La battaglia di Lepanto. fu uno scontro navale avvenuto il 7 ottobre 1571«... il calendario giuliano in uso all'epoca aveva causato nel corso dei secoli una discrepanza tra le date astronomiche e quelle legali. Quindi il 7 ottobre 1571 era in realtà il giorno 17, il sole sorse alle 6.40 del mattino e tramontò alle 17.35.» . nel corso della guerra di Cipro tra le flotte musulmane dell'Impero ottomano e quelle cattoliche (federate sotto le insegne pontificie) della Lega Santa che riuniva le forze navali, di cui metà era della Repubblica di Venezia. da sola e l'altra metà composta congiuntamente dalle galee dell'Impero spagnolo (con i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna), dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova, dei Cavalieri di Malta, del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana, del Ducato di Urbino, della Repubblica di Lucca (che parteciparono all'armamento delle galee genovesi), del Ducato di Ferrara, del Ducato di Parma e Piacenza e del Ducato di Mantova.
La battaglia, la quarta svoltasi in quelle acque in ordine di tempoDopo le battaglie del 429 a.C., del 1499 e del 1500. e la maggiore, si concluse con una schiacciante vittoria delle forze alleate, guidate da Don Giovanni d'Austria, su quelle ottomane di Müezzinzade Alì Pascià, che morì nello scontro.
Antefatto
La coalizione cristiana era stata promossa alacremente da Papa Pio V per soccorrere materialmente la veneziana città di Famagosta, sull'isola di Cipro, assediata dai turchi e strenuamente difesa dalla guarnigione locale comandata da Marcantonio Bragadin e Astorre II Baglioni. L'isola, già possedimento bizantino, faceva parte del dominio di Venezia dal 1480 e per essa veniva pagato ai turchi un tributo annuo di ducati.. Il sultano si sentì dunque legittimato a rivendicare il controllo di Cipro, giovandosi, fra l'altro, del favore con cui auspicava sarebbe stata accolta la dominazione turca dalla popolazione locale, che rimproverava ai veneziani un'eccessiva ingerenza e un troppo duro sfruttamento.
Il contesto è quello di una lotta per il controllo del Mediterraneo. Benché tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche fossero sempre intensissimi, il crescente espansionismo ottomano in quegli anni preoccupava sempre più i governi dell'occidente mediterraneo. Esso minacciava non solo i possedimenti veneziani come Cipro, ma anche gli interessi spagnoli per via della pirateria che imperversava nelle coste del Mediterraneo occidentale e della penisola italiana. Consapevole di questa tensione crescente, Pio V ritenne allora che il momento fosse propizio per coalizzare in una Lega Santa le troppo divise forze della cristianità,. alimentando lo spirito di Crociata per creare coesione intorno all'iniziativa.
Lo stendardo, un drappo di damasco rosso su cui era dipinto il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, benedetto dal Papa, era stato consegnato a Marcantonio Colonna in San Pietro l'11 giugno 1570. A seguito di lunghe trattative con Filippo II sulla composizione della Lega e sull'assegnazione del comando, però, fu deciso, per appianare i dissidi, di affidare il comando a Giovanni d'Austria, rimanendo il Colonna suo Luogotenente Generale anche per volontà dei Veneziani. Il 13 agosto 1571 la città di Napoli fu teatro della solenne cerimonia di investitura di Don Giovanni d'Austria a comandante supremo della flotta della Lega Santa. Presso la chiesa di Santa Chiara, alla presenza di un vasto numero di cavalieri, dame e del popolo napoletano, il cardinale Antoine Perrenot de Granvelle (viceré di Napoli) consegnò formalmente al principe il bastone del comando e lo stendardo benedetto inviati dal pontefice Pio V. Secondo quanto documentato dallo storico Alberto Guglielmotti nella sua Storia della Marina Pontificia, il cardinale Granvelle diede immediata notizia dell'avvenuta cerimonia al Papa tramite una lettera scritta il giorno stesso. In tale missiva, Granvelle precisò di aver ricevuto le istruzioni pontificie e le insegne del comando per il tramite del conte Sassatelli, il quale aveva raggiunto Napoli da Roma e si sarebbe poi occupato di riportare nell'Urbe la risposta del cardinale. Granvelle riferì inoltre di aver sollecitato la partenza di don Giovanni d'Austria, che avvenne effettivamente il giorno successivo, dando così inizio alla campagna navale che sarebbe culminata nella battaglia di Lepanto; . Come base di ricongiungimento dell'armata cristiana era stata scelta Messina, situata in posizione strategica rispetto al teatro delle operazioni. Qui, a partire dal luglio 1571, dopo mesi di difficoltose trattative, si incontrarono le flotte alleate. Ai primi di settembre la flotta della Lega era riunita nel porto siciliano: al comando di Don Giovanni erano 209 galere (di cui 203 o 204 avrebbero preso parte alla battaglia) e sei galeazze veneziane, oltre ai trasporti e al naviglio minore..
