Soprannominata da Gabriele D'Annunzio "la Divina" è considerata la più grande attrice teatrale della sua epoca simbolo del teatro moderno. Compì tournée all'estero recitando sempre in italiano. Ammirata e celebrata all'estero, fu incompresa e non riconosciuta in patria. Come pochi altri, ebbe il coraggio di dire di no a Benito Mussolini, che le aveva offerto una misera pensione, per liquidarla dalle scene: morì in esilio negli Stati Uniti d'America, durante l'ultima trionfale e fatale tournée. Sognava un piccolo "Teatro d'Arte" indipendente dove poter lavorare ed insegnare il proprio metodo ai giovani attori, ma nessuno in Italia, sotto il regime fascista, comprese il suo progetto, nessuno le concesse un prestito e dovette ripartire. Silvio D'Amico le aveva offerto di collaborare alla nascente Accademia d'arte drammatica, ma avevano in mente dei modelli di interpretazione antitetici. Il D'Amico, come Donini diceva, pensava "Non pretendo di creare degli artisti, io, mi contento di insegnare a recitare; ad addestrare, come è stato detto, buone maestranze per la vita da palcoscenico". Alla proposta di D'Amico la Duse, indomabile, aveva risposto categoricamente: "Io non posso accettare alcun contratto sulle ragioni e sui movimenti dell’arte mia. Fra camerati non è bello subir padronanze".

Gli spettatori erano rapiti dal modo di stare in scena di Eleonora Duse, rimanevano "sconcertati". Per lei il teatro era una "scossa esistenziale", non un'esperienza estetica o culturale. Ha toccato strati profondi, mai visti prima, spingendo l'arte dell'attore a limiti estremi. La sua arte era inafferrabile e dolorosa, fu definita "un fenomeno spirituale" capace di avere "confidenze con l'ignoto".

Insieme ad altri protagonisti del pensiero e dell'arte del suo tempo, da Friedrich Nietzsche a Henrik Ibsen, ha trasformato la coscienza del XX secolo. Molti grandi maestri del Novecento l'hanno considerata compagna di strada. Il suo Lavoro come attrice ispirò la rivoluzione teatrale di Konstantin Sergeevič Stanislavskij, il quale tradurrà le intuizioni e le scoperte della Duse nel proprio Sistema. È noto infatti che il maestro russo si ispirò a due attori italiani, Eleonora Duse e Tommaso Salvini.

La Duse fu ammirata da tutti i grandi del suo tempo, da Hugo von Hofmannsthal a Rainer Maria Rilke, da Anton Čechov a Charlie Chaplin.

Biografia

Nata a Vigevano da una famiglia di attori guitti clodiensi da tre generazioni, crebbe e trascorse l'infanzia tra il nomadismo della compagnia girovaga del padre Alessandro Vincenzo Duse (1820-1892) e della madre Angelica Cappelletto (1833-1906), andando in scena fin da bambina.Eleonora era inoltre zia di secondo grado di Italia Vitaliani, poiché suo padre era fratello di Giorgio Duse, e questi era padre di Elisa, la madre di Italia e cugina di primo grado di Eleonora. Nel 1862, Eleonora, a soli 4 anni, interpretò la parte di Cosetta in una versione teatrale de I miserabili di Victor Hugo e a 15 anni recita, a Verona, nella parte di Giulietta, nel Romeo e Giulietta di William Shakespeare, il giorno del suo compleanno: aveva la stessa età del personaggio. Qui ebbe la sua rivelazione, e più tardi, ricordando quell'episodio, disse: "Io fui Giulietta!". Non c'era distanza tra la vita e l'opera, tra lei e il personaggio. Questa consapevolezza profonda guiderà tutta la sua vita portandola alle vette di un modo di interpretare che segnerà un prima e un dopo.

Nel 1878 divenne prima amorosa nella compagnia Ciotti-Belli Blanes, e appena ventenne fu a capo di una compagnia con Giacinta Pezzana. Alcune memorabili interpretazioni, come Teresa Raquin di Émile Zola, le procurarono presto l'adorazione del pubblico e l'entusiasmo della critica.Nel 1879 entrerà nella compagnia Semistabile di Torino di Cesare Rossi, dove porterà a maturazione la sua poetica che rompe con la tradizione della prima metà dell'Ottocento. Insofferente ai cliché e alla "recitazione" impostata, esteriore, artefatta dei suoi colleghi, la Duse cercherà sempre la verità. La sua arte è amata dai poeti, che comprendono l'essenza del suo realismo. Ogni cosa è permeata dall'interno dalla forza della sua anima. Tutto viene da lei, non c'è impostazione né menzogna.

