Le opere di Paisiello (se ne conoscono 94) abbondano di melodie, la cui bellezza leggiadra è tuttora apprezzata. Forse la più conosciuta tra queste arie è "Nel cor più non mi sento" da La molinara, immortalata anche nelle variazioni di Beethoven e Paganini, interpretata da alcune delle più grandi voci della storia, sia maschili sia femminili. La sua produzione di musica sacra molto ampia, comprende otto messe (tra cui la "Messe composée pour le jour de la proclamation de Sa Majesté Impériale L’Empereur des français Napoléon premier l’an 1804", e la solenne Messa da requiem) oltre a numerosi lavori meno noti: compose anche molta musica strumentale da camera. Manoscritti delle partiture di molte sue opere vennero donate alla biblioteca del British Museum da Domenico Dragonetti.
Oltre all'attività operistica, Paisiello è noto per aver composto Viva Ferdinando il re, adottato nel 1816 come inno nazionale del Regno delle Due Sicilie.
La biblioteca dei Girolamini di Napoli possiede un'interessante raccolta di manoscritti che registrano le opinioni di Paisiello sui compositori a lui contemporanei, e ce lo mostrano come un critico spesso severo, soprattutto del lavoro di Pergolesi. Biografia
Esponente di primissima fila nelle vicende musicali d'Europa nell'ultimo trentennio del Settecento, Paisiello fece della commedia per musica napoletana un genere sovranazionale; nel contempo, con Nina gettò le basi di un gusto protoromantico che fruttificò nei decenni a venire. I contemporanei e la storiografia musicale ottocentesca gli vollero attribuire la paternità dei nuovi istituti formali introdotti nel dramma per musica. I suoi lavori contribuirono a far convergere la stima e l'interesse degli spettatori coevi non soltanto sul cast, ma anche sul compositore e sulla sua partitura, considerata un prodotto artistico da replicare e da rigustare.
Nacque a Taranto in piazzetta Monte Oliveto da Francesco Paisiello, eminente chirurgo veterinario al servizio di Carlo III, re di Napoli, e Grazia Fuggiale.La data di nascita si ricava dall’atto di battesimo, dove compare con i nomi di Giovanni Gregorio Cataldo.
Il nucleo familiare di Francesco Paisiello, ivi compreso il piccolo Giovanni (i fratelli maggiori Porzia e Raffaele erano morti), risiedeva da anni nella casa del cognato sacerdote, Francesco Fuggiale, situata alle spalle del duomo. Come rivela il registro dei battesimi, fu battezzato nel duomo di San Cataldo. All'età di 8 anni entrò al Collegio dei Padri Gesuiti a Taranto con la prospettiva di intraprendere la carriera giuridica; ben presto Giovanni rivelò un eccellente orecchio e notevoli qualità canore; ad accorgersi dei suoi talenti furono non solo i Gesuiti, ma anche il patrizio tarantino Girolamo Carducci Agustini, che convinse Paisiello padre a mandare Giovanni a studiare a Napoli. Francesco Paisiello, tuttavia, non si mostrò subito favorevole alla partenza; nel frattempo Giovanni continuò a studiare con don Carlo Resta, eccellente tenore e maestro di arciliuto. Su questo strumento Giovanni si esercitò assiduamente per due mesi.
Gli studi a Napoli Appena tredicenne, Giovanni partì con suo padre per Napoli e andò a studiare musica al conservatorio di Sant'Onofrio (vi fu ammesso l'8 giugno del 1753), dove entrò da convittore e studiò sotto la supervisione dell'allora direttore Francesco Durante, divenendo successivamente suo assistente. Alla morte di Francesco Durante (30 settembre 1755), la direzione dell'istituto passò a Carlo Cotumacci e Girolamo Abos; al perfezionamento di Paisiello nell'arte del contrappunto accudì soprattutto Joseph Doll, unico docente straniero nei conservatori napoletani.