Le forze risultavano così composte: 12 galere del papa armate dal granduca di Toscana di cui 5 equipaggiate dai Cavalieri di Santo Stefano, 10 galere di Sicilia di cui 3 proprio Messinesi, 30 galere di Napoli, 14 galere di Spagna, 3 galere di Savoia (affidata ad Andrea Provana di Leini con il duca di Urbino Francesco Maria II della Rovere), 4 galere di Malta, 27 galere di Genova (di cui 11 appartenenti a Gianandrea Doria le rimanenti affidate a Ettore Spinola e al principe di Parma Alessandro Farnese), 109 galere (di cui 60 giunte da Candia) e 6 galeazze di Venezia. La flotta della Lega, salpata da Messina il 16 settembre si mosse con velocità differenti e si trovò riunita solo il 4 ottobre successivo nel porto di Cefalonia.. Qui la raggiunse la notizia della caduta di Famagosta e dell'orribile fine inflitta dai turchi a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezzaIl supplizio e la morte di Bragadin vanno inquadrati nel solco di quei principi in materia penale che all'epoca, tanto in oriente quanto in occidente, contemplavano torture e sanzioni punitive particolarmente cruente e spietate..
Il 1º agosto Famagosta si era arresa ed era stato raggiunto rapidamente un accordo con Lala Mustafà, il comandante della spedizione ottomana. I turchi avrebbero messo a disposizione delle imbarcazioni per evacuare i veneziani a Candia, mentre altra parte dell'accordo prevedeva che la popolazione civile non sarebbe stata molestata. Nel documento di capitolazione il comandante turco si era impegnato promettendo e giurando per Dio et sopra la testa del Gran Signore di mantenere quanto nei capitoli si contenevaAlvise Zorzi, La Repubblica del Leone. Storia di Venezia, Bompiani, Milano 2009, pagina 348.. Qualche giorno dopo però, alla consegna delle chiavi della città ai nuovi possessori, nonostante il trattato di resa stabilisse che i militari superstiti potessero ritirarsi a Candia con i civili, il comandante turco Lala Kara Mustafa Pascià non osservò le condizioni pattuite. Bragadin venne imprigionato a tradimento e mutilato al viso (gli vennero mozzate ambedue le orecchie e il naso), quindi rinchiuso per dodici giorni in una minuscola gabbia lasciata al sole, con pochissima acqua e cibo. Al quarto giorno i turchi gli proposero la libertà se si fosse convertito all'Islam, ma Bragadin rifiutò.
Il 17 agosto del 1571, tratto già quasi esanime dalla prigionia e con gravi ustioni sul corpo, fu appeso all'albero della propria nave e massacrato con oltre cento frustate, quindi costretto a portare in spalla per le strade di Famagosta una grande cesta piena di pietre e sabbia, finché non ebbe un collasso. Fu quindi riportato sulla piazza principale della città incatenato a un'antica colonna e qui scuoiato vivo a partire dalla testa, anche se morì prima della fine della tortura. Le sue membra squartate vennero distribuite tra i vari reparti dell'esercito e la pelle, riempita di paglia e ricucita, venne rivestita delle insegne militari e portata a cavallo di un bue in corteo per Famagosta. Il macabro trofeo, insieme con le teste del generale Alvise Martinengo, del generale Astorre Baglioni, di Gianantonio Querini e del castellano Andrea Bragadin, venne issato sul pennone di una galea e portato a Costantinopoli.