È proprio in questo periodo, gli anni ottanta del XIX secolo, che Eleonora Duse compirà le scelte di repertorio che segneranno il suo percorso artistico e la sua carriera. Un repertorio che le permetterà di esprimere il suo sentimento di crisi rispetto all'epoca di cui faceva parte. Vista l'assenza di una drammaturgia in Italia, i testi che prediligeva erano per lo più le "pièces bien faites" francesi: moderne, mondane, di forte richiamo per i rinnovati gusti del mutato pubblico del secondo Ottocento.

Nelle mani di Eleonora Duse, che non era solo capocomica, attrice, ma regista di talento, prodiga e precisa di indicazioni agli attori, i drammi di Victorien Sardou e di Alexandre Dumas figlio diventavano partiture da smontare per poter essere poi riempite del messaggio tutto personale di Duse che voleva mettere in crisi i valori borghesi. I temi che Eleonora Duse affrontava erano rappresentativi della società borghese: denaro, sesso, famiglia, matrimonio, ruolo della donna. Ne usciva il ritratto di una società perbenista e ipocrita, marcia nella sostanza, egemonizzata da un dio-denaro regolatore di ogni rapporto umano; un mondo nel quale è impossibile provare emozioni sincere.

Emergeva l'interiorità femminile così come lei la viveva, la propria. Il suo repertorio era moderno e di forte richiamo: dal verismo della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, tratta dall'omonima novella di Giovanni Verga, dove interpretò Santuzza, ai già citati drammi di Victorien Sardou e Alexandre Dumas figlio, che facevano parte del repertorio dell'attrice francese Sarah Bernhardt. Fra le due attrici nacque una "rivalità", ma lo stile era molto diverso, letteralmente incomparabile.

La Duse strinse profonde amicizie con alcune delle personalità più note dell'epoca, come la scrittrice Sibilla Aleramo e la danzatrice Isadora Duncan.

Nel 1881 Eleonora Duse sposò Tebaldo Marchetti – in arte Tebaldo Checchi –, attore nella sua compagnia; l'unione, dalla quale nacque una bambina, Enrichetta, si rivelò presto infelice e terminò con una separazione definitiva nel 1885, mentre erano in tournée in Sudamerica.

Proprio a quell'anno risalgono infatti sia la relazione di Checchi con Irma Gramatica (su cui la reticente attrice fiumana mantenne sempre un forte riserbo; ella peraltro sarebbe rimasta in compagnia con la Duse anche nell'anno 1886-1887), sia quella di Eleonora con il collega e primo attore Flavio Andò, con il quale nel 1887 ella avrebbe costituito la "compagnia della città di Roma", in un connubio di successo professionale ma non sentimentale.;

Nel seguente periodo la Duse si rivolse a nuovi studi, lingue straniere, classici e moderni, sostenuta dall'intenso legame sentimentale e intellettuale con il poeta, commediografo e musicista Arrigo Boito, cui soleva suggerire lei stessa nuove letture.;

Boito adattò per lei Antonio e Cleopatra. La loro relazione restò sempre segreta e durò, fra alti e bassi, per diversi anni. In questo periodo, l'attrice frequentò gli ambienti della Scapigliatura e il suo repertorio si arricchì anche dei drammi di Giuseppe Giacosa, amico di Boito.

Negli anni 1890, la Duse portò sulle scene italiane i drammi di Henrik Ibsen (Casa di bambola, La donna del mare). Nel 1898, con lei ancora vivente e in piena attività, il Teatro Brunetti di Bologna cambiò nome in Teatro Duse.

Nel 1909 Eleonora Duse lasciò il teatro, ma vi ritornò nel 1921, spinta non solo dalle necessità economiche, ma dal voler rimettere in campo ogni energia nel periodo post-bellico. Nel frattempo, nel 1916, interpretò il suo unico film, Cenere, per la regia di Febo Mari e tratto dall'omonimo romanzo di Grazia Deledda, di cui aveva lei stessa curato la sceneggiatura, dopo aver approfondito lo studio della nuova arte cinematografica.

