La Rivoluzione cubana fu il rovesciamento del dittatore cubano Fulgencio Batista da parte del Movimento del 26 di luglio, spesso abbreviato in "M 26-7" e l'ascesa al potere di Fidel Castro. Il termine è anche usato per indicare il processo, ancora in atto, che tenta di costruire una società tendenzialmente egualitaria secondo i principi marxisti, messo in atto dal nuovo governo cubano dal 1959.

Tutto ebbe inizio con l'assalto alla caserma Moncada, avvenuto il 26 luglio del 1953, e finì il 1º gennaio del 1959, con la fuga di Batista da Cuba; Santa Clara e Santiago di Cuba furono prese dalla milizia popolare (Ejército Rebelde) guidata da Fidel Castro, Ernesto Che Guevara, Raúl Castro, Juan Almeida e Camilo Cienfuegos.

L'assalto alla Caserma Moncada

A seguito del colpo di Stato avvenuto nel marzo 1952, in cui le forze guidate dal generale Fulgencio Batista rovesciarono il governo di Carlos Prío Socarrás annullando le imminenti elezioni presidenziali, Fidel Castro, un giovane avvocato e attivista politico, candidato al Parlamento, presentò una denuncia in tribunale per violazione della Costituzione. Ma tale denuncia cadde nel vuoto. In risposta, lo stesso Castro orchestrò il 26 luglio 1953, guidando un gruppo di ribelli, l'attacco alla base militare Moncada di Santiago di Cuba, con il principale scopo di impossessarsi del suo arsenale e dotare i militanti del proprio gruppo di rivoltosi delle armi necessarie a intraprendere la lotta armata.Roberta Dalessandro, Fidel Castro, GOODmood, 2016. L'attacco fu pianificato male e si svolse in modo maldestro. Alcune fonti sostengono che Fidel Castro avesse tenuto all'oscuro dei suoi piani la grande maggioranza dei partecipanti, simulando un'esercitazione paramilitare e mettendoli dinnanzi al fatto compiuto soltanto poco prima dell'azione. L'assalto fallì miseramente e la maggioranza dei ribelli furono catturati o uccisi. Molti dei prigionieri furono successivamente torturati e uccisi. Tra i sopravvissuti in grado di mettersi in salvo ci furono Fidel e Raul Castro, che furono tuttavia arrestati circa una settimana dopo. Il processo che seguì passò alla storia per l'appassionata autodifesa dell'avvocato Fidel Castro e per la sua celeberrima arringa difensiva "La storia mi assolverà". I ribelli subirono pesanti pene detentive. Fidel Castro fu condannato a 15 anni, da scontare nella prigione sita sull'Isola dei Pini.Serge Raffy, FIDEL CASTRO una vita, Rizzoli, 2016.

Amnistia, esilio, e sbarco del Granma Dopo poco meno di due anni di reclusione, nel maggio 1955, a seguito di un'amnistia, Fidel Castro, così come i suoi compagni, venne rilasciato. Nel corso del viaggio che dall'isola lo riportava a Cuba, Castro decise che avrebbe ufficializzato il nome della propria organizzazione, il Movimento 26 luglio (M26), in onore all'assalto alla caserma Moncada. Dopo un breve periodo, braccato dal clima di violenza che da un po' di tempo permeava la vita politica di Cuba, nonché nuovamente oggetto di mandati di cattura da parte della polizia, Fidel Castro si risolse a partire per un esilio volontario che lo avrebbe portato in Messico e negli Stati Uniti.

A Città del Messico Fidel Castro, tramite un gruppo di esuli compatrioti tra cui il fratello Raúl, conobbe un giovane medico argentino, Ernesto Guevara de la Serna, rivoluzionario che si appassionò moltissimo alla vicenda cubana tanto da aderire immediatamente al Movimento 26 luglio. In breve tempo, in seno ai vertici messicani del Movimento, si iniziò a progettare lo sbarco armato a Cuba, allo scopo di intraprendere la guerriglia e la sobillazione del popolo cubano contro il regime di Batista. Da Cuba e dal Sudamerica prevennero volontari a ingrossare le file del Movimento, e fu dato inizio ad un turbolento addestramento militare che da Città del Messico e dalla sua periferia portò i rivoluzionari sino a una fattoria sperduta a Chalco, che tuttavia fu rilevata dai servizi segreti cubani e, di conseguenza, smantellata dalle forze armate messicane, che arrestarono i membri del Movimento, salvo poi rilasciarli un mese dopo si ritiene a seguito del pagamento di un'ingente somma di denaro.

