Il Museo tridentino di scienze naturali (acronimo Mtsn) è stata la principale struttura museale naturalistica di Trento sino all'inaugurazione del MUSE, avvenuta nel 2013. La sede storica del museo di Storia Naturale a Trento dal 1975. è stata il palazzo Sardagna, nella centrale via Calepina al numero 14.
Dal 27 luglio 2013 tale sistemazione è stata abbandonata, il museo è stato notevolmente ampliato e completamente rivisto nelle esposizioni e nell'offerta museale utilizzando la nuova sede MUSE più decentrata rispetto alla precedente, costruita nell'area ex-Michelin, nel nuovo quartiere Le Albere, a Sud del palazzo delle Albere e dello stadio Briamasco. La nuova struttura è stata progettata dallo studio di Renzo Piano, si sviluppa con una notevole volumetria su sei livelli per un totale di 12.600 metri quadrati e offre spazi che nella sede di Palazzo Sardagna non erano pensabili."Ragazzi, qui dentro siamo oramai troppo stretti, non ci stiamo più". Sensazione dello staff del Museo in occasione della mostra temporanea Il diluvio universale, nel 2000..
Storia La nascita del Museo Nel 1808, con la denominazione di Casino dei nobili, ed in seguito di Società del casino sorse a Trento un Ente finalizzato a scopi sociali.
Attorno al 1838 l'Ente si diede un nuovo regolamento e mutò il suo nome in Istituto Sociale di Trento, indicando tra le proprie finalità scopi adatti alla propagazione di utili cognizioni. Nello stesso anno la sede divenne l'edificio all'angolo tra le attuali Via Oss Mazzurana e Via Diaz, e nell'Istituto contemporaneamente confluì il Patrio Museo Trentino. Nel 1843 ci fu un nuovo trasloco e, intanto, cominciarono ad essere documentate acquisizioni di opere d'arte, di libri, di modelli di macchine agricole e di reperti e raccolte di storia naturale. Si capì presto tuttavia che l'Istituto non era adatto alla conservazione ed alla valorizzazione del patrimonio naturalistico e delle iniziative a questo legate quindi nel 1846 venne fondato il Museo Civico, subito denominato Museo Trentino. L'occasione fu offerta dal contemporaneo trasferimento della biblioteca civica nel palazzo dei conti Saracini, ora Palazzo Salvadori, in Via Roma..
Il Museo iniziò da subito a curare l'aspetto editoriale. Venne pubblicata un'opera in due volumi, Statistica trentina, che analizzava e riportava dati riguardanti aspetti fisici, antropici, biologici e sanitari trentini e anche, ugualmente importante, la Flora dell'Italia Settentrionale e del Tirolo Meridionale rappresentata con la fisiotipia.. Dal giugno all'agosto del 1857 venne realizzata la prima grande esposizione del Circolo di Trento. Il museo espose quanto sino ad allora aveva raccolto, sempre citando i nomi dei vari curatori. In particolare vennero mostrati ai visitatori erbari, raccolte di minerali ed esemplari conservati di fauna alpina.. Nel 1856 il museo venne nuovamente trasferito, e stavolta nella sede di Palazzo a Prato, nella centrale Via S. Trinità. Tale operazione avrebbe potuto avvenire già alcuni anni prima, ma ad ostacolarla e rallentarla fu una grave epidemia di colera..
La Società del Museo di Storia Naturale in Trento
Nel 1859 venne fondata la Società del Museo di Storia Naturale in Trento che si diede subito uno statuto fondativo, tuttavia carente sotto vari aspetti. Ad esempio tale documento mancava di spiegare quale fosse la sua sede, risultava di difficile applicazione e non approfondiva tutti i particolari riguardanti i rapporti con l'amministrazione cittadina. La Società inoltre rivelò ben presto problemi di carattere finanziario..
Quando nel 1864 divenne direttore Ambrosi, che assunse contemporaneamente anche la direzione della Biblioteca civica, questi stilò un programma di gestione che indicava come compiti principali del museo la raccolta di: tutti gli animali in territorio trentino, sia selvatici che addomesticati o allevati dall'uomo; tutte le piante autoctone utilizzate nel territorio a vario scopo; tutti i prodotti della terra nonché le varie essenze arboree; rocce e minerali; oggetti di antiquariato come statue, monete, medaglie, armi ed utensili sia domestici sia da lavoro.