Il 30 luglio 1923, Eleonora Duse divenne la prima donna (e italiana) ad apparire sulla copertina della neonata rivista Time.

Pochi mesi prima di morire compì l'ultimo soggiorno a Viareggio, presso la villa dell'armatore Riccardo Garré, nell'agosto 1923; morì di polmonite nel corso dell'ultima tournée statunitense, a Pittsburgh, il 21 aprile 1924, a 65 anni.

Come da lei richiesto, la sua sepoltura si trova nel cimitero di Sant'Anna ad Asolo, cittadina ove aveva una casa, detta "la casa dell'arco", nella quale dimorò tra il 1920 e il 1922. Lasciò scritto di voler essere seppellita rivolta verso il Monte Grappa, per amore dell'Italia e dei soldati che aveva assistito durante la prima guerra mondiale. Il Museo civico di Asolo conserva ed espone ritratti e lettere autografe dell'attrice, oggetti, libri e arredi personali, abiti e calzature di scena, che nel 1933 la figlia Enrichetta Angelica Marchetti Bullough donò allo Stato italiano, vincolandoli a quella cittadina.

Molte altre lettere, scritte e ricevute, libri, copioni – alcuni autografi dell'attrice o dell'autore del testo – abiti, mobilio e molti oggetti personali furono donati nel 1968 dalla nipote e ultima erede Eleonora Ilaria Bullough, religiosa domenicana inglese con il nome di sister Mary of St. Mark, alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, presso la quale costituiscono l'Archivio Duse e lo spazio espositivo "Stanza di Eleonora Duse", la collezione più ampia e completa di documenti sulla vita e sull'arte dell'attrice.

Ad Asolo in occasione delle celebrazioni per i 100 anni dalla morte è stata dedicata a Eleonora Duse un'intera stagione teatrale.

L'interpretazione e la rivoluzione teatrale della Duse Eleonora Duse caratterizzò il teatro moderno, ruppe gli schemi, le finzioni e i cliché del teatro ottocentesco, divenuto desueto in una società nuova.

"Recitare? Che brutta parola! Se si trattasse di recitare soltanto; io sento che non ho mai saputo né saprò recitare! Quelle povere donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa, che mentre io m'ingegno di farle capire alla meglio a quelli che mi ascoltano, quasi volessi confortarle... sono esse che, adagio adagio, hanno finito per confortare me! Come – e perché, e da quando – mi sia successo questo 'ricambio' affettuoso, inesplicabile e innegabile tra quelle donne e me… sarebbe troppo lungo e anche difficile – per esattezza – a raccontare. Il fatto sta che, mentre tutti diffidano delle donne, io me la intendo benissimo con loro! Io non guardo se hanno mentito, se hanno tradito; se hanno peccato, se nacquero perverse, purché io senta che esse hanno pianto, hanno sofferto o per mentire o per tradire o per amare… io mi metto con loro e le frugo non per mania di sofferenza ma perché il compianto femminile è più grande e più dettagliato, è più dolce e più completo di quello che ne accordano gli uomini!".

Eleonora Duse non "recita", vive veramente in scena. Il suo lavoro parte da lei, si basa sull'istinto e la verità interiore. Il Lavoro – che scriveva rigorosamente con la "L" maiuscola – è un avvenimento naturale, puro, autentico, non meccanico né esteriore. La Duse compariva in scena senza essere notata, spesso di spalle, in ginocchio, camminava lenta e si sedeva, restava immobile a pensare, immersa completamente in "un'azione interiore". Recitava senza trucco e poteva vedersi il rossore sulle sue guance apparire dall'imbarazzo o le lacrime scorrerle per la tristezza.

Calcò le scene di molti Paesi, in Europa occidentale, orientale, Stati Uniti e America Latina, sempre in lingua italiana: anche quando il pubblico non comprendeva le parole, intendeva ciò che esprimeva, attraverso le emozioni vere. Parlava la lingua dell'anima.

Il drammaturgo russo Anton Čechov, quando la vide per la prima volta, scrisse di lei alla sorella:

Eleonora Duse fu apprezzata anche da Konstantin Sergeevič Stanislavskij, il quale affermò di essersi ispirato all'attrice italiana per la creazione del Teatro d'arte di Mosca.