Il pianeta Venere compare nelle opere di fantasia a partire dal XIX secolo ed è teatro di numerosissime storie di fantascienza. La sua vicinanza alla Terra e la sua superficie perennemente coperta di spesse nubi hanno fatto sì che gli scrittori, in particolare dagli anni venti, lo immaginassero spesso come un mondo umido ma abitabile dagli esseri umani, finché negli anni sessanta l'esplorazione spaziale non ha rivelato che in realtà è arido e caldissimo. Di conseguenza la maggior parte delle opere scritte per buona parte del Novecento lo presentano ancora piovoso e dotato di un clima tropicale, quando non addirittura completamente oceanico.
Prima che le sonde Venera 4 e Mariner 5 raggiungessero Venere nel 1967, non fu possibile confermare al di là di ogni dubbio che il pianeta era un mondo desertico e del tutto inospitale. Le storie che lo descrivevano come un mondo umido e tropicale a quel punto svanirono, con l'eccezione di quelle intenzionalmente nostalgiche e "retrofuturistiche". Le storie ambientate su Venere si possono dunque dividere tra quelle che riflettono la prima, antica visione del pianeta e quelle scientificamente più accurate, scritte a partire dalla metà degli anni sessanta.
A mano a mano che la conoscenza scientifica del pianeta avanzava, gli autori di fantascienza hanno cercato di tenere il passo, in particolare facendo congetture su tentativi umani di terraformare Venere. Arthur C. Clarke nel romanzo 3001: Odissea finale (1997), ad esempio, postula un'operazione di abbassamento della temperatura del pianeta deviando frammenti di comete da far precipitare sulla sua superficie. Un Venere terraformato è usato come ambientazione in un gran numero di differenti opere di fantasia.
Prime rappresentazioni
Le primissime attestazioni dell'uso di Venere come ambientazione narrativa autonoma compaiono nell'Ottocento: il primo romanzo interamente incentrato sul pianeta è Voyage à Vénus (1865) di Achille Eyraud.
Esistono tuttavia precedenti moderni che includono Venere all'interno di viaggi cosmici enciclopedici: lItinerarium exstaticum (1656) di Athanasius Kircher — dialogo visionario che attraversa i pianeti — e The Earths in Our Solar System (1758) di Emanuel Swedenborg, che dedica un intero segmento al «pianeta Venere». Ancora più indietro nel tempo, Luciano di Samosata nella satira La storia vera (II secolo) menziona la «Stella del Mattino» in un trattato di pace fra gli abitanti del Sole e quelli della Luna, con riferimento a un progetto di colonizzazione; si tratta probabilmente della più antica apparizione del pianeta in un contesto narrativo.
Nella fantascienza delle origini, la scarsa osservabilità diretta della superficie di Venere a causa della coltre di nubi favorì raffigurazioni molto libere: fino ai primi decenni del XX secolo il pianeta fu spesso immaginato come un mondo abitabile, con climi caldi e vegetazione lussureggiante.
Secondo l'ipotesi nebulare di Laplace sulla formazione del Sistema solare, la contrazione della nebulosa primordiale avrebbe portato al distacco di anelli gassosi concentrici da cui si sarebbero condensati i pianeti; nella lettura laplaciana (ripresa anche dalla moderna "teoria laplaciana") gli anelli più esterni sono spesso descritti come formatisi per primi. Anche per questo motivo, nella narrativa Venere fu spesso presentato come un pianeta più giovane della Terra, con fauna e flora simili a quelle del Mesozoico terrestre.
Un forte impulso a questo immaginario venne dal volume divulgativo di Svante Arrhenius Stjärnornas öden ("Il destino delle stelle", 1918), in cui sosteneva che "Una parte molto grande della superficie di Venere è senza dubbio coperta da paludi" e paragonava l'umidità di Venere alle foreste tropicali del Congo; le ipotesi del chimico e fisico svedese, con superfici paludose e condizioni termiche elevate, furono recepite e rielaborate come tema dalla narrativa popolare dell'epoca.