Divenuto mastricello nel 1759 e compiuti nel genere sacro i primi saggi compositivi, il 5 luglio 1763 Paisiello terminò anzitempo il proprio tirocinio. Non è certo se Paisiello abbia effettivamente composto la consueta operina che la prassi didattica richiedeva agli allievi più meritori quale prova di congedo: nell'abbozzo autobiografico del 1811 egli la menziona, esaltandone il successo riscosso a Napoli e provincia, ma non ne ricorda il titolo. Fatto sta che l'esordio nella carriera operistica avvenne nei teatri emiliani (sembra che per il teatro del conservatorio scrisse alcuni intermezzi, uno dei quali attrasse così tanto l'interesse dell'opinione pubblica che fu invitato a scrivere tre opere per lo Stato Pontificio: La pupilla e Il mondo a rovescio per la città di Bologna e Il marchese di Tidipano per Roma).
La carriera operistica: l'esordio in Emilia Giunto a Bologna nell'estate 1763, Paisiello esordì al teatro Rangoni di Modena con l'opera buffa La moglie in calzoni (18 febbraio 1764), un adattamento dell'omonima commedia di Jacopo Angelo Nelli (1727) realizzato da Giuseppe Carafa di Colubrano (costui viene tradizionalmente indicato come il tramite tra il giovane operista e i teatri di Modena e Bologna).
Incerta la datazione delle Virtuose ridicole, inscenate al Ducale di Parma il 18 gennaio 1764 o più probabilmente il 27 aprile 1766. Nel 1764 Paisiello diede due drammi giocosi a Bologna, Il ciarlone (12 maggio, revisione della Pupilla di Antonio Palomba) e I francesi brillanti (24 giugno, libretto di Pasquale Mililotti). Quest'ultimo, ripreso il 7 luglio a Modena, fu apprezzato dalla corte, donde una commissione per il successivo carnevale. A fine 1764 Paisiello fu scritturato dall'impresario del teatro veneziano di San Moisè per L'amore in ballo – andò in scena a metà gennaio 1765, in concomitanza con Madama l'umorista (Modena, 26 gennaio), revisione d'un dramma giocoso di Pietro Alessandro Guglielmi cui Paisiello e un altro anonimo operista aggiunsero dei pezzi nuovi (alcuni presi dallAmore in ballo) – e per Le nozze disturbate (carnevale 1766): fu questa la prima collaborazione con Caterina Bonafini, poi interprete privilegiata durante il periodo russo.
Nuove commissioni napoletane Dopo una sosta a Roma nel febbraio 1766 – al Valle andò in scena l'intermezzo Le finte contesse (una riduzione del fortunato Marchese villano, dramma giocoso di Pietro Chiari) – Paisiello, rientrato a Napoli, ebbe nuove commissioni: in primavera La vedova di bel genio per il Teatro Nuovo, nel carnevale 1767 Le 'mbroglie de le bajasse per il Teatro dei Fiorentini; le due commedie per musica del Mililotti siglarono l'incontro tra Paisiello e il genio vocale e istrionico di Gennaro Luzio e di Antonio e Giuseppe Casaccia. Nella primavera 1767 L'idolo cinese, primizia di una lunga e fruttuosa collaborazione con Giovanni Battista Lorenzi, fece colpo sul pubblico partenopeo per l'inedita mescolanza dei registri stilistici e la suggestiva ambientazione esotica; la corte stessa ne richiese un'immediata ripresa nel proprio teatro, indi in quello di Caserta nel 1768 e di nuovo a Palazzo Reale il 6 aprile 1769 alla presenza di Giuseppe II. Nel giugno 1767 Paisiello esordì al San Carlo con il dramma per musica Lucio Papirio dittatore, di Apostolo Zeno: il favore dei Borbone fu confermato nel 1768 da una seconda commissione (Olimpia, dramma di Andrea Trabucco, 20 gennaio, preceduto dalla cantata L'Ebone, su versi di Saverio Mattei) e dall'incarico di scrivere per il teatro di corte una «festa teatrale» epitalamica su Teti e Peleo (di Giovan Battista Basso Bassi, 4 giugno) per le nozze di Ferdinando IV con Maria Carolina d'Asburgo.
