Iefte (talvolta Jefte, o Jephta; dall'ebraico יפתח Yiftach) è un personaggio biblico della tribù di Manasse menzionato nel Libro dei Giudici, che servì come giudice di Israele per un periodo di sei anni () e liberò gli Israeliti dall'oppressione degli Ammoniti, che da 18 anni li sottoponevano a continue scorrerie e rivendicavano il possesso dei territori transgiordani, il Galaad.
Prima di intraprendere la guerra, Iefte pronunciò a Dio il voto che gli avrebbe immolato il primo che fosse uscito a venirgli incontro («... e io l'offrirò in olocausto"».(). Al suo ritorno vincitore la prima che gli si fece incontro fu la sua unica figlia. La Bibbia riporta semplicemente che «egli fece di lei secondo il voto che aveva fatto» (); alcuni hanno interpretato questo passo nel senso che la figlia di Iefte sia stata immolata da Iefte, mentre altri studiosi interpretano diversamente questo passo, e sostengono che, in realtà, sia stata dedicata al servizio di Dio in un tempio.
Il racconto biblico
Iefte fu giudice nella regione montuosa a est del Giordano, il Galaad. In quel tempo gli Israeliti stavano tornando alla vecchia fede dopo un periodo di adorazione di altre divinità come Baal, Astarte e altre.
Il racconto biblico narra che Iefte era figlio di una donna che era stata una prostituta,Il racconto narra che, tra le altre cose, Iefte diventò il condottiero riconosciuto degli uomini di Galaad e offrì un sacrifico al tabernacolo, tutte cose che secondo la Legge Mosaica non avrebbe potuto fare se fosse stato un figlio illegittimo (vedi Dt 23:2). Sembra quindi che sua madre fosse stata una prostituta prima di sposarsi con il padre di Iefte. venne allontanato dai fratellastri, che non volevano potesse pretendere parte dell'eredità paterna. Iefte si trasferì nella regione di Galaad nel comprensorio di Tob, dove raccolse attorno a sé una banda di avventurieri e mercenari, dediti a scorrerie, diventando così esperto nell'arte della guerra.
Gli abitanti della regione erano in quel tempo obiettivo delle scorribande di predoni Ammoniti, che con i loro continui furti di bestiame perpetuati da oltre 18 anni, causava loro gravi perdite economiche. Gli Israeliti chiesero a Dio di essere liberati degli Ammoniti, che stavano radunando il loro esercito nel Galaad. Gli anziani di Israele contattarono Jefte ed ottennero che prendesse lui il comando delle operazioni militari, promettendo di tenerlo come giudice anche nel seguito.
Iefte cercò in un primo momento la mediazione, inviando un messaggero al re di Ammon per denunciare le loro scorribande nei territori di Galaad. In tutta risposta questì accampò una scusa provocatoria, rispondendo che gli Ammoniti erano autorizzati a fare razzie perché le terre che ora occupava Israele erano in effetti state sottratte agli stessi Ammoniti. Iefte fece notare che quella tesi non corrispondeva a verità perché quel territorio era stato tolto agli Amorrei grazie all'aiuto di IHWH (; ). Era, inoltre, molto strano che per 300 anni a Israele non era stata contestata nessun'occupazione abusiva, e che lo si facesse solo ora ().
Iefte aveva ormai capito che la guerra con gli Ammoniti era inevitabile, ma ebbe fiducia che Dio non avrebbe revocato il dono di quelle terre fatto a Israele trecento anni prima. Chiese, inoltre, a Dio la sua guida per combattere quel popolo senza scrupoli, pronunciando un voto. In cambio della vittoria su quel popolo pagano, vittoria che secondo Iefte in tutti i casi sarebbe stata attribuita solo e unicamente al Dio di Israele, lui era disposto a "sacrificare" il primo e chiunque gli fosse venuto incontro al suo ritorno dalla battaglia.