Per tutto il corso del reclutamento e dell'addestramento dei volontari, confidando nei suoi luogotenenti che si occupavano in prima persona di tutti gli aspetti connessi, Fidel Castro si impegnò massivamente nell'intessere legami politici e nel ricercare i fondi indispensabili per perseguire i progetti del Movimento. Tenne i contatti con gli esponenti del M26 rimasti a Cuba, si assicurò di aver voce sulla stampa nazionale, e viaggiò mantenendo un profilo basso negli Stati Uniti alla ricerca di finanziatori. Frattanto sul suolo cubano i disordini erano in aumento, e furono sventati alcuni colpi di stato fomentati da forze rivoluzionarie non legate al Movimento in nome o per conto di esuli politici tra cui l'ex presidente spodestato da Batista, Carlos Prío Socarrás. Proprio l'ex presidente Prío, colui che era stato violentemente attaccato in tribunale dal giovane avvocato e militante Castro ai tempi in cui era in carica, constatati i ripetuti insuccessi delle azioni sovversive contro il suo più grande nemico Batista, si risolse infine a diventare il principale finanziatore degli esuli del Movimento 26 luglio, fornendo il contributo economico decisivo nello spingere Fidel Castro e il suo gruppo ribelle ad intraprendere la spedizione del "Granma".

Dopo aver fatto perlustrare dal suo luogotenente Pedro Miret la zona in cui era previsto lo sbarco, nella provincia orientale ritenuta più favorevole alla guerriglia, grazie alla collaborazione di esponenti del M26 operativi a Cuba come Frank País e Celia Sánchez, Fidel Castro acquistò una vecchia imbarcazione chiamata Granma, ormeggiata presso la foce del fiume Tuxpan, da dove, malgrado la palese inadeguatezza della vecchia nave e le tremende condizioni meteorologiche previste, nella notte tra il 24 ed il 25 novembre 1956, insieme a Che Guevara, Raúl Castro, Pedro Miret e un manipolo di militanti del Movimento salpò in direzione delle coste cubane. Tra di loro era presente anche l'italiano Gino Donè Paro.

All'alba del 2 dicembre 1956 gli 82 ribelli imbarcati sulla "Granma" raggiunsero Cuba dopo una navigazione molto difficile. Paradossalmente il maltempo che aveva reso la traversata così difficoltosa impedì che l'imbarcazione potesse essere localizzata e affondata al largo. Naufragarono presso la Playa Colorada, in una palude di fango che non era il punto di approdo previsto. Le autorità cubane vennero a conoscenza dello sbarco in maniera quasi immediata, e le truppe di Batista si misero da subito sulle loro tracce. I ribelli ripararono verso la Sierra Maestra, camminando di notte e dormendo di giorno, ma furono traditi da un giovane guajiro, uno dei tanti contadini che popolavano la regione, che permise alle truppe governative di localizzarli e accerchiarli. La sera del 5 dicembre, in una radura ad Alegría del Pío, Fidel Castro e i suoi uomini vennero attaccati a colpi di mitragliatrice. Ventidue rivoltosi rimasero uccisi e molti furono catturati. Dei superstiti, una ventina si dileguarono senza lasciare traccia. Ernesto che Guevara fu, anche se in modo abbastanza lieve, ferito. Quando riuscirono ad allontanarsi dal pericolo, nascosti tra la fitta vegetazione della Sierra, si ritrovarono in sedici. I ribelli riuscirono infine a riunirsi in una tenuta presso Plurial de Vicana, messa a disposizione da un simpatizzante del M26 soprannominato Mongo. Il 21 dicembre 1956 si ritrovarono tutti riuniti in quella finca. Erano in venti, tra cui i fratelli Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos, Ramiro Valdés, e Juan Almeida.

