La Nuova politica economica (), nota anche con la sigla NEP (), fu un sistema economico misto socialista, istituito in Unione Sovietica nel 1921 e durato fino al 1928.
Era caratterizzato da un'economia di libero mercato nella produzione agricola e nelle piccole e medio-piccole imprese, e dalla presenza di una estesa e rigida pianificazione e regolamentazione dirigenziale del resto dell'economia del Paese da parte dello Stato. Fu decisa da Lenin e fu accantonata da Stalin, che adottò un'economia statalista centralmente pianificata tramite i piani quinquennali. La NEP, nelle intenzioni di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico, rappresentava un mezzo temporaneo per ricostruire l'economia dopo le carestie e i dissesti sociali ed economici del cosiddetto comunismo di guerra, attuato dal regime bolscevico durante la guerra civile russa.
Contesto Durante il periodo post-rivoluzionario i bolscevichi tentarono di amministrare l'economia russa mediante un'accelerazione del processo di collettivizzazione delle risorse, avviando la politica economica poi definita "comunismo di guerra". Agli agricoltori e agli operai venne ordinato di produrre, e cibo e merci erano sequestrati e distribuiti suddividendoli equamente mediante razionamento. Questa politica permise al regime bolscevico di superare alcune difficoltà iniziali, ma presto causò disagi economici e difficoltà, e fu fonte di rivolte. I produttori che non venivano direttamente compensati per il loro lavoro spesso smettevano di produrre, portando a carenze diffuse. Insieme alla devastazione della guerra, queste furono gravi difficoltà per il popolo russo e diminuirono il sostegno popolare ai bolscevichi. Inoltre, alla fine della guerra civile, i bolscevichi controllavano quasi solo le città, ma l'80% della popolazione russa era contadina. L'autorità del potere statale centralizzato non si estendeva molto oltre le città e le linee ferroviarie (parzialmente distrutte) che le collegavano. Nelle vaste distese di campagna, i contadini si radunarono nei loro comuni, ritirandosi sia economicamente che psicologicamente dallo stato e dai suoi distaccamenti militari e alimentari. Sebbene quasi tutti i combattimenti siano avvenuti al di fuori delle aree urbane, le popolazioni urbane erano notevolmente diminuite. La guerra interruppe i trasporti (in particolare le ferrovie) e i servizi pubblici di base. Le malattie infettive prosperavano, in particolare il tifo. Le spedizioni di cibo e carburante per ferrovia e via mare erano diminuite drasticamente. I residenti della città avevano prima sperimentato una carenza di olio combustibile, poi carbone, fino a quando non hanno fatto ricorso al legno e alle loro stesse masserizie. Le popolazioni delle città settentrionali erano diminuite in media del 24%. Le città settentrionali ricevevano meno cibo delle città agricole del sud. Solo Pietrogrado durante la guerra civile perse 850.000 residenti, la metà della popolazione urbana. I lavoratori emigravano verso sud e divennero mendicanti per ottenere gli avanzi dai contadini. Chi migrato recentemente verso le città, se ne andava quando poteva allorché aveva ancora legami con i villaggi di origine. I lavoratori urbani costituivano il nucleo del sostegno bolscevico, quindi l'esodo rappresentava un grave problema. La produzione in fabbrica subì un forte rallentamento o anche completa interruzione. Le fabbriche mancavano di 30.000 lavoratori nel 1919. Per sopravvivere, gli abitanti delle città barattavano oggetti di valore personali, producevano oggetti artigianali da vendere o barattare e coltivavano ortaggi nei propri giardini. L'acuta necessità di cibo spingeva a ottenerlo attraverso il commercio semi-legale (divenne comune la figura del "mešočnik", letteralmente "persona che cammina portando un sacco in spalla"). La siccità e il gelo hanno portato alla Carestia russa del 1921-1923, in cui milioni di persone morirono di fame, specialmente nella regione del Volga, e il sostegno urbano al partito bolscevico si erose. Quando non arrivò il pane a Mosca, nel gennaio-febbraio 1921, i lavoratori divennero affamati e disillusi. Organizzarono manifestazioni contro la politica delle razioni privilegiate, in cui l'Armata Rossa, i membri del Partito e gli studenti ricevevano prima le razioni. Secondo David Christian, la Čeka (la polizia segreta del Partito Comunista di Stato) ha riportato 118 rivolte contadine solo nel febbraio 1921. La Rivolta di Kronštadt di soldati e marinai scoppiò nel marzo del 1921, alimentata da anarchismo e populismo come reazione a questo fallimento evidente.
