I sono i caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese in congiunzione con i sillabari hiragana e katakana.

I kanji sono parole monosillabiche, le più vecchie delle quali risalgono al XIV-XI secolo a.C. Dalla Cina si propagarono in tutta la zona culturale che comprende il Giappone, la Corea e il Vietnam.

Si ritiene che in Giappone siano arrivati nel I secolo d.C. e si siano diffusi in seguito con l'introduzione del buddismo, taoismo e confucianesimo. Inizialmente i giapponesi usarono la lettura cinese (pronuncia on) ma in seguito vi sovrapposero come lettura il termine giapponese di significato corrispondente all'ideogramma cinese (pronuncia kun). In Giappone un solo ideogramma può avere così almeno due pronunce, ma nella pratica sono anche di più, in entrambi i metodi di lettura.

I kanji sono suddivisi in sei categorie, di cui circa il 90 per cento appartiene alla categoria “keisei” (ideogrammi formati da un elemento fonetico e da un elemento semantico). In seguito i giapponesi stessi, seguendo il sistema keisei, hanno creato nuovi ideogrammi chiamati “kokuji” (ideogrammi nazionali). Ci sono più di 50.000 kanji dei quali 2.000 sono i fondamentali.

Generalità Origine, approdo in Giappone e accomodamento

I sinogrammi (in caratteri semplificati 汉字) sono nati nella Cina antica e, in origine, erano dei pittogrammi (形象), cioè dei disegni che sono andati via via semplificandosi di elementi naturali, parti del corpo, utensili, animali e simili (e.g. riso 米, cavallo 马, coltello 刀, bocca 口, le gocce di pioggia che scendono da una nuvola 雨...). Questi pittogrammi venivano usati perlopiù per compiere delle scapulomanzie, cioè delle divinazioni/previsioni sul futuro attraverso l'uso delle ossa. Infatti, i sinogrammi venivano incisi sui gusci di tartaruga (龟甲) e le scapole di bue, questi ultimi venivano messi sul fuoco e, in base alle screpolature, si formulava una profezia. Tra le altre prime tracce, si contano anche le incisioni sui vasi in bronzo della dinastia Zhou (周朝), che indicano per esempio i proprietari dei vasi. Questi vasi di bronzo (青铜器) venivano usati per contenere cibo, vino, armi, soldi (nella Cina antica, le monete avevano la forma di una conchiglia in quanto, in un'epoca anteriore, si usavano le conchiglie 贝 come mezzi di scambio) o erano usati durante i sacrifici, per esempio per effettuare le libagioni (cioè l'atto di rovesciare il contenuto di un vaso per terra come offerta a dei o antenati. Il carattere 鬯 immortala il vino sacrificale, insaporito con degli aromi e con un mestolo in basso). Altri caratteri potevano trovarsi incisi su specchi in vetro e bronzo o su pettini, oggetti spesso conservati nelle tombe dei nobili.

Al tempo, uno dei mezzi più usati per scrivere era il rotolo formato da listelli di bambù intrecciati, che si disegnavano con il pittogramma 冊 (in altri casi, i caratteri si incidevano su oggetti come i vasi di bronzo, su pietra o si scrivevano sulla seta). Per scrivere, si usava un inchiostro (墨水) formato da fuliggine filtrata, mescolata con la colla (resina fusa), messa in uno stampino decorato e ridotta ad un blocchetto che si scioglieva con l'acqua e lo sfregamento in una scodella di pietra. Per scrivere, si usava un pennino di legno (聿), rinforzato poi con un cappuccio di cuoio e sostituito più avanti con il pennello con i peli.

Con il proliferare dei caratteri e il loro impiego in letteratura e nell'amministrazione, i sinogrammi vennero creati usando, nella maggior parte dei casi, una struttura detta "pianpang", tale per cui a un radicale si affianca una chiave di lettura. In altre parole, accanto a un pittogramma che indica il campo semantico/di significato del carattere, si scrive un ulteriore carattere che indica la pronuncia e/o altre informazioni sul suo significato. Per esempio, il carattere 秒 indica oggi in cinese il concetto di "secondo" (unità di tempo) e, in origine, indicava l'arista, che fa parte della copertura esterna del chicco di riso insieme alle due glumelle. Il radicale è 禾, che indica il grano, mentre la chiave di lettura è 少 e indica sia la pronuncia, sia il concetto di "piccolo" e, in origine, la "sabbia" (è un pittogramma che raffigura i granelli di sabbia, che oggi si indica come 沙). I radicali, detti "busu" (部首), sono quindi diventati i "mattoncini" dei sinogrammi e la loro sistemazione più nota universalmente è la lista dei 214 Radicali Kangxi (康熙部首), che prendono il nome dal Dizionario Kangxi (康熙字典), pubblicato nel 1716, durante la Dinastia Qing (清朝). I radicali servono anche a cercare i kanji nei dizionari cartacei e virtuali, siccome i caratteri sono ordinati solitamente per radicale, a loro volta ordinati in base al numero di tratti. Tutti i sinogrammi hanno un ordine dei tratti prescrittivo che, se seguito, contribuisce alla migliore resa grafica del carattere.

I caratteri cinesi sono arrivati in Giappone attraverso i coreani del regno di Baekje (百濟 백제, Corea meridionale) nel Periodo Yamato (大和時代 Yamato-jidai, collocato tra 250-710d.C.), seguito poi dal periodo Nara (奈良時代, dal nome della capitale del tempo). Per la precisione, un monaco coreano buddista semi-leggendario di nome Wangin 왕인, 王仁 (giapponese: Wani) li avrebbe portati in Giappone durante un viaggio mentre in Giappone regnava l'imperatore Ōjin (応神). Per la precisione, il Nihon Shoki (日本書紀) del 720d.C. nel decimo volume dice che Wani è arrivato in Giappone durante il 16º anno del regno di Ōjin, il 15º Imperatore del Giappone (la data tradizionale è 270-310d.C., ma la data reale è semi-sconosciuta). Un'altra fonte che parla di Wani è il Kojiki (古事記) del 712 d.C., che aggiunge che Wani fu mandato in Giappone dal re di Baekje insieme al Lunyu 论语 (le Massime di Confucio) e al Classico dei Mille Caratteri (千字文), un famoso testo usato tradizionalmente nell'apprendimento dei sinogrammi. Il Nihon Shoki dunque indica il 286d.C. come l'anno dell'arrivo dei sinogrammi in Giappone, ma il Kojiki indica il 372d.C., mentre altre fonti ancora sostengono il 404d.C. Nessuna fonte coreana parla di Wani.

Fin dai tempi del cinese arcaico (Old Chinese 上古汉语, parlato durante le dinastie Xia 夏朝, Shang 商朝, Zhou, a cui risalgono i vasi di bronzo, Qin 秦朝 e Han 汉朝), la lingua cinese era frammentata in dialetti, ma durante il Primo Cinese Medio (中古汉语, fine delle Dinastie del Nord e del Sud, dinastie Sui 隋朝, Tang 唐朝 e Song 宋朝), parlato grossomodo quando i sinogrammi stavano entrando in Giappone, si era confezionata una pronuncia colta e standard per leggere le poesie in modo corretto, creata con un compromesso tra le varietà del nord e del sud e formalizzata in delle raccolte di sinogrammi ordinati per rima, detti "rimari". Due celebri rimari sono il Qieyun 切韵 e la sua espansione, il Guangyun 广韵. In Giappone invece si parlava il giapponese arcaico (Joudai Nihon-go 上代日本語), finito con la fine del Periodo Nara (794d.C.; la dinastia Sui regna a partire dal 581d.C.) e l'inizio del periodo Heian (平安, dal nome della capitale del tempo, Heian, oggi Kyoto 京都): il giapponese, a partire dal Primo Giapponese Medio (Early Middle Japanese, 中古日本語 Chūko nihongo) si è arricchito di vocaboli cinesi con la pronuncia in Primo Cinese Medio, nata circa 200 anni prima e di cui esistono svariate ricostruzioni, per esempio Baxter 2011. Ha subito trasformazioni sia esogene che endogene, come la nascita della tensificazione e l'aggiunta di -n a fine sillaba, prima inesistente, per l'influsso delle sillabe cinesi. La *-m del Primo Cinese Medio (conservata in parte anche durante il Primo Mandarino, durante il khanato mongolo) venne accomodata dai giapponesi con la sillaba "mu", poi fatta convergere nell'attuale -n (entrambe le pronunce sono evolute nel tempo).

I giapponesi, che non avevano nessun alfabeto, presero i sinogrammi (che chiamarono "kanji" 漢字) per scrivere, anche se erano parzialmente inadatti per la lingua giapponese (il giapponese ha la morfologia, siccome per esempio il verbo si coniuga, mentre il cinese è una lingua isolante, siccome ogni parola non subisce mai nessuna variazione di nessun tipo). Pertanto, i giapponesi usarono alcuni kanji come dei fantocci grafici messi in fila per indicare la pronuncia di una frase in giapponese. Questo utilizzo, tale per cui non si tiene in considerazione il significato dei kanji ma solo la loro pronuncia, si chiama "man'yoogana" 万葉仮名, risale al Periodo Nara e prende il nome da una raccolta di poesie del Periodo Nara, detta Man'yooshuu 万葉集. Dalla semplificazione di questi kanji, ridotti a uno schizzo calligrafico sinuoso o spigoloso per opera dei monaci buddisti, sono nati i due kana: hiragana 平仮名 e katakana 片仮名, importanti per trascrivere i prestiti e indicare la morfologia della lingua giapponese. Un terzo kana composto da variazioni dell'hiragana, detto hentaigana 変体仮名, è stato abbandonato a inizio '900 con l'ufficializzazione dell'hiragana. Senza un simile mezzo, i giapponesi sarebbero stati costretti a scrivere usando la grammatica del cinese classico, detta wenyan 文言, perfettamente adatta ai sinogrammi e dall'aspetto molto snello e minimalista (l'apporto grammaticale è ridotto al minimo e quasi tutte le parole usate sono monosillabiche).

I kanji furono poi utilizzati per trascrivere i prestiti cinesi ("lessico sino-giapponese"), riadattati come fonologia alla lingua giapponese, e disambiguare le omofonie. Ai kanji furono affiancate due tipologie basilari di pronunce: quella cinese e quella nativa giapponese. Quando un kanji si usa in isolamento, indica un concetto che tuttavia si legge con la pronuncia giapponese, detta "kun'yomi" 訓読み (e.g. 心 indica il "cuore" o la "mente", è il pittogramma di un cuore con delle arterie e si pronuncia "kokoro").

Quando un kanji si usa in combinazione con altri e indica un prestito cinese, si legge con la pronuncia cinese, detta "on'yomi" 音読み, a sua volta suddivisa in più tipologie in base al periodo storico (quella più arcaica è la go-on 呉音, parlata nello stato di Wu, dove oggi si trova Shanghai; essa è poi seguita dalla kan-on 漢音, derivante dalla parlata della capitale Chang'an durante la dinastia Tang, e infine è seguita dalla tousou-on 唐宋音, risalente alla Dinastia Song e Ming, e da una pronuncia entrata nell'uso comune anche se derivante da una confusione di pronunce, detta kan-yoo'on 慣用音. In una quarta categoria a sé, ci sono le letture totalmente irregolari dei caratteri, usata in parole giapponesi, dette jukujikun 熟字訓 e usate per esempio nel vocabolo "Yamato" 大和 o 倭, un'antica etnia giapponese che dà il nome a una prefettura omonima e che è anche un arcaismo per indicare il Giappone, che oggi invece si chiama "Nippon" o "Nihon" 日本. La quinta categoria è pure una pronuncia irregolare usata perlopiù in nomi propri e si chiama nanori 名乗り).

In alcuni casi, i giapponesi arrivarono a creare dei kanji inventati da zero per indicare concetti specifici della lingua giapponese. Questi kanji in particolare sono detti "caratteri nazionali", cioè "kokuji". Quanto alle caratteristiche fonetiche del Primo Cinese Medio, inesistenti nel giapponese arcaico (come già accennato, quest'ultimo non aveva nessuna coda nasale a fine sillaba e non aveva gli stop consonantici senza rilascio udibile di suono *-p, *-t, *-k, a cui si aggiungono le tre code nasali in Primo Cinese Medio *-ng, *-n. *-m), esse sono state accomodate alla lingua giapponese: per esempio, lo stop *-k è diventato "ku" oppure "ki" (per esempio, la sillaba che indica il concetto di "studio, studiare" si pronunciava *haewk e, in giapponese, è stata accomodata come "gaku").