Biografia Origini e formazione Giovanni BattistaEva Kühn Amendola: Vita con Giovanni Amendola. Epistolario 1903-1926, Parenti, Firenze 1960, p.11 Amendola nasce a NapoliGennaro Corvino, 2005. nel 1882 da Pietro, originario di Sarno, carabiniere, e Adelaide Bianchi. A due anni è con i genitori a Firenze, dove il padre presta servizio per l'Arma.Giorgio Amendola, Una scelta di vita, Rizzoli, Milano 1976, p. 12. Si trasferisce poi a Roma, dove consegue la licenza media e ove, tranne una parentesi fiorentina tra il 1909 e il 1912, vivrà quasi ininterrottamente. A quindici anni (1897) s'iscrive alla gioventù socialista. Nel 1898 scoppiano a Milano i moti popolari; la repressione ordinata dal governo impone lo scioglimento di molte sedi socialiste in tutta Italia.
La teosofia e la massoneria Apprendista giornalista al quotidiano del Partito Radicale Italiano «La Capitale» al tempo della direzione di Edoardo Arbib, Amendola scrive alcuni articoli su esoterismo e teosofia. Ben presto entra in contatto con la Società Teosofica. Tra il 1900 e il 1905 è membro della loggia teosofica Dio e Popolo, guidata all'epoca da Isabel Cooper Oakley. Viene introdotto in un mondo cosmopolita, impara l'inglese e il francese.La moglie ricorda che "allargò il cerchio delle sue conoscenze ed amicizie e lo stesso orizzonte della sua vita". Cfr. Eva Kuhn Amendola, Vita con Giovanni Amendola. Epistolario 1903-1926 Parenti, Firenze, 1960, p. 17 Quando capisce però che la teosofia che sta studiando non soddisfa le sue aspirazioni spirituali, lascia la loggia. Durante quel periodo conosce l'intellettuale ebrea lituana Eva Oscarovna Kühn e se ne innamora. Si sposano religiosamente (con rito valdese) il 4 gennaio 1907 e civilmente il 7 febbraio. Dalla loro unione nasceranno quattro figli: Giorgio (1907 - 1980), Adelaide (1910-1980), Antonio (1916-1953) e Pietro (1918 - 2007).
La sua ricerca interiore, volta ad individuare una sintesi tra misticismo e razionalismo, lo porta a studiare la poetica del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen. Scrive due articoli per la rivista letteraria fiorentina «Leonardo» di Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini., e collabora alla rivista modernista «Il Rinnovamento» (1907-1909). Il 24 maggio 1905 viene iniziato in massoneria nella Loggia Giandomenico Romagnosi, appartenente al Grande Oriente d'ItaliaVittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori. Brevi biografie di Massoni famosi, Roma-Milano, Erasmo Edizioni-Mimesis, 2005, p. 12.. L'anno successivo soggiorna con la moglie a Berlino e a Lipsia, dove segue i corsi di Wilhelm Wundt, fondatore di un noto metodo sperimentale in psicologia. Nel 1908 abbandona la massoneria.Michele Magno, op.cit.
Il giornalismo e la carriera accademica
Nell'ottobre 1909 si stabilisce con la famiglia a Firenze, dove dirige la Biblioteca filosofica. Partecipa in questa fase ai congressi di filosofia con le sue relazioni. Continua la collaborazione alle riviste intellettuali fiorentine: scrive sulla «Voce», fondata nel 1908 da Prezzolini. Tenta di fondare una rivista di studi religiosi d'ispirazione modernista finanziata da Alessandro Casati (che Amendola aveva conosciuto ai tempi della collaborazione a «Rinnovamento»), ma il progetto non vede la luce. Nel 1911 fonda e dirige una rivista assieme a Papini, «L'Anima» e pubblica il suo libro di maggiore impegno filosofico, La volontà è il bene. Pur non laureato, ottiene l'equipollenza del titolo accademico grazie ai suoi saggi.
Nel 1912 presenta uno studio in filosofia su Immanuel Kant (pubblicato in volume nel 1913 con il titolo La Categoria. Appunti critici sullo svolgimento della critica delle Categorie da Kant a noi) per ottenere la libera docenza. Nello stesso periodo, ispirato specialmente dai racconti metafisici ed intimisti di Giovanni Papini, Amendola si cimenta nella prosa narrativa, pubblicando brevi frammenti sulla Riviera Ligure, con l'eteronimo, byroniano, di Manfredo.Giovanni Papini, Passato Remoto, Firenze, L'Arco, 1948. La questione più scottante del dibattito politico italiano è l'utilità di un intervento militare in Libia. Amendola, critico in un primo tempo verso la campagna coloniale in Africa, dopo l'inizio del conflitto appoggia lo sforzo bellico dalle colonne della «Voce», contribuendo a far aderire all'impresa libica la rivista stessa..
Collabora col quotidiano bolognese «il Resto del Carlino» con articoli di carattere culturale, grazie ai buoni uffici di Mario Missiroli, per diventare poi corrispondente politico da Roma del quotidiano (luglio 1912). Alla vigilia delle elezioni del 1913 sollecita i radicali a schierarsi con Giovanni Giolitti (capo del governo) e a separarsi dai socialisti. Le elezioni, le prime a svolgersi con il suffragio universale maschile, confermano la maggioranza uscente; i radicali guadagnano 62 seggi sedendosi tra i banchi dell'opposizione. Nello stesso anno Amendola tenta la carriera accademica partecipando a concorsi universitari, ma non ottenendo nessuna cattedra. Nell'aprile 1914 è nominato per un anno libero docente in Filosofia teoretica all'Università di Pisa, e in giugno viene assunto alla redazione romana del «Corriere della Sera» (già all'epoca il maggiore quotidiano italiano). Le sue convinzioni liberali e la sua posizione distaccata nei confronti della sinistra parlamentare coincidono con la linea del quotidiano di Albertini.. Amendola rinuncia per sempre all'attività accademica, per rimanere a Roma e avviarsi alla carriera pubblicistica e politica.
