Il dialetto bergamasco (nome nativo dialèt bergamàsch) è un dialetto della lingua lombarda appartenente al ramo lombardo orientale (transabduano), afferente al ceppo delle lingue gallo-italiche; è parlato, nelle sue diverse varietà, nel territorio della provincia di Bergamo, nel territorio cremasco, e nei comuni lecchesi della Valle San Martino.
Il bergamasco è derivato dal latino volgare innestato sulla precedente lingua celtica parlata dai Galli. Nei secoli subì alterazioni, le più importanti delle quali avvennero con le immigrazioni dei Longobardi, che lasciarono terminologie e forme tipiche del germanico entrate a fare parte del linguaggio comune (ad esempio, a trincà = "bere",Cfr. inglese to drink, tedesco trinken. a gregnà = "ridere",Cfr. inglese to grin ("sorridere", "sogghignare"). a 'l tùss e a la tùsa = "ragazzo" e "ragazza", a 'l issccèt = "figlio", numerosi verbi sintagmatici, ecc.).
I parlanti il lombardo occidentale e altre lingue gallo-italiche considerano il bergamasco poco comprensibile poiché, nonostante le somiglianze lessicali e morfologiche, possiede una fonetica molto stretta e diversa da quella di lingue e dialetti circostanti.
Il dialetto bergamasco è stato a lungo oggetto di studio, di commenti e di confronti con l'italiano e con altri dialetti. Vari autori l'hanno dileggiato riducendolo, in maniera superficiale, a parlata macchiettistica esclusiva della gente più incolta e umile. Dante Alighieri, poco indulgente verso le parlate lombarde, ne criticava la tendenza all'apocope così come quelle che riteneva asprezze:
Il dialetto bergamasco (più precisamente alcune sue varianti parlate nella bassa bergamasca) è la lingua in cui Ermanno Olmi ha girato il suo film L'albero degli zoccoli, vincitore del festival di Cannes nel 1978, in cui si racconta la vita di una comunità di mezzadri della pianura bergamasca alla fine del XIX secolo.
Espressione idiomatica tipica del bergamasco è a 'l pòta, corrispondente al toscano pòtta, di etimo incerto: anticamente indicava principalmente l'organo sessuale femminile, è oggi usata soprattutto come interiezione per esprimere sdegno o rabbia, o anche rassegnazione davanti a ciò che è inevitabile. Il termine esiste anche in bresciano, cremasco e nell'antico padovano (Ruzante).
Origine Il dialetto bergamasco ha origini antiche, è attestato nel Basso Medioevo da diversi atti di transazioni private, ma anche da alcuni componimenti poetici fatti risalire alla prima metà del XIII secolo. Questi tuttavia si discostano dal vernacolo parlato perché subiscono l'influenza della mediazione culturale degli scrittori, notai o comunque uomini di cultura che li hanno trascritti. Si hanno così espressioni come unam colcedram o peciis panni bergamini sgrigis in cui i termini colcedram e sgrigis rappresentano rispettivamente adattamenti dei termini dialettali cocèta e sgrèse.B. Belotti – Storia di Bergamo e dei bergamaschi.
Al XIV secolo risalgono un glossario e alcuni eserciziari usati per facilitare la traduzione dal dialetto al latino e viceversa
Tra i componimenti poetici sono ricordati un Decalogo e una Salve Regina di chiara ispirazione religiosa contenuti in codici del tutto analoghi per struttura e forma ad altri duecenteschi.
Varianti Oltre a quello parlato nella città di Bergamo, che può essere considerato centrale sia in termini geografici che linguistici, ne esistono numerose varianti locali, alcune circoscritte anche a piccole comunità montane, che si differenziano tra loro per alcune peculiarità del lessico e della pronuncia di alcuni suoni; uno degli esempi più evidenti è la s sorda – come in sich (cinque) o sura (sopra) — che diventa h aspirata (hich, hura) in molte località di pianura, della Valcalepio e nel Sebino bergamasco, e z (zich, zura) in alcune località montane, ad esempio la Valle di Scalve.
