Appartenente a una nobile famiglia veneziana, fin dalla gioventù Pietro Bembo ebbe modo di costruirsi una solida formazione e reputazione letteraria grazie ai contatti con l'ambiente paterno e in seguito all'amicizia con Ludovico Ariosto, con Baldassarre Castiglione e alla consulenza per Aldo Manuzio. Il suo merito principale fu quello di contribuire in maniera significativa alla «codificazione dell'italiano scritto», uniformato al modello boccacciano, nell'opera che più di tutte lo ha reso famoso, «la grammatica più importante dell'intera storia dell'italiano», ossia le Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua (1525). Parimenti decisivo fu il suo ruolo nella diffusione in tutta Europa del modello poetico petrarchista, legato a rime amorose dal sapore platonicheggiante a Maria Savorgnan e a Lucrezia Borgia. Stimato scrittore e poeta anche in lingua latina, dopo una vita avventurosa tra le varie corti italiane fu alla fine nominato cardinale nel 1539 da papa Paolo III, morendo a Roma nel 1547.
Biografia
Origini e formazione Pietro Bembo nacque a Venezia il 20 maggio 1470 dall'antica famiglia patrizia dei BemboSecondo la tradizione, la famiglia Bembo era originaria di Bologna. Si sarebbe spostata «nelle piane fangose del nord-est dell'Adriatico» durante la prima metà del V secolo, durante le invasioni perpetrate da Attila nell'Impero romano d'Occidente. Cfr. .. I genitori erano Bernardo, importante uomo politico ed egli stesso umanista: «Questo, malgrado lo stesso Bernardo fosse uomo di vasta e versatile cultura, amante delle lettere, dell'arte, del collezionismo»., ed Elena Marcello. La famiglia era impegnata attivamente nei traffici commerciali e nella produzione della ricchezza di Venezia, che alla nascita di Pietro stava vivendo una vera «età dell'oro»: aveva infatti sedi a Costantinopoli, a Lione, a Bruges, a Damasco e a Palermo.. Inoltre, i Bembo si erano sempre distinti nel servizio allo Stato: Bernardo Bembo continuò ad occuparsi della cosa pubblica sino all'età di 80 anni. In questo contesto, Pietro nel 1478. seguì il padre, senatore della Serenissima, a Firenze, dove conobbe Lorenzo il Magnifico e imparò ad apprezzare il toscano, che avrebbe preferito alla lingua della sua città natale per tutta la vita.: « […] bisogna concludere che egli era nato, come si è fatto intendere, linguisticamente toscano…». Nel decennio successivo, fu a Roma alla corte di Innocenzo VIII (1484). e poi a Bergamo, dove il padre fu nominato podestà dalla Serenissima. Rientrato a Venezia col genitore, non intraprese la carriera politica, preferendo dedicarsi a quella puramente letterariaQuesto lo si vide chiaramente al momento del trasferimento definitivo del giovane Bembo da Ferrara ad Urbino nel 1506. Cfr. ., suscitando in ciò disapprovazione da parte del padre e della madre che volevano partecipasse alla vita politica della città.. Nei primi anni '90 il giovane Pietro si dedicò invece allo studio di manoscritti del commediografo latino Publio Terenzio Afro insieme al ben più esperto filologo e poeta Agnolo Poliziano, letterato della corte medicea che, insieme a Giovanni Pico della Mirandola, era in cerca di manoscritti nell'Italia settentrionale come era d'uso nel corso dell'età umanistica. Marco Faini scrive, a tal proposito, che per Bernardo Bembo «servire la Patria e onorare la famiglia facevano tutt'uno».. Nel frattempo, alcune composizioni poetiche del Bembo, conservate oggi nella Bibliothèque Nationale di Parigi, cominciarono a valicare i confini della Repubblica di Venezia arrivando a Milano, dove attirarono l'attenzione del letterato sforzesco Gasparo Visconti e che, secondo Faini, furono diffuse nel Ducato grazie al grecista e filosofo padovano Galeazzo Facino..
