Figura complessa del Risorgimento, iniziò a combattere a 16 anni contro i sanfedisti durante la Repubblica Napoletana del 1799. Proseguì nelle guerre napoleoniche, soprattutto al fianco del re di Napoli Gioacchino Murat. Dopo la Restaurazione entrò nell'esercito borbonico e durante i moti del 1820-1821 strappò a re Ferdinando I la costituzione. Quando però l'Austria, complice Ferdinando I, volle riportare il Regno delle Due Sicilie all'assolutismo, Pepe si schierò con la Costituzione, fu sconfitto nella battaglia di Rieti-Antrodoco e condannato a morte in contumacia. Durante l'esilio scrisse diversi libri di argomento politico-militare in cui auspicava e prevedeva l'unità d'Italia.

Allo scoppio della prima guerra d'indipendenza nel 1848, fu richiamato da re Ferdinando II che lo mise a capo del corpo di spedizione contro l'Austria. Pentitosi della risoluzione, il Re ordinò al contingente di ritornare in patria. Quasi tutti obbedirono. Pepe invece rimase al fronte e fu nominato da Daniele Manin comandante delle forze venete che si erano ribellate all'Austria. A capo della difesa di Venezia resistette fino allo stremo, facendo della città lagunare l'ultima ad arrendersi agli austriaci.

Biografia La famiglia e la gioventù (fino al 1808) Guglielmo nacque a Squillace, nel Regno di Napoli borbonico, il 15 febbraio 1783, da Gregorio Pepe (1740-1824) e Irene Assanti. Gregorio era un aristocratico, massone e possidente terriero originario di MessinaL’Arte della Fuga, il futuro ha radici antiche. Egli fu particolarmente attento all'educazione dei suoi ventidue figli, istruiti prima a Catanzaro e poi a Napoli. Guglielmo fu uno degli ultimi a nascere della famiglia e da bambino, a sette anni, entrò nel Collegio reale di Catanzaro. Con il passare degli anni, però, maturò la passione per la vita militare, volendo imitare l'esempio del fratello Florestano. Il padre, che lo voleva indirizzare ad altra carriera, gli aveva invece rifiutato di acquistargli i gradi di ufficiale, come era d'uso all'epoca, e nel 1797 Guglielmo scappò due volte dal collegio. Il padre si decise allora ad accontentarlo e lo iscrisse alla Reale accademia militare di Napoli, oggi conosciuta come Scuola militare "Nunziatella". In accademia, Guglielmo studiò con profitto ed ebbe tra i suoi insegnanti Pietro Colletta, allora tenente di artiglieria e futuro storico...

In quegli anni, intanto, si svolgeva la prima Campagna napoleonica d'Italia con la quale Bonaparte prendeva possesso di buona parte della penisola. Ripresa la guerra nel 1798 con la seconda coalizione, Napoli, dopo la fuga di Ferdinando IV in Sicilia, fu conquistata il 23 gennaio 1799 da Jean Championnet, che lo stesso giorno proclamò la Repubblica Napoletana. Guglielmo Pepe, a 16 anni, abbandonò l'accademia e si arruolò nell'esercito della Repubblica. Fu sergente nella Guardia nazionale, per passare poi nella Legione lucana, nella quale contrastò l'azione dei ribelli controrivoluzionari nei pressi di Benevento. Fu infine nella legione del generale Giuseppe Schipani, nella quale si distinse nell'ultima battaglia della Repubblica, quella del Ponte della Maddalena a Napoli, grazie alla quale i sanfedisti del cardinale Fabrizio Ruffo riconquistarono l'11 luglio 1799 la capitale borbonica. Nello scontro del 13 giugno Pepe riportò due ferite: una per una sciabolata alla testa, l'altra per un colpo di baionetta al braccio destro. Fu poi catturato a Portici e incarcerato..