L'ottimo rapporto con i committenti di corte s'incrinò quando, a fine agosto, Paisiello indirizzò una supplica al sovrano onde evitare il matrimonio con Cecilia Pallini, che si sarebbe finta vedova e risultò sprovvista della dote promessa. La contesa si risolse a favore della donna: un rapporto dell'uditore Nicola Pirelli, inviato al ministro Bernardo Tanucci, comunicò che le nozze furono celebrate il 14 settembre nel carcere di San Giacomo degli Spagnoli, dove Paisiello venne recluso per alcuni giorni appunto per via del mancato impegno matrimoniale. Le vicissitudini prenuziali non incisero però sui ritmi produttivi del musicista, che si mantennero alti fino a fine 1770 (ben otto commedie per musica, testi di Lorenzi, Mililotti e Francesco Cerlone). Risale a quest'anno l'amicizia del musicista con l'abate Ferdinando Galiani, consigliere del Tribunale di commercio, intellettuale brillante e poliedrico, già ambasciatore a Parigi e dotato d'una fitta serie di contatti internazionali.
Tra il 1771 e il 1774 la routine delle commedie in musica (mediamente due all'anno) date al Teatro Nuovo di Napoli su libretti di Cerlone, Mililotti e Lorenzi venne frammezzata da importanti commissioni nei teatri del nord, stavolta nel genere operistico più fastoso, il dramma per musica. Per la corte modenese compose i metastasiani Demetrio, Artaserse e Alessandro nell'Indie (stagioni di carnevale 1771, 1772 e 1774); per il Regio di Torino, Annibale in Torino, dramma di Jacopo Durandi (carnevale 1771; Mozart padre e figlio erano tra il pubblico); per il Teatro delle Dame di Roma, Motezuma di Vittorio Amedeo Cigna-Santi (carnevale 1772); per il Ducale di Milano, Sismano nel Mogol di Giovanni De Gamerra (carnevale 1773, anch'esso ascoltato dai Mozart) e Andromeda di Cigna-Santi (carnevale 1774; in questa occasione Paisiello confezionò i nove quartetti per archi dedicati a Ferdinando di Lorena, arciduca d'Austria). Sul versante comico diede al San Moisè di Venezia L'innocente fortunata di Filippo Livigni (carnevale 1773), prontamente replicata a Napoli e poi su altre quaranta ‘piazze’. Nell'ottobre 1773 Paisiello chiese, senza esito, di poter supplire gratis Giuseppe Marchitti, secondo maestro della Real Cappella, ma pochi mesi dopo la corte riattivò i rapporti con l'operista, commissionandogli Il divertimento de' Numi, «scherzo rappresentativo per musica» di Lorenzi, da recitare in coda allOrfeo ed Euridice di Gluck nel teatro di Palazzo il 29 gennaio 1774. In quest'anno videro la luce due dei melodrammi paisielliani più acclamati, i primi peraltro esportati a Parigi (rispettivamente nel 1776 alla Comédie-Italienne, in francese, e nel 1778 all'Académie Royale de Musique, in italiano): si trattò della commedia Il duello di Lorenzi (Napoli, Teatro Nuovo, primavera) e del dramma giocoso La frascatana di Livigni (Venezia, Teatro di San Samuele, autunno), poi ripresa 186 volte in Italia e in tutt'Europa, caso senza eguali nel genere buffo settecentesco. Il 1775 si aprì con due commissioni veneziane nel carnevale (il metastasiano Demofoonte al San Benedetto e il dramma giocoso La discordia fortunata al San Samuele) e finì con l'esordio alla Pergola di Firenze (Il gran Cid, dramma di Gioacchino Pizzi, 3 novembre), ma fu soprattutto l'anno del Socrate immaginario, un esilarante capolavoro nato dalla collaborazione con Galiani e Lorenzi, che vi misero in burla l'affettata infatuazione erudita per la cultura greca osservata in tanti parvenu dell'intellettualità partenopea.