Tra fine Ottocento e primo Novecento, complice il successo dei racconti d'avventura interplanetaria e delle riviste popolari, si consolidò così il motivo della Venere "tropicale" — giungle, paludi, megafauna — che divenne uno degli stereotipi più riconoscibili nelle prime riviste pulp. Il pianeta divenne così, fino ai primi anni sessanta, un luogo in cui gli scrittori di fantascienza potevano ambientare ogni tipo di forme di vita inusuali, dai simil-dinosauri a piante carnivore intelligenti, con frequenti analogie alla Terra del periodo Carbonifero. In ambito italiano, la visione idealizzata e "classica" dei venusiani illustrata da Yambo ne Gli esploratori dell'infinito (1906) rientra nello stesso immaginario avventuroso delle origini.
Già negli anni trenta, però, emersero linee rappresentative differenti: Edgar Rice Burroughs vi ambientò un ciclo avventuroso di ambientazione venusiana (Carson di Venere), mentre C. S. Lewis propose con Perelandra (1943) una Venere oceanica, segnando il passaggio da un esotismo genericamente lussureggiante a costruzioni più variate e tematicamente consapevoli. In parallelo, la narrativa "cosmica" di Olaf Stapledon inserì Venere in vasti scenari di colonizzazione e adattamento biologico del genere umano, anticipando l'uso del pianeta come laboratorio di idee evolutive e sociali.
Giungle e paludi
Nelle prime raffigurazioni il pianeta fu spesso immaginato come un mondo caldo e umido, coperto da foreste e paludi brulicanti di vita, un'ambientazione favorita dal permanere della coltre nuvolosa che ne celava la superficie agli osservatori e che gli scrittori interpretarono come indizio di un ambiente "tropicale". Tra i primi esempi vi sono i romanzi d'avventura scientifica Journey to Venus (1895) di Gustavus W. Pope e A Trip to Venus (1897) di John Munro, nei quali Venere appare abitabile e lussureggiante. Anche A Honeymoon in Space (1900) di George C. Griffith dedica un capitolo a Venere, anticipando molte convenzioni dell'avventura interplanetaria popolare del primo Novecento.
Alla stessa fase appartengono la satira To Venus in Five Seconds (1897) di Fred T. Jane e i cicli d'appendice e dei pulp con ambientazioni venusiane "di giungla", come Planet of Peril (1929) di Otis Adelbert Kline e The Radio Man (1924, in volume 1948) di Ralph Milne Farley, nei quali compaiono civiltà esotiche, megafauna e specie sapienti non umane.
La narrativa di C. L. Moore dedicata a Northwest Smith (1933–1939), in particolare il racconto Seta nera (Black Thirst, 1934), è ambientato in una città-Stato su un Venere caldo e umido. Un'immagine affine si ritrova in Tra le mura di Eryx (In the Walls of Eryx, 1939) di H. P. Lovecraft e Kenneth Sterling, con foreste pluviali, trappole cristalline e nativi rettiloidi. The Long Rain (1950) e Tutta l'estate in un giorno (All Summer in a Day, 1954) di Ray Bradbury insistono rispettivamente sull'incessante precipitazione e sull'apparizione rarissima del Sole su una colonia venusiana.
Oceano Un altro motivo ricorrente delle prime rappresentazioni è quello di Venere come pianeta oceanico, talvolta privo di terre emerse, sviluppato in modo memorabile da C. S. Lewis in Perelandra (1943), dove isole di vegetazione galleggiante costituiscono il paesaggio dominante e l'ambientazione simbolica di una "nuova Eden". Il tema dell'"oceano venusiano" permane anche in racconti d'avventura successivi come Le porte del suo viso, i fuochi della sua bocca (The Doors of His Face, The Lamps of His Mouth, 1965) di Roger Zelazny, con cacce su mari popolati da gigantesche creature pelagiche.
Deserto Un terzo filone di ipotesi precoci sulle condizioni di Venere spiegava la copertura nuvolosa come compatibile con un pianeta caldo e secco, con atmosfera che trattiene vapori e una superficie soggetta a tempeste di polvere. L'idea che l'acqua fosse abbondante su Venere risultò controversa, e già nel 1940 Rupert Wildt discusse come un effetto serra potesse determinare un pianeta molto caldo. La visione di una "Venere desertica" non fu mai popolare quanto quella paludosa o coperta di giungla, ma dagli anni cinquanta iniziò a comparire in diverse opere narrative.