Con Napoleone e la Legione italica

Durante il periodo di prigionia Pepe conobbe il giacobino Vincenzio Russo, che contribuì alla sua formazione rivoluzionaria. Per la sua giovane età Guglielmo evitò, tuttavia, la pena di morte e fu esiliato a Marsiglia, da dove, all'inizio del 1800 partì per Digione. Qui, al seguito di Napoleone, entrò con il grado di sottotenente nella Legione Italica comandata dal generale Giuseppe Lechi, con la quale partecipò alla Campagna d'Italia dello stesso anno: passò con l'esercito francese il San Bernardo e partecipò alla battaglia di Varallo del 28 maggio 1800. In questo scontro la Legione Italica sconfisse un reparto di 600 austriaci comandati dall'esule francese Louis Victor Mériadec de RohanNapoleone dal San Bernardo alla battaglia di Marengo. Con il Trattato di Lunéville del 1801 ebbe fine la guerra della seconda coalizione..

Contro i Borbone e il brigantaggio Sciolta la Legione Italica, Pepe fu inviato a Pavia, in un deposito militare, da dove riuscì a farsi spostare in Toscana e ad aderire ad una Lega lì costituitasi. Scioltasi anch'essa, chiese al generale Gioacchino Murat, vittorioso ad Abukir, di entrare nel contingente francese che aveva occupato l'Egitto. Rientrato Murat in Francia, Pepe decise di sollevare la popolazione napoletana contro i Borbone e si unì, allo scopo, al nobile repubblicano Vincenzo Pignatelli, ma nulla si concretizzò. A seguito delle insistenze del padre tornò a Squillace, ma ben presto partì per arruolarsi nell'esercito della Repubblica Italiana, senonché durante il viaggio via mare una tempesta nel Tirreno lo riportò a Napoli. In breve tempo, qui, ordì assieme ad altri una cospirazione rivoluzionaria per sollevare la Calabria contro i Borbone. Ma nel giugno 1803 la congiura fu scoperta e Pepe arrestato e condannato all'ergastolo. Fu dapprima tradotto nella dura prigione della "cisterna" di Palermo, e poi in quella di Favignana. Qui Pepe ebbe l'occasione di applicarsi agli studi di geografia, astronomia, storia, dei classici (Omero e Plutarco) e dei filosofi (Voltaire e Rousseau).

Ma, con la guerra della terza coalizione, Napoli fu riconquistata dai francesi e quando Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, divenne re di Napoli, il 27 giugno 1806 Pepe fu liberato dopo soli tre anni di carcere e arruolato nell'esercito napoletano con il grado di maggiore, presto passato a tenente colonnello. Nell'ambito dell'insurrezione calabrese gli fu chiesto di combattere le forze legittimiste che a Cosenza quasi lo uccisero. Fu poi catturato dai borbonici a Nicastro, dai quali riuscì a scappare e a rifugiarsi nell'accampamento del maresciallo francese Andrea Massena. Partecipò fra il dicembre 1806 e il gennaio 1807 all'assedio di Amantea, al termine del quale, decise di abbandonare quella lotta fra italiani ottenendo nel novembre 1807 il trasferimento a Corfù, dove fu impegnato nel miglioramento delle fortificazioni, al comando del maresciallo francese Louis Berthier.

Con Gioacchino Murat (1808-1815)

Dopo l'ascesa al trono di Napoli nel 1808 di Gioacchino Murat, Pepe, nel marzo 1809, fu nominato suo aiutante di campo e con lui partecipò un anno dopo alla spedizione per la conquista della Sicilia che era in mani borboniche e protetta dalla flotta britannica. Pepe si distinse catturando soldati e spie inglesi del generale John Stuart su una barca nello stretto di Messina. Ma l'impresa di Murat fallì. Per fare ulteriore pratica e istruirsi sulle più moderne tecniche militari, Pepe ottenne nel 1812 di partire per la Spagna, dove le truppe napoleoniche combattevano i rivoltosi legittimisti. Nell'ambito della seconda fase della guerra d'indipendenza spagnola, quindi, Pepe comandò l'8° Reggimento di linea dell'esercito francese fino al maggio 1813, riuscendo a contrastare efficacemente in vari scontri sia gli spagnoli che i britannici e meritando l'encomio del maresciallo Louis Suchet. In questa occasione Pepe si distinse anche nell'abilità di comando delle truppe e nella capacità di gestire i suoi soldati con giustizia e con le corrette dosi di severità e affetto.