Nel 1872 venne fondata a Padova la Società Veneto-Trentina di Scienze Naturali che si diede come fine istituzionale quello di valorizzare in particolare le iniziative naturalistiche che coinvolgevano le regioni italiane comprese tra le Alpi e l'Adriatico. Fu nell'ambito di questa Società che ad Arco, nel settembre 1874, si tenne un'importante Adunanza alla quale furono invitati tutti i più noti naturalisti italiani..
Negli stessi anni il comune di Trento decise di trasferire sia la Biblioteca sia il Museo nel palazzo in Via Larga (si tratta di Palazzo Thun, e la via è l'attuale Via Belenzani), al secondo piano dello storico edificio. Al Museo vennero destinate cinque sale che raccolsero flora e fauna locali, reperti paleontologici ed etnografici. Sotto la guida di Ambrosi, che come si è detto aveva pure la direzione della biblioteca, lentamente si entrò in un periodo di semplice sopravvivenza, ed il Museo si trasformò quasi in semplice deposito dove esporre visivamente le collezioni, rinunciando al suo ruolo di approfondimento e trasmissione di significati..
La necessità di una nuova sede Dopo la morte di Ambrosi la situazione peggiorò ulteriormente. Il nuovo direttore, Lodovico Oberziner, uomo di cultura ma con interessi lontani dall'ambiente naturalistico, curò forse con minor attenzione del dovuto le sale museali e di questo venne ripetutamente accusato. Lui rispose a volte con ironia ma, nel 1910, spiegò chiaramente che una delle cause di tale situazione risiedeva nell'aver concentrato in un solo responsabile una triplice funzione, e cioè quella di direttore della Biblioteca, del Museo e dell'Archivio. Inoltre a complicare la gestione si aggiungeva la cronica mancanza di personale e di specialisti, particolarmente in ambito naturalistico, e non ultimi erano evidenti i problemi legati all'insufficienza degli spazi.
Si iniziò a pensare così ad una nuova sede per il Museo, e si stanziarono i fondi (per un totale di corone), Si esaminarono varie proposte e si pensò prima a Palazzo a Prato poi a Palazzo Geremia, e questa seconda soluzione sembrò la più adatta, tanto che se ne effettuò l'acquisto. Tuttavia il progetto non ebbe gli sviluppi desiderati perché i tempi stavano mutando, la grande guerra era alle porte e l'amministrazione comunale dovette ammettere che non poteva più garantire lo svolgimento dei lavori necessari..
Dopo la fine del conflitto, con Trento divenuta parte del Regno d'Italia, per qualche anno si dovette attendere la riorganizzazione amministrativa e le raccolte museali furono in parte abbandonate a sé stesse ed in parte anche spostate. Nel 1922 si approvò lo statuto della nascente Società del Museo Civico di Storia Naturale e, nello stesso anno, parte del materiale che si trovava in Via Belenzani venne trasferito nel Castello del Buonconsiglio. L'istituzione appena fondata iniziò a valorizzare le numerose competenze locali e questo si tradusse in una rapida ripresa delle attività scientifiche e naturalistiche del Museo. L'indipendenza della società stessa dall'amministrazione comunale, che tuttavia ne garantiva il funzionamento, ed il suo distacco gestionale dalla Biblioteca, rese molto più facile, rispetto al passato, la cura in modo specifico degli interessi museali. La nuova situazione tuttavia presentava un forte elemento di criticità, che consisteva nella dispersione in tre diverse sedi (Palazzo Thun, Castello del Buonconsiglio e Palazzo Scolastico) delle raccolte naturalistiche..
Il Museo in Via Verdi
Un momento di svolta nella storia del Museo si ebbe nel 1924 quando la sua sede venne unificata e spostata su un intero piano del Palazzo Scolastico, in via Giuseppe Verdi, che oggi è la sede della Facoltà di Sociologia dell'Università degli Studi di Trento.