Il viaggio in Sicilia Desideroso d'imparare il greco antico, dal 1492 al 1494 si trasferì a Messina per studiarlo con il famoso grecista Costantino Lascaris.. Vi si recò con l'amico e condiscepolo Angelo Gabriel, arrivando a Messina il 4 maggio 1492. dopo aver soggiornato a Napoli, dove ebbe modo di conoscere vari umanisti della corte aragonese quali Giovanni Pontano e Jacopo Sannazzaro.. Restò per sempre memore del suo soggiorno siciliano, di cui gli rinnovavano il ricordo sia la corrispondenza con letterati messinesi, fra i quali il Maurolico, sia la presenza del fedelissimo amico e segretario Cola Bruno (1480-1542)Cola fu anche l'affidabile correttore di bozze di molte opere del Bembo e in particolare delle Prose della volgar lingua, per seguire la cui stampa presso Giovanni Tacuino, dal 17 luglio fino al settembre 1525, si recò a Venezia. Cfr. ., che lo seguì a Venezia e gli stette vicino per tutta la vita.. Cola, infatti, «si prendeva cura di Pietro, rivedeva i suoi scritti… ne seguiva la stampa. Amministrava la casa padovana e, più tardi, seguì l'istruzione dei due figli Elena e Torquato»..
L'esordio letterario: il De Aetna
Ritornato a Venezia, collaborò attivamente con il tipografo Aldo Manuzio, inserendosi fin dall'inizio nel suo programma editoriale con la pubblicazione il 28 febbraio 1495 della prima aldina, la grammatica greca di Costantino Lascaris (intitolata Erotemata), che egli e il suo compagno Angelo Gabriel avevano portato da Messina..
Il suo esordio letterario avvenne con l'edizione, stampata dallo stesso Manuzio nel febbraio 1496, del dialogo latino De Aetna ad Angelum Chabrielem liber, dove raccontò del suo soggiorno siciliano e della sua ascensione sull'Etna, intercalando il dialogo tra lui ed il padre Bernardo di dotte citazioni tratte dalla letteratura greca e latina..
Il soggiorno a Ferrara e Gli Asolani Pietro Bembo, successivamente, si laureò all'Università degli Studi di Padova presso Niccolò Leonico Tomeo., ove entrò in contatto con la filosofia aristotelica allora dominante in quell'ateneo. Il padre Bernardo, nel 1497., fu nominato vicedomino, ossia ambasciatore ufficiale della Serenissima., a Ferrara, la capitale del ducato omonimo che allora gli Este avevano trasformato in un importante centro letterario e musicale. grazie alla figura poliedrica prima di Borso e poi, soprattutto, di Ercole I.
Nei due anni (1497-1499) in cui rimase assieme al genitore nella città emiliana, il giovane Bembo incontrò Ludovico Ariosto, col quale strinse profonda amicizia, continuò i suoi studi in latino con l'umanista Niccolò Leoniceno. e iniziò ad elaborare Gli Asolani, opera che portò a termine nel 1505 e che furono stampati con i tipi del Manuzio: « [...] con il dialogo teorico degli Asolani, composto tra il 1497 e il 1502 e pubblicato nel 1505...». Quest'opera giovanile, ambientata alla corte di Caterina Cornaro (ex regina di Cipro e, per volontà della Serenissima, signora di Asolo) e incentrata sull'amenità cortigianesca della disquisizione d'amore da parte di una compagnia di giovani, «si ispira all'elegante conversazione della brigata del Decameron»., che il Bembo dimostra già di eleggere quale modello di prosa.
Tra Venezia e Ferrara
Nel 1499 Pietro fu costretto dal padre a rientrare a Venezia, a causa dei cambiamenti della politica internazionale sconvolta dall'inizio delle guerre d'Italia contro francesi e spagnoli. Durante la permanenza in patria, Bembo curò nel 1501 l'edizione de Le cose volgari (ossia dei Rerum Vulgarium Fragmenta e dei Triumphi) di Petrarca e nell'agosto 1502 l'edizione de Le terze rime (ossia della Divina Commedia) di Dante: per la prima volta due autori in lingua volgare divennero oggetto di studi filologici, fino ad allora riservati esclusivamente ai classici antichi., segnando la vicinanza di Bembo a quell'umanesimo volgare che si sviluppò alla corte di Lorenzo il MagnificoNon a caso, nelle Prose della volgar lingua, questa tesi è sostenuta proprio da un figlio di Lorenzo, Giuliano duca di Nemours ().. Entrambe le edizioni, stampate da Aldo Manuzio, costituirono le basi di tutte le edizioni successive per almeno tre secoli. Quest'impresa attirò l'attenzione della marchesa di Mantova Isabella d'Este la quale, circondata da una corte di artisti e letterati, strinse un rapporto d'amicizia con il Bembo..