Al fianco degli austriaci Nel luglio 1813 Pepe tornò a Napoli, ma sul finire di quell'anno Gioacchino Murat cambiò clamorosamente fronte e passò con i nemici di Napoleone. Nel gennaio 1814 venne infatti firmato un trattato di alleanza fra il Regno di Napoli e l'Impero austriaco. Pepe fu nominato in questo nuovo contesto maresciallo di campo e, essendo venuto a contatto con la Carboneria, cercò di convincere Murat a concedere al popolo napoletano istituzioni democratiche, senza riuscirci. Combatté quindi a capo di una brigata e agli ordini dell'austriaco Heinrich Bellegarde nella Campagna d'Italia del 1813-1814, distinguendosi nelle battaglie di San Maurizio e del Taro. Occasione quest'ultima in cui il suo valore fu notato dal comandante austriaco Laval Nugent che riconobbe le sue qualità di coraggio e perizia militare. Murat gli offrì il titolo di barone, ma Pepe rifiutò a causa dell'autocrazia del Regno di Napoli. Fu poi accusato di cospirazione e imprigionato in Castel Sant'Elmo. Al processo si difese strenuamente, tanto che Murat lo definì "Testa di ferro e selvaggio tribuno".

Nella guerra austro-napoletana Dopo la condanna di Napoleone all'esilio e la sua fuga dall'isola d'Elba, Murat decise di appoggiare il cognato. Si schierò nel 1815 con lui provocando la guerra austro-napoletana e marciando verso il Po contro gli austriaci. Pepe si batté distinguendosi nella battaglia del Panaro e il 15 aprile sul fiume Reno. Partecipò ad alcune azioni presso Senigallia, ma non alla sconfitta di Murat nella battaglia di Tolentino. Successivamente Pepe combatté nella battaglia di Castel di Sangro, durante la quale le truppe napoletane di Andrea Pignatelli furono ancora battute. Nonostante la definitiva sconfitta del Regno, tornato a Napoli, Pepe il 17 maggio 1815 ricevette i gradi di tenente generale (generale di divisione), ma Murat era in procinto di abbandonare la capitale.

Per la Costituzione (1815-1821)

Fucilato Murat nell'ottobre 1815, tornò sul trono di Napoli Ferdinando IV di Borbone. A seguito delle insistenze del padre e degli amici, Pepe accettò di rimanere nell'esercito, pur non dimenticando i suoi ideali liberali. Alla fine del 1818 fu nominato comandante della divisione militare di Avellino e Foggia che aveva il compito di sconfiggere il brigantaggio nella zona. Pepe pianificò, tuttavia, un'insurrezione antiborbonica e accolse nelle milizie cittadine personalità della Carboneria, alla quale, comunque, non aderì. All'interno dell'esercito borbonico, intanto, maturavano focolai di rivolta e il 1° luglio 1820, a Nola, ci fu il "pronunciamento militare" che diede inizio ai moti del 1820-1821 nel Regno delle Due Sicilie guidati dagli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati. Il comandante austriaco dell'esercito borbonico Laval Nugent ordinò a Pepe di portarsi ad Avellino per sedare la rivolta. Ma Ferdinando IV (che intanto aveva cambiato il nome in Ferdinando I) preferì inviare Michele Carrascosa..

Nonostante questo, il 6 luglio 1820, al comando di alcune truppe, Pepe partì per Avellino e, giuntovi, prese il controllo delle forze ribelli, incanalando la rivoluzione nell'alveo di una protesta liberale a favore della costituzione spagnola del 1812, per ottenere la quale trattò con Francesco duca di Calabria, figlio di Ferdinando I. Con questa trattativa Pepe ottenne anche il comando dell'esercito borbonico e la possibilità di fare un trionfale rientro a Napoli a capo delle truppe costituzionali, cosa che avvenne il 9 luglio. Tre giorni prima re Ferdinando, forzato a firmare la costituzione, aveva lasciato la reggenza del Regno al figlio Francesco. Con l'inaugurazione del Parlamento napoletano, il 14 ottobre 1820, Pepe lasciò il comando dell'esercito per ricevere l'incarico di ispettore delle milizie cittadine e dedicarsi alle riforme. Il suo ideale era la guerra di popolo e cercò di rinnovare l'anacronistico, debole e corrotto esercito borbonico scontrandosi con le idee tradizionaliste del ministro della Guerra Michele Carrascosa.

La repressione dell'Austria