Subito dopo, nel 1929, il Museo si dette un nuovo statuto, e venne denominato Museo di Storia Naturale della Venezia Tridentina. Il direttore che accompagnò questa fase fu Giovanni Battista Trener che complessivamente, in due periodi distinti, ricoprì la carica per diciotto anni.. Sotto la forte guida di Trener il Museo visse un notevole rilancio, e questo sempre considerando la missione principale dell'istituzione, che consisteva nella gestione delle raccolte naturalistiche, nell'attività di ricerca e nei rapporti con studiosi, pubblico e mondo scolastico.
Trener si poté avvalere di numerosi e validi collaboratori e conservatori, molti dei quali poi sarebbero rimasti anche in periodi successivi: Giuseppe Dalla Fior, Giacomo Bresadola, Giulio Catoni, Guido Castelli, Enrico Broilo, Tullio Perini e Augusto Stenico. Vennero inoltre intensificati, con la partecipazione e l'organizzazione di numerose iniziative, i rapporti con i principali capoluoghi delle Tre Venezie..
La nuova sede di Via Verdi si rivelò da subito adatta alle esigenze del momento. Con una superficie utile di m2, due grandi saloni, venti stanze a molti altri spazi minori poté ospitare circa 350 m lineari di vetrine espositive. Le collezioni si incrementarono, ed il Museo ebbe una veste simile a quella di molti altri musei naturalistici del periodo, con tutti i pregi ed i difetti di questo tipo di proposta..
Il periodo fascista A partire dal 1932 Trener venne di fatto dimissionato e Trento, terra vicina al confine, fu intesa come baluardo di italianità. Il regime vide nel Museo l'occasione per intervenire sul tessuto sociale e politico locale e per oltre dieci anni (sino alla fine del secondo conflitto mondiale) la direzione del Museo e la nomina di tutti i collaboratori vennero preventivamente approvati dal Governo nazionale. Prima di lasciare l'incarico Trener ebbe modo di spiegare ancora una volta le sue linee guida ideali, che erano quelle di integrare il Museo di Trento con la rete museale nazionale. I suoi critici, spesso suoi collaboratori, lo accusarono invece e non sempre direttamente di voler promuovere una visione troppo alta dell'istituzione, puntando più alla ricerca ed alla collaborazione con l'ambiente accademico che non a far "avvicinare il popolo al suo Museo".
Nel clima che si viveva in quegli anni divenne normale che ogni atto ed ogni attività di un certo rilievo venissero accompagnati da esternazioni e relazioni pieni di elogi per le autorità cittadine e nazionali. Non di rado così arrivarono sovvenzioni per il Museo e riconoscimenti per il direttore Bonomi ed i suoi collaboratori, in un rapporto di condivisione ufficiale delle direttive del regime. Fu un periodo definito da Gino Tomasi come il "tempo dell'obbedienza premiata"; tuttavia, anche allora molti uomini di indiscusso valore continuarono a lavorare per il Museo, come ad esempio l'entomologo Alberto Brasavola.
Le attività del Museo quindi proseguirono ma con lo scoppio della guerra tutto rallentò e le iniziative normali vennero quasi sospese. Quando iniziarono i bombardamenti degli alleati si pensò di portare in salvo, nei sotterranei rinforzati di Via Verdi, i pezzi più importanti delle collezioni. Una bomba aerea colpì l'edificio il 13 maggio 1944 ed un'intera ala del palazzo fu distrutta ma, per fortuna, a parte il laboratorio di patologia vegetale e gli scritti di Giulio Catoni, nulla di veramente importante andò distrutto..
Il secondo dopoguerra Nel 1946, alla fine del secondo conflitto mondiale, Trener ottenne nuovamente la direzione del Museo, essendo stato nel frattempo destituito Bonomi da una delibera di epurazione emessa dal locale CLN. Tale incarico venne accettato con maggior soddisfazione perché nel frattempo era stata approvata dal CNR il Centro di Studi Alpini e malgrado le evidenti difficoltà legate alla ripresa delle normali attività. Anche pagare i dipendenti, in quei momenti, risultava difficile.