Apprese dunque le notizie di Famagosta e nonostante il maltempo le navi della Lega presero il mare e giunsero, il 6 ottobre davanti al golfo di Patrasso, nella speranza di intercettare la potente flotta ottomana. Si noti che i principali Stati d'Italia e le più grandi potenze europee dell'epoca, come per esempio la Spagna, avevano dovuto coalizzarsi per sperare di battere l'Impero ottomano, allora all'apice della sua potenza. Va notato che fino al XV secolo i turchi non avevano vantato particolari attitudini alla vita marinara. La loro forza, più che per l'armamento o per la tecnica e strategia militari, in cui non superavano per qualità i contingenti occidentali, si era manifestata soprattutto per il tenace spirito di coesione e solidarietà, che tradizionalmente contraddistingueva i corpi armati ottomani. Il 7 ottobre 1571, domenica, Don Giovanni d'Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata, deciso a dare battaglia: le distanze erano così ridotte che non più di 150 metri separavano le galee.
Descrizione della battaglia Schieramento
Il numero delle imbarcazioni impegnate nel combattimento su entrambi i fronti, come il numero degli uomini combattenti e al remo dall'una e dall'altra parte, varia, anche se non in maniera determinante, a seconda delle fonti. I numeri qui forniti devono intendersi approssimativi.
Flotta della Lega Santa Secondo la descrizione data dal Summonte, l'armata della Lega Santa era divisa in 4 parti, Corno destro, Corno sinistro, la parte centrale o Battaglia e la riserva o SoccorsoG. A. Summonte, Historia... cit., pagine 372-373..
Il centro dello schieramento cristiano cattolico si componeva di ventotto galee e due galeazze veneziane, 15 galee spagnole e napoletane, otto galee genovesi, sette galee toscane sotto le insegne pontificie, tre maltesi e una sabauda, per un totale di 62 galee e due galeazze. Lo comandava Don Juan de Austria (Don Giovanni d'Austria), Comandante generale dell'imponente flotta cristiana: ventiquattrenne figlio illegittimo del defunto Carlos I de España (imperatore Carlo V) e fratellastro del regnante (Filippo II), aveva già dato ottima prova di sé nel 1568 contro i corsari barbareschi. Con lui era a bordo Francesco Maria II della Rovere, figlio ed erede del duca Guidobaldo II della Rovere e Capitano generale degli oltre soldati volontari provenienti dal Ducato di Urbino. Per ragioni di prestigio affiancavano la Real spagnola: la Capitana di Sebastiano Venier, settantacinquenne Capitano generale veneziano, la Capitana di Sua Santità di Marcantonio Colonna, trentaseienne ammiraglio pontificio, la Capitana di Ettore Spinola, Capitano generale genovese, la Capitana di Andrea Provana di Leinì, Capitano generale piemontese, l'ammiraglia Santa Maria della Vittoria del priore di Messina Pietro Giustiniani, Capitano generale dei Cavalieri di Malta.
Il corno sinistro si componeva di 40 galee e 2 galeazze veneziane, 10 galee spagnole e napoletane, 2 galee toscane sotto le insegne pontificie e 1 genovese, per un totale di 53 galee e 2 galeazze al comando del provveditore generale Agostino Barbarigo, ammiraglio veneziano (da non confondere con l'omonimo doge veneziano).
Il corno destro era invece composto di 25 galee e due galeazze veneziane, sedici galee genovesi, otto galee spagnole e siciliane, due sabaude e due toscane sotto le insegne pontificie, per un totale di 53 galee e due galeazze, tenute dal genovese Gianandrea Doria.
Le spalle dello schieramento erano coperte dalle 30 galee di Álvaro de Bazan di Santa Cruz: tredici spagnole e napoletane, dodici veneziane, tre toscane sotto le insegne pontificie, due genovesi. L'avanguardia, guidata da Giovanni de Cardona, si componeva di otto galee: quattro siciliane e quattro veneziane.