Tipico delle comunità montane è anche l'uso dello scotöm (anche scötöm), un soprannome che consente di distinguere i diversi rami familiari di una comunità – a volte persino un intero paese – contraddistinta da un solo cognome; lo scotöm è solitamente un aggettivo o un sostantivo legato a una peculiarità fisica o a un'attività e si declina per genere usando una forma femminile per identificare mogli e figlie appartenenti al ramo familiare. Questa usanza era un tempo diffusissima anche nella bassa bergamasca, dove questo speciale soprannome è chiamato scurmagna, ma ora sta praticamente scomparendo.
Nella bergamasca occidentale di pianura è molto risentita l'influenza milanese, in modo minore nell'isola bergamasca dove ci sono solo variazioni di pochi lemmi, come ad esempio iscè (bergamasco: isè, milanese: inscì, italiano: così) o nell'imperativo pronominale, ad esempio sbrighes! (bergamasco: sbrighet, milanese: sbrighes, italiano: sbrigati), invece nel trevigliese è molto più risentito, ad esempio cardiga al posto di scagna per indicare la sedia o furcheta al posto di pirù per indicare la forchetta.
Tra le principali varianti del dialetto si possono annoverare quelle della Valle Imagna, della Valle Seriana, della Valle Brembana, della Valle Taleggio, della Valle di Scalve e della Valle San Martino. In molte zone di pianura e nella Valcalepio prevale l'uso dei suoni aspirati.
Muovendosi verso le province vicine, nelle zone di confine il lessico risulta ibridato da quello delle parlate delle aree confinanti: milanese, brianzolo, lecchese, bresciano e cremasco.
Una variante particolare del bergamasco è il gaì, peraltro ritenuto un linguaggio di classe in quanto "espressione linguistica di gruppi sociali emarginati"Comune di Bergamo, Il linguaggio e la vita dei pastori bergamaschi. Il gaì era il gergo dei pastori bergamaschi, principalmente usato in Val Seriana. Si tratta di un linguaggio particolare, come un codice, ormai quasi scomparso, comune tra tutti coloro che svolgevano un'attività in cui lo spostarsi era un elemento fondamentale come accadeva ai pastori che praticavano la transumanza.
A seguito delle migrazioni del XIX e XX secolo, il dialetto bergamasco è parlato anche in varie comunità del sud del Brasile, ad esempio nel municipio di Botuverá.
Letteratura I dialetti, e con essi il bergamasco, hanno riacquistato a partire dagli anni novanta una propria dignità; è stata rivalutata la letteratura vernacolare, non più minore ma espressione di comunità che, seppure integrate in un tessuto nazionale più ampio, mantengono vive la propria cultura e le proprie tradizioni.
Tra i diversi studiosi che si sono dedicati al dialetto bergamasco si distingue per la qualità della propria produzione letteraria Antonio Tiraboschi il cui vocabolario, sempre attuale, è il più completo mentre le sue ricerche etno-letterarie, sono essenziali per la comprensione della comunità orobica. Oltre al vocabolario ha lasciato una Raccolta di proverbi bergamaschi e diversi inediti che sono stati successivamente pubblicati nei volumi L'anno festivo bergamasco, Giuochi fanciulleschi. Indovinelli popolari bergamaschi, Usi e tradizioni del popolo bergamasco.
Bortolo Belotti, il grande storico di Bergamo, la cui Storia, per quanto datata, è ancora fondamentale per la conoscenza del territorio e della sua evoluzione, vi ha trattato il tema del bergamasco con ampie notazioni bibliografiche; ha anche scritto alcune opere minori in vernacolo.
Colui che conferì veramente al bergamasco dignità letteraria fu Giovanni Bressani, nonostante prima di lui fossero stati composti in vernacolo alcuni testi religiosi come il Salutatio ad Virginem Maria e il Decalogo, entrambi del XIII secolo, o lExclamatio ad virginem Maria di un certo Giacomo Vavassori da Verdello del XIV secolo.
Molti autori nel 1600 produssero pregevoli traduzioni in dialetto di opere che avevano avuto un grande successo come fece Alberto Vanghetti, nel 1655, con l'Orlando furioso dell'Ariosto. Questo l'incipit:
Ma il capolavoro delle traduzioni seicentesche, e non solo, di un'opera celebre nel dialetto bergamasco è da considerarsi Il Goffredo del signor Torquato Tasso travestito alla rustica bergamasca da Carlo Assonica dottor ossia la Gerusalemme Liberata tradotta da Carlo Assonica nunzio di Bergamo a Venezia. Un'ottava dell'assemblea diabolica davanti a Plutone esprime tutta la piacevolezza ma anche la forza della sua traduzione:
Nel Settecento l'abate Giuseppe Rota scrisse alcuni componimenti poetici in dialetto che ebbero una certa diffusione. Particolarmente interessanti i suoi versi in difesa del bergamasco e della sua terra:
Pietro Ruggeri da Stabello, (Stabello di Zogno 1797, Bergamo 1858), emerge nel panorama poetico-letterario bergamasco del XIX secolo con una produzione poetica dialettale notevole. Antonio Tiraboschi curò, (1931) una raccolta delle sue Poesie in dialetto bergamasco.
Erede del Ruggeri a cui può essere accostato per temperamento, Benvenuto Trezzini da Villa d'Almè, (1851-1910), fu giornalista e polemista sarcastico e acuto. Assieme ad Annibale Casartelli e Teodoro Piazzoni fondò nel 1894 il giornale Ol Giopì tuttora curato e pubblicato dal "Ducato di piazza Pontida", un'associazione nata nel 1924 per valorizzare il dialetto e le tradizioni bergamasche.
Tra i molti poeti dialettali della prima metà del XX secolo si distinsero Giuseppe Bonandrini, Giacinto Gambirasio, il popolare Giuseppe Mazza, detto Felipo, Renzo Avogadro, (Rasghì, it. taglierino), il malinconico Sereno Locatelli Milesi, Pietro Astolfi, (Giopa), Angelo Pedrali, il faceto Giuseppe Cavagnari, Luigi Gnecchi, Carmelo Francia.
Oggi nuove generazioni di poeti dialettali si affacciano generosamente sulla scena poetica locale testimoni di una cultura e di una tradizione tuttora vive e dinamiche.
Produzione musicale In dialetto bergamasco sono state realizzate molte canzoni popolari, per la maggior parte di autore ignoto ed entrate nel repertorio di gruppi musicali locali come la Famiglia Ruggeri di Bondo di Colzate o il gruppo Lampiusa di Parre.
Negli anni 2000 ha avuto un discreto successo il gruppo musicale Bepi & The Prismas che usa quasi esclusivamente il dialetto bergamasco per le sue canzoni di taglio country rock. Il primo cd del gruppo uscì nel 2004 con quattro tracce musicali. Negli ultimi anni ha poi ottenuto un discreto successo anche Vava77 (al secolo Daniele Vavassori).
Grammatica Come tutte le lingue anche il bergamasco ha delle regole che nascono dalla sedimentazione consuetudinaria di costruzioni lessicali orali e letterarie comunemente accettate e usate. Anche se lievi differenze si riscontrano in diverse parti del territorio orobico, la struttura linguistica base, la fonetica, la morfologia, il vocabolario rimangono comuni.
L'origine e la stretta contiguità con l'italiano, di cui "subisce l'influenza sempre più livellante e distruttiva"Umberto Zanetti, La grammatica bergamasca, Bergamo, Sestante, 2004 ne ha fatto assorbire molte regole pur mantenendo alcune peculiarità proprie.
Particolarmente tipiche sono l'aferesi e l'esistenza di una forma interrogativa del verbo (an va, andiamo; an vài?, andiamo?) e, di origine probabilmente germanica, la caratteristica di avere il verbo coniugato allo stesso modo per le terze persone singolare e plurale e per la prima persona plurale. Queste voci verbali vengono distinte tra loro tramite un pronome clitico obbligatorio posto tra il pronome personale (facoltativo) e la voce verbale, come nei dialetti veneti.
(lü) 'l laùra — egli lavora (lé) la laùra — ella lavora (nóter) an laùra — noi lavoriamo (lur) i laùra — loro lavorano
(lü) 'l màia — egli mangia (lé) la màia — ella mangia (nóter) an màia — noi mangiamo (si noti che in questo caso la pronuncia della combinazione n+m diventa una m doppia). (lur) i màia — loro mangiano
Come nel dialetto milanese e in altri dialetti lombardi ed emiliani, la negazione, espressa con l'avverbio mìa, segue il verbo anziché precederlo.
'ndomà laure mìa — domani non lavoro adès màie mìa — ora non mangio
Fonetica