Nell'ottobre 1502 il giovane Bembo poté tornare nell'amata Ferrara, soggiornando nella villa di Ostellato di proprietà dell'umanista e amico Ercole Strozzi.. Nella capitale del piccolo ducato conobbe Lucrezia Borgia, all'epoca moglie del principe ereditario Alfonso d'Este. Con Lucrezia ebbe un appassionato corteggiamento epistolare e forse anche una relazione, che almeno in apparenza rimase solo platonica, mentre non è possibile stabilire se divenne mai carnale, anche in ragione della rigida sorveglianza cui Alfonso sottoponeva la moglie: «La vita del Bembo fu animata da amori forti, ma quasi segreti, come quello per la nobildonna veneta Maria Savorgnan e quello, addirittura rischioso (ma su cui non si hanno notizie precise), con Lucrezia Borgia, figlia del papa Alessandro VI e moglie di Alfonso I»....
Il ritorno nella città estense però non fu di lunga durata: nell'aprile 1505 (un mese dopo la pubblicazione de Gli Asolani) Bembo seguì il padre a Roma in ambasceria per conto della Serenissima, ma, anziché rientrare nella città lagunare, si fermò alla corte di Urbino.
Il lungo intermezzo urbinate
Fra il 1506 e 1512, grazie ai buoni uffici della duchessa Elisabetta Gonzaga, Pietro visse a Urbino., dove iniziò a scrivere una delle sue opere maggiori, le Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua, con cui assurse ai più alti livelli della sua carriera di umanistaSi ricordi l'intensa attività di poeta volgare e il dialogo latino De Guido Ubaldo Feretrio deque Elisabetha Gonzagia Urbini ducibus scritto in onore dei suoi protettori. Cfr. .. La corte urbinate era una delle più raffinate d'Europa, tanto da essere definita un «laboratorio letterario». per le varie tendenze e correnti poetiche dei letterati che animavano quella corte. Animata dalla duchessa, moglie di Guidobaldo da Montefeltro, nella città marchigiana erano ospitati i principali intellettuali dell'epoca, come descritto sapientemente da uno di essi, Baldassarre Castiglione, nel suo capolavoro, Il Cortegiano:
Il soggiorno a Urbino non doveva però essere così lungo nelle intenzioni del Bembo: deciso ad avviarsi alla carriera ecclesiastica per sostenersi (ottenne infatti la commenda di san Giovanni di Bologna. e dell'Ordine gerosolomitano.), fu impedito a recarsi a Roma dalla politica bellicosa di papa Giulio II Della Rovere (1503-1513) ai danni sia di Urbino (dove dal 1508 installò un suo nipote, Francesco Maria), sia di Venezia. Il prolungarsi del soggiorno nella città marchigiana, dovuta quindi alle guerre d'Italia che stavano travolgendo la Penisola in quegli anni, permisero però al Bembo di cogliere un clima festoso e intellettualmente stimolante che celebrerà, più avanti, nel dialogo De Urbini ducibus..
Presso la Roma di Leone X
Nel 1513 morì Giulio II e gli succedette il ben più mite Leone X (1513-1521), che, conoscendolo di persona. e sapendo della sua fama di letterato, lo nominò datario degli abbreviatori:.
Entrato al servigio di Leone X e divenuto amico del cardinale Giulio de' Medici (futuro Papa Clemente VII)., in tale veste Pietro Bembo protesse molti letterati ed eruditi presenti nella capitale, fra cui Christophe de Longueil.. Risale a quegli anni una discussione con Giovan Francesco Pico sul problema dell'imitazione dei classici.: se per il Pico si poteva adottare uno sperimentalismo eclettico nell'elaborazione dei testi letterari, Bembo si fece sostenitore del ciceronianesimo più intransigente, ossia che vi sono due modelli unici da seguire nelle lettere latine, Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia..