Una città ideale è il concetto di un insediamento urbano (progettato, o solo immaginato, in rari casi messo in pratica) il cui disegno urbanistico riflette, secondo uno schema prevalentemente geometrico, criteri e principi armonici di razionalità e funzionalità, o un'impostazione scientifica, caratteri che spesso si accompagnano a una tensione ideale e filosofica, o a una forte carica utopica.

Il tema della città ideale si può dire abbia percorso l'intera storia dell'umanità urbanizzata, fin dall'antichità, ma rimanda con particolare forza al Rinascimento, quando la città, dopo il declino dell'antichità e il superamento dell'interludio feudale e medievale, assurse di nuovo al ruolo centrale di luogo privilegiato, entro il cui perimetro si dispiegava e acquisiva senso l'agire storico dell'uomo.

A partire dal Quattrocento, infatti, l'esperienza teorica e il dibattito sulla "città ideale" furono tanto intensi da fare di quel tema, pure in carenza di vere e proprie realizzazioni pratiche, uno dei grandi snodi ispiratori su cui si concentrò la riflessione dell'arte, dell'architettura, della filosofia e dell'urbanistica rinascimentale, che ambivano a coniugarvi esigenze funzionali e sensibilità estetiche, in un'aspirazione che portava con sé i tratti tipici e caratteristici di quel tempo.Gillo Dorfles, Cristina Dalla Costa, Marcello Ragazzi, Storia dell'arte dalla Preistoria al Settecento, p. 167.

Storia

L'idea di voler ambire a uno "spazio ideale", si può affermare abbia accompagnato l'uomo lungo tutta la sua storia, fin da quando, già nella remota antichità, ha dovuto confrontarsi con situazioni e problemi che emergevano dallo strutturarsi in forma urbana o protourbana degli insediamenti umani, della società, e dell'economia.

Elemento qualificante dell'aspirazione ideale Quando si parla di "città ideale", un valore discriminante si attribuisce alla tensione ideale che ispira il progetto. In mancanza di essa, infatti, la ricerca programmatica e gli esiti progettuali stimolati dalle criticità della struttura urbana non danno forma a ciò che si intende per "città ideale". La struttura degli insediamenti, infatti, non può essere avulsa dalle gerarchie di potere e dagli assetti della società, ritenuti un riflesso dell'ordine cosmologico, di cui gli insediamenti urbani sono una delle espressioni.

In assenza della dimensione ideale qualificante, i programmi edilizi, per quanto appaiano razionali e pianificati, possono risultare privi di qualsiasi spessore utopico e, anzi, finire semplicemente per riflettere, riprodurre, perpetuare, o consolidare, i rapporti di potere, gli assetti e le gerarchie sociali già espressi dalla società.

In quest'ottica, ad esempio, la razionale regolarità topografica dei villaggi dell'antico Egitto (con le fragili abitazioni comuni sovrastate fisicamente dalla solida monumentalità templare e palaziale) non farebbe altro che riprodurre ed esprimere, in maniera quasi simbolica e pervasiva, la natura dispotica e ierocratica dei rapporti di potere che improntavano, permeavano e strutturavano quella antica civiltà.Luigi Firpo, op. cit., p. 11.

La metafora della Torre di Babele

Un esempio dell'ambizione ideale lo si ritrova già nel Libro della Genesi, in cui la metafora biblica della Torre di Babele sussume l'aspirazione dell'uomo a uno spazio abitativo la cui struttura rifletta una forte carica utopica e ideale: una tensione che spinge l'uomo a voler acquisire fama toccando il cielo, perseguendo il disegno di tenere unita l'intera Umanità, affinché essa non fosse «dispersa sulla faccia di tutta la terra». Il fine utopico sotteso all'impresa di Babilonia è differente dal pensiero del libro sacro e quindi indirizzato a un primordiale popolamento della terra, dato che spesso il Dio biblico stravolge il Pensiero umano.Libro della Genesi,

Riflessione teorica e filosofica: da Ippodamo e Platone al Rinascimento

Ben presto, nella storia dell'uomo, questa aspirazione ha assunto il carattere di una riflessione teorica, declinata in chiave di Utopia filosofica o nei termini di un progetto politico, che si accordasse con la gerarchia ontologica della realtà.