Lenin capì che le condizioni economiche erano disastrose, quindi aprì i mercati a un maggior grado di libero scambio, sperando di motivare la popolazione ad aumentare la produzione. La scelta di abbandonare il comunismo di guerra venne presa in seguito alla serie di ribellioni contadine (tra le quali quella di Tambov, che coinvolge quasi mezza Russia etnica, è stata la più estesa e pericolosa dalla rivoluzione di ottobre), e soprattutto dopo l'ammutinamento della base navale di Kronštadt, i cui soldati erano stati tra i più attivi sostenitori della rivoluzione d'ottobre. La ribellione fece sussultare Lenin, perché i bolscevichi consideravano i marinai di Kronštadt i "più rossi dei rossi". Il bombardamento della base di Kronštadt da parte dell'Armata Rossa di Lev Trotsky è visto da alcuni storici come l'evento che pone fine al periodo rivoluzionario in Russia. Da parte anarco-comunista la rivolta di Kronštadt viene interpretata come una 4ª rivoluzione vera e propria (dopo quella del 1905, di febbraio, e d'ottobre), fallita, vedendo in tale evento molto più che il caso localizzato e contingente al quale apparentemente si riduce storiograficamente. Una 4ª rivoluzione, come reazione alle politiche di un governo visto come causa di continue rivolte contadine, che, rovesciando i bolscevichi, avrebbe dovuto instaurare il comunismo definitivo evolvendo il comunismo di guerra attuando la collettivizzazione delle terre come soluzione alle rivolte contadine ma non ritornando al capitalismo (seppur "di stato") come fece Lenin con la NEP. Secondo questa visione, la NEP fu la reazione a questi problemi contro i bolscevichi più oltranzisti.
Nel pieno della rivolta contadina anti-sovietica partita da Tambov e della rivolta anarchica dei marinai di Kronštadt, si svolge il X Congresso del Partito Comunista Russo (bolscevico) nel quale Lenin introduce la nuova politica economica che sostituisce il comunismo di guerra.
Caratteristiche principali Torna l'uso del denaro (benché l'azienda di stato Goznak stampasse già valori bollati dal 6 giugno 1919), inizialmente buoni non convertibili (poiché l'obiettivo dichiarato del governo sovietico rimaneva ufficialmente ancora quello di costruire una società comunista in cui non ci sarebbero stati soldi) denominati "sovznaki" (abbreviazione di "sovetskie znaki", ossia "buoni sovietici"), successivamente (dal 1º novembre 1922, a seguito di riforma monetaria, segnando con ciò l'ineluttabilità della circolazione monetaria) valuta vera e propria denominata "červonec'" (in italiano, desueto: cervone); le requisizioni sono quindi sostituite da imposte computate e versate in certificati cartacei (scemano così le rivolte contadine inerenti). Viene abolito il lavoro coatto e militarizzato (il quale aveva assunto la forma di vera e propria schiavitù e servitù della gleba causa di rivolte al pari delle requisizioni) e sostituito da quello salariato, nelle fabbriche e negli impianti viene introdotta la contabilità dei costi, ed il loro sistema dirigenziale basato sui caporioni (spesso inetti e corrotti) viene sostituito da consigli di amministrazione di nomina ministeriale; la libertà di commercio viene ripristinata e quella di impresa confermata ma rimane la proibizione dell'utilizzo di manodopera dipendente fino a quando verrà ripristinata nel 1925. Sotto la NEP, non solo "la proprietà privata, l'impresa privata e il profitto privato furono ampiamente ripristinati nella Russia di Lenin", ma il regime di Lenin si rivolse al capitalismo internazionale per