La grande pioggia (The Big Rain, 1954) di Poul Anderson rovescia con anticipo di un decennio gli stereotipi sul clima venusiano: il pianeta è caldissimo, arido e con un'atmosfera velenosa, mentre coloni sottoposti a un governo dispotico operano programmi di terraformazione e sono controllati tramite psicofarmaci.
Nel romanzo satirico I mercanti dello spazio (1952) di Frederik Pohl e Cyril M. Kornbluth, Venere viene "venduta" come meta attraente per migranti terrestri nonostante l'ambiente ostile, configurandosi come mondo arido in corso di adattamento umano. Nel racconto di Robert Sheckley L'esposizione speciale (Prospector's Special, 1959), la superficie desertica di Venere è oggetto di estrazione mineraria e sopravvivere tra dune e aridità diventa la sfida dei cercatori. Arthur C. Clarke nel racconto Prima dell'Eden (Before Eden, 1961) raffigura un pianeta per lo più caldo e secco, ma ipotizza condizioni relativamente più miti ai poli compatibili con la sopravvivenza di estremofili. Anche La furia dalla Terra (The Fury from Earth, 1963) di Dean McLaughlin propone una Venere arida e ostile in ribellione contro la Terra. Queste rappresentazioni, pur più in linea con le deduzioni scientifiche emergenti dell'epoca rispetto agli stereotipi precedenti, tendevano ancora a sottostimare la severità delle condizioni ipotizzate sul pianeta.
"Nuovo" Venere
Già nel 1922 Charles E. St. John e Seth B. Nicholson, non essendo riusciti a determinare gli indizi spettroscopici di ossigeno o acqua nell'atmosfera, proposero un pianeta Venere desertico, polveroso e spazzato dal vento. Dagli anni trenta, in ambito scientifico, l'idea di un Venere abitabile fu messa in dubbio da osservazioni che indicavano un'atmosfera povera di ossigeno e dinamiche radiative compatibili con temperature molto elevate, in linea con le ipotesi sull'effetto serra avanzate da Rupert Wildt nel 1940.
Le più ottimistiche nozioni su Venere tuttavia non furono definitivamente confutate fino a quando le prime sonde spaziali non furono inviate sul pianeta. I dati del sorvolo del Mariner 2 (dicembre 1962) e delle misure radioastronomiche coeve indicavano un Venere caldo e secco; tuttavia fino al 1964 gli scienziati sovietici stavano ancora progettando sonde venusiane con la possibilità di ammarare su una superficie di acqua allo stato liquido.
Tra anni cinquanta e settanta, misure radiometriche a microonde e i primi risultati dell'era spaziale consolidarono l'immagine di un pianeta estremamente caldo e con atmosfera densissima, segnando il passaggio da scenari esotici ma potenzialmente vivibili a rappresentazioni apertamente inospitali.
Solo quando le sonde Venera 4 e Mariner 5 ebbero raggiunto Venere (18-19 ottobre 1967), fu possibile confermare al di là di ogni dubbio che la situazione del pianeta era quella di un deserto arido ed estremamente caldo, un mondo del tutto inospitale: le nuvole sono di acido solforico, l'atmosfera è composta prevalentemente di biossido di carbonio (la pressione atmosferica è 92 volte quella della Terra) e la temperatura al suolo è ≈465 °C, sufficiente a fondere il piombo. Le storie che descrivevano un mondo umido e tropicale a quel punto svanirono, con l'eccezione di quelle intenzionalmente nostalgiche.
Questo "cambio di paradigma" ebbe effetti diretti anche sulla narrativa: a partire dagli anni sessanta e settanta, molte opere abbandonarono l'immagine di Venere come "seconda Terra" e la relegarono a scenario marginale o a simbolo di mondi estremi, come avviene, per esempio, in Incontro con Rama (1973) e in seguito nell'universo narrativo di The Expanse (2011-2021).