Utopia urbana in Platone L'intento teorico di pianificare una polis ideale assume comunque una dimensione filosofica nell'idealismo di Platone, espresso in due suoi dialoghi, quelli sulla Repubblica e sulle Leggi. La riflessione di Platone apre a teorie politiche che confinano con l'utopia, ma non si spinge fino al punto da concepire una città che, nella compiutezza delle sue forme architettoniche, fosse in grado di tradurre l'idealità delle visioni politiche e degli assetti statuali da lui teorizzati.Hanno-Walter Kruft, Le città utopiche. La città ideale dal XV al XVIII secolo fra utopia e realtà, Laterza, 1990 (p. 6). Nell'unica annotazione sull'aspetto esteriore, Platone si sofferma sullo schema urbano, riguardo al quale viene respinta, tacciandola di inopportunità, ogni soluzione di assoluta regolarità, una caratteristica che però Platone considera deprecabile sotto un diverso profilo, in quanto portatrice di sgradevolezza estetica.

Il pensiero democratico di Platone si relaziona all'amicizia col tiranno Archita di Taranto e con gli aspetti pitagorici della sua filosofia, negli stessi anni in cui Alcmeone di Crotone teorizzava la monarchia come una malattia del corpo in cui un elemento prevale sugli altri. Tale concezione può ragionevolmente essere stata trasposta anche oltre l'ambito medico-filosofico a quello politico, etico e estetico, intendendo la salute dello Stato e della città come l'equilibrio stabile e misurato dei vari suoi costituenti primi.

Schema ippodameo

La civiltà etrusca e l'antichità greca offrono entrambe i primi tentativi di tradurre un progetto politico ideale in architettura urbana: le città di Marzabotto e di Gonfienti, edificate all'inizio del VI secolo a.C., e la polis di Thurii, presso Sibari, una città di fondazione nata nel 444 a.C. su iniziativa di Pericle, sorsero col probabile intento di dar forma a centri coloniali greci ed etruschi, collegati, a seconda dei casi, al mondo della dodecapoli etrusca, o a quello panellenico.Hanno-Walter Kruft, Le città utopiche. La città ideale dal XV al XVIII secolo fra utopia e realtà, Laterza, 1990 (pp. 6-7). Tra i "padri" di Thurii, oltre al nome di Pericle, sono tramandati quelli dell'architetto Ippodamo di Mileto e del sofista Protagora.

Viene anche ritenuta «attendibile» un'influenza pitagorica su Ippodamo, testimoniata dalla regolarità dell'impianto planimetrico detto ippodameo, e dalla tipicità delle abitazioni, in cui si riflette architettonicamente il concetto di isonomia (), l'equa attribuzione ai cittadini di prerogative e potenzialitàHanno-Walter Kruft, Le città utopiche. La città ideale dal XV al XVIII secolo fra utopia e realtà, Laterza, 1990 (p. 7). che trovò la sua formulazione nello spazio culturale della polis greca già in epoca arcaica.

Giungendo nell'epoca dell'Umanesimo rinascimentale, l'aspirazione a forme urbanistiche ideali va ad alimentare un progetto comune, utopistico e allo stesso tempo irrealizzabile, nel quale architetti e artisti del Rinascimento profusero le loro migliori forze creative, dando vita, soprattutto nel XVI secolo, a un appassionato dibattito teorico, importante dal punto di vista culturale, anche se foriero di pochissimi esiti concreti.Luigi Firpo, op. cit., p. 10.Gianni Carlo Sciolla, in Id. (a cura di), La città ideale nel Rinascimento, UTET, Torino, 1975, p. 33.

Utopia e prassi della città rinascimentale

Fu in quest'epoca che la città ideale si pose al centro di un intenso dibattito, divenendo uno dei grandi temi su cui si appuntò l'elaborazione teorica dell'arte, dell'architettura, e dell'urbanistica rinascimentale. A quei grandi temi, peraltro, la riflessione sulla città ideale era organicamente legata; la rinnovata affermazione della centralità dell'uomo, la riscoperta e la riappropriazione dell'arte greco-romana e dell'architettura classico-romana, venivano perseguite non solo tramite lo studio del De architectura di Vitruvio (in particolare del Libro IV), ma anche attraverso l'esame autoptico e diretto delle vestigia antiche: si pensi, come esempio di questo atteggiamento, al programma culturale delineato di quel sodalizio vitruviano, noto come Accademia della Virtù (animato da Claudio Tolomei, ma in cui operò anche il Jacopo Barozzi, detto Il Vignola), e alle riflessioni sull'imitazione della realtà, l'organizzazione prospettica dello spazio artistico, la teoria delle proporzioni e della misura nella progettazione architettonica.Gillo Dorfles, Cristina Dalla Costa, Marcello Ragazzi, Storia dell'arte dalla Preistoria al Settecento, p. 166.

Funzione ideologica della città-stato rinascimentale Se nel Rinascimento la riflessione divenne particolarmente intensa, anche se con poche e occasionali esperienze concrete, lo si deve alla rinata centralità della città rinascimentale che, a partire dal Quattrocento, riacquista il ruolo di perimetro e crocevia dell'agire storico dell'uomo, topos separato e distinto dalla Natura. Questa concezione si accompagna alla riappropriazione della consapevolezza della centralità dell'uomo e del valore della sua dignità, in un'atmosfera culturale umanistica che ripone la sua fiducia nell'uomo, nel suo agire, e nella sua capacità di concepire ed edificare lo spazio urbano.Eugenio Garin, Scienza e vita civile nel Rinascimento italiano, 1993 (p. 53).

Nello spazio delimitato della "città" dovevano idealmente convergere aspirazioni ed esigenze disparate, funzionali ma anche estetiche, veri tratti culturali caratteristici dell'epoca, il cui equilibrio fosse espressione della nuova sensibilità affermatasi nella cultura e nella società del tempo. La città assume per questo un ruolo di spicco nei confronti delle arti: non solo semplice luogo privilegiato in cui se ne esprimono e se ne raccolgono le manifestazioni, ma, più di tutto, spazio teorico che, nel suo perimetro prospetticamente delimitato, si pone in posizione gerarchicamente sovraordinata nei confronti del complesso delle arti, assumendosi la funzione ideologica di coordinarne le differenti espressioni, ricomponendole all'interno di un coerente sistema di interrelazioni formali in grado di trascendere le peculiarità e gli aspetti particolari delle singole manifestazioni, attraendole e subordinandole nella sfera concettuale unificante della città-stato,Giulio Carlo Argan e Maurizio Fagiolo dell'Arco, «Premessa all'arte italiana», in Storia d'Italia Einaudi, 1972. quest'ultima essendo ora intrsa non più come semplice contenitore di abitanti, e nemmeno, d'altronde, mero luogo architettonico o monumentale (urbs, secondo la definizione di Leonardo BruniLeonardo Bruni, Epistolario, X.25, testo latino da Google ricerca libri.), ma comunità civica (civitas, sempre secondo la definizione di Bruni), portatrice di un retaggio storico e culturale, che si pone come «spazio ideale aperto all'invenzione e insieme luogo concreto della vita associata e sede del potere politico».

Città stato e signorie cittadine

La funzione ideologica dell'urbanistica stimolò, nelle signorie cittadine dell'epoca, il desiderio di costruirsi delle città ideali, che celebrassero i caratteri «di novità e artificiosità del nuovo regime politico»:Franco Pignatti, «Città ideale» (da Italica.RAI.it).

Fu in questa temperie politica e culturale che, durante la seconda metà del Quattrocento, si registrarono alcuni episodici tentativi di realizzare spazi urbani in cui, trasferendo su un piano progettuale i temi del dibattito teorico, l'organizzazione dello spazio si informasse a esigenze ideali di funzionalità, equilibrio, ordine razionale, con le quali interpretare e tradurre in pratica le «aspirazioni della perfetta ragione politica» e le funzioni imposte dalle aspirazioni signorili: «di rappresentanza (il palazzo), di difesa (le fortificazioni), di residenza (strutture abitative per i nuovi ceti urbani), di spettacolo (il teatro)».