialistica di Epicuro (341-270 a.C.), il quale avrebbe anticipato l'idea della selezione naturale sostenendo la formazione dei corpi sulla base di aggregazioni fortuite. Il filosofo romano Lucrezio (99 -55 a.C.), anch'egli atomista, riprende ed espone queste idee nel suo poema De rerum natura (Sulla natura delle cose).
Nel sistema Epicureo, si è ipotizzato che molte specie siano state generate spontaneamente da Gea in passato, ma che solo le forme più funzionali siano sopravvissute e abbiano avuto progenie. Gli epicurei non sembrano aver anticipato l'intera teoria dell'evoluzione come la conosciamo oggi, ma sembra che abbiano postulato una teoria abiogenetica separata per ciascuna specie, piuttosto che postulare un singolo evento abiogenetico con la differenziazione delle specie a partire da uno o più organismi progenitori originari.
All'epicureismo si contrappose la scuola stoica di filosofia, che spiegava la generazione delle forme con l'azione di un logos immanente, capace di infondervi un progetto di sviluppo attraverso le cosiddette rationes seminales, ed in seguito Platone e Aristotele accrebbero di importanza nel corso del Medioevo, le cui correnti filosofiche, anche per l'influsso delle descrizioni bibliche, erano portate a ritenere che le specie di tutte le cose, non solo viventi, fossero state stabilite da un progetto divino, assegnando in ogni caso un primato allo spirito, non al caso né alla materia.
Cinesi Antichi pensatori cinesi come Zhuang Zhou (369 -286 a.C.), un filosofo taoista, hanno espresso varie idee su come le specie biologiche si siano diversificate. Secondo Joseph Needham, il Taoismo nega esplicitamente la fissità delle specie biologiche, e filosofi taoisti ipotizzano che le specie abbiano sviluppato diversi attributi in risposta ad ambienti differenti. Il Taoismo insegna che gli esseri umani, la natura e il cielo sono in uno stato di "trasformazione costante" noto come il Tao, una visione della natura in contrasto con quella più statica tipica del pensiero occidentale.
Romani Il poema di Lucrezio De rerum natura fornisce la migliore spiegazione superstite del pensiero dei filosofi epicurei greci. Esso descrive lo sviluppo del cosmo, la Terra, gli esseri viventi, e la società umana attraverso meccanismi puramente naturalistici, senza alcun riferimento al coinvolgimento soprannaturale. De rerum natura potrebbe aver influenzato le speculazioni cosmologiche ed evolutive di filosofi e scienziati durante e dopo il Rinascimento.
Il suo punto di vista è in forte contrasto con le opinioni di filosofi romani della scuola stoica come Cicerone, Seneca (4 a.C. - 65 d.C.), e Plinio il Vecchio (23 -79 d.C.) che avevano una visione fortemente teleologica del mondo naturale che ha influenzato la teologia cristiana. Cicerone riporta che la visione peripatetica e stoica della natura riguarda fondamentalmente il produrre vita «capace di sopravvivere nel migliore dei modi», per opera di ragioni seminali contenenti le informazioni di sviluppo degli organismi, secondo una prospettiva diffusa nell'età ellenistica ripresa dal neoplatonismo e dall'agostinismo cristiano.
Agostino d'Ippona
In linea con il precedente pensiero greco, il vescovo e teologo del IV secolo, Agostino di Ippona, scrisse che la storia della creazione nel libro della Genesi, non doveva essere letta troppo alla lettera. Nel suo libro De Genesi ad litteram ("Sul significato letterale della Genesi"), ha dichiarato che in alcuni casi le nuove creature potrebbero essersi originate attraverso la "decomposizione" di precedenti forme di vita. Per Agostino — a differenza di quelle che considerava le forme teologicamente perfette degli angeli, il firmamento e l'anima umana — le "piante, uccelli e la vita animale non sono perfetti… ma creati in uno stato di potenzialità". L'idea di Agostino che le forme di vita siano state trasformate "lentamente nel corso del tempo" ha spinto padre Giuseppe Tanzella-Nitti, docente di teologia presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, a sostenere che Agostino abbia suggerito una forma di evoluzione.
Henry Fairfield Osborn scrisse in From the Greeks to Darwin (1894):
In Storia della lotta della scienza con la teologia nella cristianità (A History of the Warfare of Science with Theology in Christendom, 1896), dove Andrew Dickson White scrisse sui tentativi di Agostino di preservare l'antico approccio evolutivo alla creazione:
"Per secoli una dottrina largamente accettata era che l'acqua, la sporcizia, e le carogne avevano ricevuto il potere dal Creatore per generare vermi, insetti, e una moltitudine di piccoli animali; e questa dottrina era stata accolta con particolare favore da Sant'Agostino e molti dei padri fondatori, in quanto solleva l'Onnipotente dal creare, Adamo dal nominare, e Noè dal vivere nell'arca con queste innumerevoli specie disprezzate."Andrew Dickson White, Storia della lotta della scienza con la teologia nella cristianità, edizione inglese:
In De Genesi contra Manichæos, Agostino dice: "Supporre che Dio creò l'uomo dalla polvere con le mani è molto infantile… Dio non plasmò l'uomo con le mani né soffiò su di lui con la gola e le labbra…" Agostino suggerisce in altri lavori la sua teoria dello sviluppo degli insetti dalle carogne, e l'adozione della vecchia teoria dell'evoluzione, mostrando che "alcuni animali molto piccoli non possono essere stati creati nei giorni quinto e sesto, ma possono essere stati originati in seguito dalla putrefazione della materia." Per quanto riguarda l'agostiniana De Trinitate ("Sulla Trinità"), Andrew White ha scritto che Agostino "…sviluppa finalmente l'idea che dietro la creazione di esseri viventi c'è qualcosa di simile a un'evoluzione, di cui Dio è l'autore ultimo, che opera attraverso le cause seconde; e, infine, sostiene che alcune sostanze sono dotate da Dio del potere di produrre alcune classi di piante e animali."
Medioevo