Inizio della guerriglia sulla Sierra Maestra Riuniti nella finca di Plurial de Vicana, gli obiettivi dei superstiti ribelli, sempre capeggiati da Fidel Castro, divennero principalmente tre: trovare fiancheggiatori tra la popolazione della Sierra, di modo da avere un supporto continuo sia a livello di sussistenza che logistico; ingrossare le file dei propri militanti, sia grazie al reclutamento diretto di volontari guajiros che tramite l'invio di rinforzi da parte dei membri del M26 delle città; e infine impossessarsi di un arsenale militare che potesse metterli in condizione di iniziare una guerriglia. Frattanto, allo scopo di ripararsi dalle incursioni delle forze governative, era diventato imprescindibile spingersi sino alle vette più inaccessibili della Sierra per installarvi dei campi base.

Dopo aver condotto con successo l'assalto ad una caserma a La Plata, impossessatisi di armi e munizioni, i barbudos (così chiamati perché non avendo a disposizione rasoi e lamette si fecero crescere tutti la barba) si inerpicarono sino alla vetta più alta della Sierra, il Pico Turquino, dove si accamparono in una foresta difficilmente accessibile. I ribelli furono nuovamente traditi da un guajiro, Eutimio Guerra, il quale fu sul punto di condurre le truppe di Batista nel cuore del loro accampamento, prima che la sua delazione venisse scoperta e che fosse per questo giustiziato. Si narra che abbia dormito con una pistola a fianco di Fidel Castro avendo l'ordine di assassinarlo, ma che non abbia voluto procedere perché certo che non sarebbe riuscito a fuggire e a mettersi in salvo dopo aver commesso l'omicidio.

Nel frattempo il regime, allo scopo di mitigare la spinta rivoluzionaria serpeggiante in seno al Paese, tendeva a minimizzare l'operato dei barbudos, arrivando persino a dichiarare che Fidel Castro fosse rimasto ucciso. Il leader rivoluzionario, dal canto suo, non fece nulla per smentire queste voci per diverso tempo e, convinto di poter infiammare la popolazione, preparò un colpo di teatro in cui, sostanzialmente, annunciò in modo clamoroso la sua resurrezione. Condotto nel covo dei guerriglieri dall'esponente del Movimento 26 luglio Felipe Guerra Matos, il giornalista del New York Times Herbert Matthews intervistò Castro che, attraverso di lui, non si lasciò sfuggire l'occasione di lanciare il suo messaggio rivoluzionario al mondo, nel quale lasciò che si credesse che le forze del suo movimento fossero molto più ingenti di quel che erano nella realtà. L'intervista venne pubblicata sul New York Times sul finire del marzo 1957 ed ebbe una risonanza tale da portare l'eco della rivoluzione dei barbudos anche al di fuori di Cuba.

Giocando sulla sua presunta resurrezione, allo scopo di affascinare e sobillare il popolo cubano da sempre così attento ai simboli, Fidel, il giovane con la barba incolta forgiato dai Gesuiti, colui che aveva issato sulla vetta del Pico Turquino il busto dell'Apostolo José Martí e che aveva lui stesso formato la sua squadra di apostoli barbuti dediti alla causa di Cuba, aveva iniziato a girare per la Sierra, con l'aiuto di un prete simpatizzante per il M26, conferendo il battesimo a tutti i figli dei contadini che incontrava lungo la strada. Contestualmente, aveva dato ordine che venisse istituita una scuola itinerante attraverso la quale tutti i suoi guerriglieri potessero essere efficacemente acculturati e istruiti. Che Guevara, che era un medico e in generale un uomo dotato di notevole cultura, fu il cuore pulsante dell'iniziativa. La macchina di propaganda Castrista muoveva degli importanti passi. Fidel, desideroso di erigersi al ruolo di Messia salvatore della sua Patria, conosceva benissimo l'alto valore del consenso e la fascinazione garantita dall'incarnazione di taluni valori.

Nel frattempo, la guerriglia si sviluppava con frequenti e rapide incursioni su obiettivi nemici, seguite da altrettanto celeri ripiegamenti nelle proprie postazioni, tra la natura impervia delle alte vette della Sierra.

Attacchi al regime e clima di instabilità