La prima guerra mondiale Allo scoppio della prima guerra mondiale, ritiene che la guerra contro l'Austria-Ungheria sia diventata inevitabile. Egli ritiene che un conflitto possa essere utile al ritorno alla madrepatria dei territori italiani ancora sotto dominio austriaco.. Mantenendo posizioni irredentiste, si schiera per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Come gran parte dei liberali italiani, vede nella guerra una possibilità di risorgimento morale del Paese. Arruolatosi come tenente di artiglieria sul fronte dell'Isonzo, è leggermente ferito e insignito di una medaglia di bronzo al valor militare. Intanto la carriera pubblicistica e quella politica proseguono parallelamente. Nel 1916 è capo dell'ufficio romano del «Corriere della Sera». Nell'aprile 1918 è tra i promotori del Patto di Roma, un accordo tra rappresentanti delle varie nazionalità sottomesse agli Asburgo per lo smembramento dell'impero austro-ungarico e l'autodeterminazione dei popoli. Tale iniziativa viene poi contraddetta dalla politica del ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, con il quale Amendola polemizza duramente tra il 1918 e il 1919.Giovanni Amendola: Il Patto di Roma e la "polemica". (Discorso tenuto da Giovanni Amendola, il 18 maggio 1919, agli elettori del Collegio di Mercato S. Severino). Tipografia Fischetti, Sarno 1919. Online:
L'elezione alla Camera dei deputati
Alle elezioni politiche del 1919 Amendola si candida con il partito «Democrazia Liberale». È eletto nel collegio di Salerno insieme ad Andrea Torre e ad altri tre candidati della lista. Entra così per la prima volta in Parlamento. La sua lista sostiene la corrente che fa capo al leader radicale Francesco Saverio Nitti, personaggio con il quale stringe una lunga amicizia. Il Salernitano è la sua base elettorale più importante, anche se non ottiene mai un controllo completo della provincia, giacché è contrastato dai popolari di Mattia Farina e dai liberali legati a Giovanni Giolitti, rappresentati in provincia da Giovanni Camera. Nonostante l'impegno parlamentare Amendola non rinuncia all'attività giornalistica, anzi prosegue la sua carriera su entrambi i fronti: quello giornalistico e quello politico.
È rieletto alla Camera nel maggio 1921; entra nel gruppo parlamentare "Democrazia unitaria". Poi lascia il «Corriere della Sera» per fondare un nuovo quotidiano con Andrea Torre (anch'egli salernitano e proveniente dal «Corriere») e Giovanni Ciraolo. Nel 1922 si susseguono rapidamente molti avvenimenti. Il 26 gennaio vede la luce «Il Mondo», destinato a diventare nel giro di pochi anni una delle voci più autorevoli della stampa democratica. Un mese dopo cade il debole governo Bonomi. Amendola è chiamato nel primo governo Facta, in quota liberaldemocratica, a ricoprire la carica di ministro delle Colonie. In aprile il gruppo di Democrazia Liberale alla Camera (di cui Amendola fa parte) si sfalda in tre parti: dei 79 deputati di cui è composto, 40 costituiscono un nuovo gruppo (“Democrazia”), 16 si uniscono al gruppo di Democrazia Sociale e solo 23 membri rimangono nel gruppo originario.. Amendola prende posizione contro tale frammentazione. Proteso ad unificare i gruppi liberaldemocratici in Parlamento, in giugno fonda con Nitti il «Partito democratico italiano». Alla nuova formazione aderiscono 35 deputati. Una conseguenza indesiderata si verifica al giornale: il direttore Andrea Torre lascia «Il Mondo», cedendo il quotidiano alla corrente di Amendola, il quale ne fa il giornale di riferimento della propria formazione politica. Ben 29 deputati sono meridionali. Non a caso, la diffusione del giornale prediligerà le regioni del Mezzogiorno e i finanziamenti proverranno da industriali del SudIl quotidiano fu sovvenzionato dal ricco proprietario siciliano Filippo Pecoraino, già finanziatore dell'«Ora» di Palermo..
L'opposizione al fascismo Dopo la marcia su Roma e l'insediamento del governo Mussolini (16 novembre 1922) Amendola, che da ministro ha votato a favore del decreto di stato d'assedio non firmato dal re il 28 ottobre, sceglie una linea di ferma opposizione. Difensore delle prerogative del Parlamento, si schiera decisamente contro il governo Mussolini, non accettando le posizioni di compromesso che avanzano altri esponenti della classe dirigente liberale, come Giovanni Giolitti e Antonio Salandra. Scrive ad esempio in quegli anni: "Il fascismo ha le pretese di una religione, le supreme ambizioni e le inumane intransigenze di una crociata". Sulle colonne del quotidiano Il Mondo sarà fra i primi a cogliere lucidamente e profeticamente la natura totalitaria dell'ideologia e del partito fascista: A causa delle sue posizioni critiche verso il regime nascente, come la netta contrarietà alla riforma elettorale maggioritaria nota come "legge Acerbo", subisce frequenti intimidazioni e aggressioni, che sfociarono nell'aggressione fisica il 26 dicembre 1923 a Roma, quando viene bastonato da quattro fascisti e ferito alla testa. La stessa vittima avrebbe poi narrato l’aggressione all’Alta Corte di Giustizia: