Il socialismo liberale (o liberalsocialismo) è una corrente ideologica e politica che coniuga il pensiero socialista alle istanze del liberalismo classico.Gerald F. Gaus, Chandran Kukathas. Handbook of Political Theory. SAGE Publications, 2004. p. 420.
Rispetto al socialismo classico, il fine ultimo, per i socialisti liberali, non è la totale conversione della società capitalistica in una di stampo socialistaIan Adams. Ideology and Politics in Britain Today. Manchester University Press, 1998. p. 127., bensì il conseguimento di un efficiente sistema economico misto, caratterizzato da una qualche forma di regolamentazione e pianificazione economica statalizzata, coniugata ad una mera economia di mercatoSteve Bastow, James Martin. Third way discourse: European ideologies in the twentieth century. Edinburgh, Scotland, UK: Edinburgh University Press, Ltd, 2003. p. 72., in cui siano equamente contemplate la presenza di proprietà privata e proprietà statale, sotto forma di imprese pubbliche nazionalizzate o di società cooperative o autogestite o cogestite, dei beni strumentali, e in cui il processo politico-economico della società sia maggiormente democratizzato.
Storia Origini Sul finire del XIX secolo, intellettuali di area liberale e socialista giunsero a teorizzare un modello politico e sociale che comprendesse liberismo e socialismo democratico.
Uno dei precursori del socialismo liberale è John Stuart Mill, secondo il quale le società capitaliste avrebbero dovuto sperimentare graduali processi di socializzazione tramite imprese autogestite coesistenti con imprese private. Si può considerare tra i precursori del socialismo liberale anche Pierre-Joseph Proudhon, teorizzatore del mutualismo, il quale vedeva delle reali connessioni tra i concetti di libertà e uguaglianza.
In Italia, il precursore del socialismo liberale è considerato Gaetano Salvemini, che ebbe tra i propri allievi Carlo Rosselli, Ernesto Rossi e Camillo Berneri.
Salvemini, nel 1920, si pose il problema del nesso tra democrazia, socialismo e riformismo, ritenendo che il capitalismo dovesse essere riformato per opera del movimento operaio, in modo da migliorare le condizioni materiali di ognuno; inoltre egli postulò il superamento totale del marxismo e fu concorde con l'esponente socialista Filippo Turati nel sostenere che i socialisti dovessero andare al potere per salvare la democrazia.
In quegli anni, del resto, il PSI diede il suo appoggio parlamentare a governi come quelli di Zanardelli, Sonnino e Giolitti. In tal modo vennero varate nuove importanti riforme: l'abbassamento delle ore di lavoro giornaliero fino a dieci, il divieto per i bambini e le donne di svolgere lavori in miniera, la nazionalizzazione delle ferrovie e della scuola elementare (fino ad allora di competenza solo dei Comuni), e l'istituzione di una cassa nazionale per le assicurazioni sociali (l'attuale INPS).
L'opera di Rosselli e Gobetti in Italia
Nei primi anni venti Carlo Rosselli, uno degli allievi di Salvemini, collaborava con la rivista La Rivoluzione liberale di Piero Gobetti. Essa nacque proprio tra il 1920 e il 1924 con l'obiettivo specifico di approfondire i legami tra liberalismo e socialismo, con l'auspicio che il liberalismo divenisse la teoria delle élite operaie: Gobetti aveva appunto vissuto da vicino la fase dell'occupazione delle fabbriche in una città industriale come Torino e aveva maturato l'idea di democrazia dal basso ", di cui egli vedeva un esempio nel movimento torinese dei consigli di fabbrica (ben presto comunisti) dell'Ordine Nuovo per la formazione di una aristocrazia operaia"Gianfranco Contini, La letteratura italiana Otto-Novecento, Milano, Rizzoli, 2001, p. 256..
Gobetti e Rosselli si interrogarono sugli errori commessi dai vecchi partiti, anche in relazione all'avanzata fascista, e furono promotori di un'opera di opposizione dura al regime. Gobetti, il quale intratteneva ottimi rapporti con Antonio Gramsci (non con Palmiro Togliatti che lo definirà “parassita della cultura”), continuava a definirsi genericamente "liberale" (pur essendo il suo un liberalismo a sfondo sociale): immaginava una "società di produttori" e professava essenzialmente una visione di liberalismo profondamente radicato nel mondo del lavoro, nettamente distante dalle idee marxiste e più vicino al pensiero mazziniano.
Anche Rosselli sviluppò una differente lettura del "socialismo", al di fuori del marxismo: egli lo intendeva come un "divenire perenne”, scrivendo: “Non vi è giorno in cui potrà dirsi realizzato. È un ideale di vita, d'azione, immenso, sconfinato, che induce a superare di continuo la posizione acquisita conforme all'elemento dinamico progressista dei ceti inferiori che salgono irresistibilmente". Rosselli fu profondamente influenzato dal pensiero politico fabiano e dalla breve esperienza del governo britannico di Ramsay MacDonald, presidente del Partito Laburista, a cui riformisti come lo stesso Rosselli e Leonida Bissolati guardavano come modello.
A giudizio di Rosselli, uno dei problemi del socialismo italiano era il dottrinarismo marxista e classista, visto come inadeguato. All'epoca, però, i cosiddetti "riformisti" nel partito erano sostanzialmente marxisti moderati, non accettavano cioè di abiurare il marxismo bensì di conciliarlo con altre idee e ne davano versioni particolari, come Filippo Turati o Giuseppe Saragat e il suo “umanesimo marxista” elaborato a partire dal pensiero austromarxistaSi pensi anche alla più importante istituzione sociale milanese, la Società Umanitaria, risalente ai primi del XX secolo, alla quale collaborarono Turati, Osvaldo Gnocchi Viani e Emilio Caldara, primo sindaco socialista di Milano. Oltre a Rosselli, pochissimi accarezzavano l'idea di un socialismo non marxista, come Camillo Prampolini e Rodolfo Mondolfo.
Un altro problema era il fatto che la stessa lotta al fascismo in nome della libertà non aveva fatto breccia a sinistra. I comunisti, ad esempio, faticavano a comprendere che il fascismo dovesse essere combattuto in quanto dittatura e in alcuni casi (tra i quali lo stesso Lenin) ne salutarono positivamente l'ascesa in quanto accelerazione della crisi del capitalismo. Dunque, porre la questione liberale alla sinistra italiana serviva, secondo Rosselli, anche per definire la necessità di una vera lotta alla dittatura fascista.
Rosselli ritenne poi che l'allontanamento dei giovani dal socialismo partisse essenzialmente dal fatto che il socialismo, soprattutto per colpa del marxismo, era diventato un dogma che non dava spazio all'individuo. Per questo egli proponeva la visione di una società formata da individui e non da una massa indistinta in cui l'individuo si annulla.
Queste idee ebbero diverse reazioni: Togliatti accusò Rosselli di produrre “letteratura fascista”, e perfino il vecchio riformista Claudio Treves si spinse a criticare aspramente l'elaborazione di Rosselli; Saragat, che vedeva nel pensiero di Treves un suo riferimento politico, vedeva il pensiero di Rosselli come depositario di una mentalità piccolo borghese in cui il proletariato perdeva il ruolo di guida nella rivoluzione sociale. Benedetto Croce, invece, guardò con favore a una revisione in senso liberale del socialismo, accettando quindi un tipo di economia mista e muovendo nel contempo critiche verso il taylorismo. Nel 1925, a causa del profilarsi dei totalitarismi fascisti e comunisti, Croce si vide disposto a incoraggiare questo nuovo socialismo non marxista che guardava al metodo liberale. Anche Guido De Ruggiero guardò con favore a tale revisione del socialismo, che a suo parere avrebbe sottolineato la "funzione liberale" ed emancipatrice del socialismo. A differenza di Gobetti, De Ruggiero sosteneva che la società liberale si realizzava nel confronto tra le forze sociali, non con l'azione del movimento operaio.
Fra gli anni venti e quaranta In Italia il socialismo liberale si espresse comunque nel movimento clandestino Giustizia e Libertà, che darà vita durante la Resistenza agli omonimi reparti, e nel Movimento liberalsocialista, nato nel 1936 tra gli emigrati antifascisti italiani per iniziativa di Guido Calogero e Aldo Capitini: i membri di questo movimento (tra cui Calogero, Tommaso Fiore, Piero Calamandrei e Leone Ginzburg) contribuirono alla prima formazione di un programma liberalsocialista. Il movimento divenne poi uno dei filoni politico-culturali del Partito d'Azione, fondato nel 1942.
Durante questo periodo, nei Paesi nordici, cominciò ad affermarsi il cosiddetto modello sociale nordico, sviluppato perlopiù dai partiti socialdemocratici e laburisti, che risulta essere un'ottima combinazione di liberalismo e socialismo. Tuttavia, spesso ci si riferisce a tale modello definendolo genericamente una forma di socialdemocrazia.
Sviluppi nel secondo dopoguerra Dopo la seconda guerra mondiale, l'unico partito italiano che propagandava l'idea di un socialismo liberale era il Partito d'Azione, che però era frammentato al suo interno. Fu per questo che Benedetto Croce, il quale inizialmente vedeva con favore le idee liberalsocialiste, cominciò a condannare queste idee, ritenute da lui non ben definite, poiché temeva che potesse emergere un movimento socialista che avrebbe riportato l'Italia a una dittatura. Nell'ottobre 1947 il Partito d'Azione fu sciolto, e le sue componenti (tra cui quella liberalsocialista) si sparsero nell'ambito dell'area progressista soprattutto socialista (PSI e PSLI) e laica (Partito Repubblicano Italiano).
Pochi mesi prima, nel gennaio 1947, Giuseppe Saragat organizzò la scissione di "Palazzo Barberini", uscendo così dal PSI e ricreando il vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI); Giuseppe Saragat concepiva la socialdemocrazia italiana come una forza politica interclassista, mirata alle esigenze dei nuovi ceti medi dinamici, una forza che doveva perseguire non tanto l'obiettivo della giustizia sociale quanto quello della parità sociale ("pari opportunità"). Tra il 1948 e il 1949 nacquero diversi movimenti di ispirazione liberalsocialista, su iniziativa di alcuni dissidenti del PSI e del PSLI, che nel 1949 confluirono nel Partito Socialista Unitario. Il partito, nonostante il sostegno di altri partiti socialisti europei, ebbe vita breve, e nel 1951 confluì nel PSLI, ridenominato per l'occasione Partito Socialista - Sezione Italiana dell'Internazionale Socialista, che nel 1952 cambiò nome in Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI).
Nel 1953 nacque Unità Popolare, movimento liberalsocialista fondato da alcuni dissidenti del PSDI e del PRI, che ebbe il sostegno di numerosi intellettuali, tra cui Adriano Olivetti e il suo Movimento Comunità. Il partito si dissolse nel 1957.
Alla fine del 1955, dopo l'avvento di Giovanni Malagodi alla guida dei liberali e una nuova sterzata del partito sulla linea di una destra economica, un gruppo guidato da Nicolò Carandini lasciava di nuovo il PLI formando questa volta, insieme con elementi dell'area ex-azionista (Leo Valiani) il Partito Radicale (PR). Questo partito, seppur con scarso peso elettorale, si adoperò per preparare sul piano teorico l'ingresso del Partito Socialista Italiano nell'area governativa intorno alla Democrazia Cristiana, creando un contrappeso social-liberale il più forte possibile rispetto ai democristiani.
Il Partito Radicale stipulò un'alleanza con il PRI per le elezioni legislative del 1958 e con il PSI per le amministrative del 1960. Si sciolse nel 1962, in seguito a dissensi interni, prima di poter partecipare all'ingresso del PSI al governo.
In questo periodo, numerosi partiti socialisti e socialdemocratici europei cominciarono ad allinearsi su idee di un socialismo non marxista: il primo a compiere questo passo fu il Partito Socialdemocratico di Germania durante il congresso di Bad Godesberg del 1959.
Gli anni settanta e ottanta