La battaglia contro gli Ammoniti si risolse con una loro schiacciante sconfitta, per cui Iefte, quando tornò a casa, mantenne la promessa votiva fatta a Dio. La narrazione biblica di tale guerra riporta però gli Ammoniti invece dei Moabiti e, come osservano gli esegeti della Bibbia di GerusalemmeBibbia di Gerusalemme, EDB, 2011, p. 505, ISBN 978-88-10-82031-5., "questo riassunto della storia di Iefte è una composizione secondaria che utilizza Nm20-21 e Dt2, e che confonde gli Ammoniti con i Moabiti; il territorio conquistato da Israele (vv 13.26) era appartenuto a Moab"; anche gli studiosi della Bibbia Edizioni PaolineLa Bibbia Edizioni Paoline, 1991, p. 320, ISBN 88-215-1068-9. ritengono che "nel riassunto della storia di Iefte vengono confusi gli Ammoniti con i Moabiti nel quadro delle tradizioni riportate in Nm20-21 e Dt2". Chemosh, tuttavia, non era un dio esclusivamente dei moabiti e testimonianze del suo culto sono state trovate negli scavi di Ebla, di Ugarit e di una città neo-assira.H. P. Müller, voce in Dictionary of Deities and Demons in the Bible, K. van der Toorn, B. Becking e P. W. van der Horst (ed.), Leyde, Boston et Cologne, 1999, p. 186-189. Ammon, quindi, era circondato da popoli che veneravano Chemosh. Nel 1906 gli studiosi della Jewish Encyclopedia, pur non essendo ancora stati effettuati questi scavi, avevano ipotizzato che Moloch e Chemosh potessero essere la stessa divinità, scelta anche dagli Ammoniti come divinità suprema e perciò da loro normalmente indicata con l'epiteto "re". Anche i Moabiti nella stele di Mesha indicavano indifferentemente il loro dio Chemosh con il titolo di "Baal" (="signore"). Il racconto appare quindi corretto, poiché sia Chemosh che Moloch si svilupparono, in contesti e ambienti differenti, dalla stessa divinità primitiva, e possedettero molti degli stessi epiteti.
Secondo il racconto di Giudici, dopo questi avvenimenti, il giudice Iefte incontrò l'opposizione degli Efraimiti, israeliti anch'essi, che accamparono la scusa e la falsa accusa di non essere stati chiamati per unirsi agli abitanti di Galaad nella guerra contro gli Ammoniti. Una menzogna, Iefte infatti aveva rivolto anche alla tribù di Efraim quell'invito. Ne conseguì una disputa e quindi una guerra, con il risultato che gli Efraimiti furono sconfitti da Iefte in due riprese, l'ultima con la sconfitta e l'annientamento di 42.000 Efraimiti.
Il personaggio nella Bibbia Nel Primo libro di Samuele Iefte è assimilato a Gedeone, Barak e Samuele, definiti "liberatori" di Israele, mandati da Dio (Primo Libro di Samuele ). Anche nella Lettera agli Ebrei Iefte viene annoverato nel «...folto nuvolo di testimoni» fedeli dell'antichità (versetti 11,32 e 12,1). Questi testimoni, esemplari nella fede, non lo furono sempre dal punto di vista morale. L'attenzione con cui la Bibbia sottolinea le loro mancanze, anche quando esse sono irrilevanti per il seguito della narrazione rispecchia la teologia deuteronomistaː il popolo di Israele può essere salvato soltanto da IHWH, i condottieri che operano di fatto questa salvezza sono solo strumenti nella mano di Dio.
Nel caso di Iefte, perciò, non vengono taciute né le umili origini, né il comportamento da avventuriero in gioventù, né la ferocia con cui furono trucidati 42000 efraimiti. Solo quando opera come liberatore chiamato da Dio per salvare Israele egli cerca di operare pacificamente.