assistenza, disposto a fornire "generose concessioni al capitalismo straniero". Lenin ha assunto la posizione che, per raggiungere il socialismo, ha dovuto creare "i prerequisiti materiali mancanti" della modernizzazione e dello sviluppo industriale che hanno reso imperativo per la Russia sovietica "ricadere su un mercato controllato centralmente - programma influenzato del capitalismo di stato". Lenin stava seguendo apparentemente una sua interpretazione dei precetti di Karl Marx secondo cui una nazione deve prima raggiungere "la piena maturazione del capitalismo come presupposto per la realizzazione socialista". Gli anni futuri useranno il termine Marxismo-Leninismo per descrivere l'approccio di Lenin alle politiche economiche che sono state viste per favorire le politiche che hanno spostato il paese verso il comunismo. La politica principale utilizzata da Lenin era la fine delle requisizioni di grano e invece istituiva una tassa sui contadini, permettendo così loro di conservare e scambiare parte di quanto producevano. Ciò aumentò l'incentivo dei contadini a produrre, e in risposta la produzione è aumentata del 40% dopo la siccità e la carestia del 1921–22. Inizialmente, questa tassa fu pagata in natura, ma quando la valuta divenne più stabile nel 1924, fu cambiata in un pagamento in contanti.
La maggior modifica fu la reintroduzione del denaro con la riforma monetaria e la fondazione della Gosbank. La NEP ripristinò la proprietà privata in alcuni settori dell'economia, in particolare nell'agricoltura. Sostituì il comunismo di guerra, considerato insostenibile in una nazione ancora sottosviluppata e dilaniata dalla guerra civile appena conclusa. Sebbene l'industria fosse totalmente nazionalizzata, si introduceva il concetto di autosufficienza e autonomia aziendale (avrebbero quindi ricominciato ad operare "a scopo di lucro") e si permetteva per la prima volta ai contadini di vendere i propri prodotti sul libero mercato nazionale, fatta salva la parte che spettava allo stato ("prodnalog"), abolendo la pratica delle requisizioni ("prodrazvërstka"). Nel 1925 al III Congresso dei Soviet dell'Unione Sovietica viene abolito il divieto di affitto dei terreni di proprietà privata e quello di utilizzo di manodopera dipendente salariata; vengono ridotte le tasse. Fautore di queste riforme liberiste è Nikolaj Ivanovič Bucharin, in piena continuità con la dottrina leninista; Stalin, benché perplesso, non si oppone. Lo stesso Lenin considerava la NEP, per quanto necessaria, un passo indietro nella corsa verso il socialismo: "Non siamo ancora abbastanza civilizzati per il socialismo", diceva, riferendosi alla condizione prevalentemente agraria della Russia del tempo, con una piccola popolazione urbana e operaia, che a suo vedere non permetteva un passaggio alla società pienamente socialista.
Le riforme economiche della NEP miravano a fare un passo indietro rispetto alla pianificazione centrale e consentire all'economia di diventare più indipendente. Le riforme del lavoro della NEP hanno legato il lavoro alla produttività, incentivando la riduzione dei costi e gli sforzi raddoppiati del lavoro. I sindacati sono diventati organizzazioni civiche indipendenti. Le riforme della NEP hanno anche aperto le posizioni del governo ai lavoratori più qualificati. La NEP ha offerto al governo l'opportunità di utilizzare ingegneri, specialisti e intellettuali per la contabilità dei costi, l'acquisto di attrezzature, le procedure di efficienza, la costruzione ferroviaria e l'amministrazione industriale.