Il voto di Iefte, sacrificio o dedicazione a Dio? Biblisti, apologeti e accademici, danno interpretazioni controverse al termine "olocausto", conseguente al voto fatto dal giudice Iefte, controversia quindi sulla reale sorte toccata a sua figlia. Gli studiosi sono quindi divisi tra chi sostiene che l'episodio vada interpretato in maniera letterale, e che di conseguenza ci fu un reale sacrificio umano, e chi sostiene che il "sacrificio" rappresentasse in realtà qualcos'altro, nello specifico un voto di dedicazione permanente della figlia di Iefte al servizio del tabernacolo. Il voto: un sacrificio umano? Il termine "olocausto" è inteso da alcuni in senso letterale, un vero e proprio sacrificio umano, per cui la figlia di Iefte, secondo questi studiosi, sarebbe stata uccisa e quindi sacrificata al Dio biblico alla stessa maniera di come venivano sacrificati gli animali, ovvero per scannamento, essendo tale pratica già ampiamente diffusa tra le popolazioni cananee e in seguito anche adottata dagli israeliti. Sostengono, quindi, che non ci sarebbero ragioni di peso per interpretare il termine "olocausto" in maniera simbolica e che tale scelta sia stata operata dalla tradizione cristiana per edulcorare un racconto altrimenti troppo scioccante e cruento. Ad esempio, nel "Nuovo Grande Commentario Biblico"Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, p. 184, ISBN 88-399-0054-3. si afferma che Iefte "costringe la sua unica figlia a sottostare ad un voto che non aveva nessuna ragione di essere, e la sacrifica, non fermato neanche da un messaggero divino per proporgli una vittima sostitutiva (cf. invece Gen 22 [Vedi: "Sacrificio di Isacco"]) [...] La figlia di Iefte muore senza figli e lascia la casa del padre senza eredi. Il suo tempo di lamento (o lei stessa) divenne una tradizione e un modello per le donne israelite"; anche la Bibbia di GerusalemmeBibbia di Gerusalemme, EDB, 2011, p. 506, ISBN 978-88-10-82031-5. concorda e annota che "non bisogna attenuarne il senso: Iefte immola sua figlia (versetto 39 []) per non mancare al voto che ha fatto (versetto 31). Il commento della Bibbia Edizioni PaolineLa Bibbia Edizioni Paoline, 1991, p. 321, ISBN 88-215-1068-9. rileva inoltre come "una volta pronunciato, il voto doveva essere mantenuto ad ogni costo. I sacrifici erano praticati sin dai tempi antichi dai Semiti ed anche dagli Ebrei, cf Gn22,1-19: 2Re16,3; 17,17. [...] Iefte si comporta come un uomo del suo tempo" ma in seguito "combattuta dai profeti, questa pratica aberrante fu proibita dalla legge"; tali studiosi - in merito al sopracitato versetto 39 (): "Alla fine dei due mesi tornò dal padre ed egli fece di lei quello che aveva promesso con voto." - sottolineano ancora: "Versetto molto delicato. L'orrore del fatto è coperto sotto la riserva delle parole". Anche lo storico e biblista Bart EhrmanBart Ehrman, L'Antico Testamento, Carocci Editore, 2018, pp. 150, 152, ISBN 978-88-430-9350-2.). - nell'osservare anch'egli come quello della figlia fosse un reale sacrificio umano - rileva che "nella Bibbia vi sono altri casi di sacrifici umani, ma sono sempre, esplicitamente o no, condannati. [...] Se viene proibita, evidentemente questa pratica era diffusa tra gli Israeliti: non vi è infatti motivo di vietare qualcosa che nessuno fa". Anche la The Catholic Encyclopedia sostiene lo stesso punto di vista, giudicando quel periodo in cui avvennero gli avvenimenti raccontati nel libro biblico di Giudici, un periodo in cui non esisteva alcuna etica di comportamento, una condizione "eticamente barbara" e trasgressiva, un clima in cui quindi, il sacrificio umano da parte degli abitanti di Galaad era credibile e praticabile.
Il voto di dedicazione della figlia di Iefte simile a quello dei netinei