Vita di Agostino di Giovanni La ricostruzione della vita di Agostino di Giovanni poggia su un corpus documentario che, sebbene frammentario, ne illumina i passaggi fondamentali nelle principali città dell'Italia centrale. Non conosciamo la sua data di nascita, ma il primo atto certo risale all’11 settembre 1310, giorno in cui lo scultore contrae matrimonio con Lagina di Nese. Questo documento, conservato presso l’Archivio di Stato di Siena (ASS, Gabella dei contratti 15, c. 118v), è di estrema importanza poiché attesta che già a quella data Agostino era riconosciuto come «magister», implicando la fine del suo apprendistato, avvenuto con ogni probabilità nel cantiere del Duomo di Siena.
Nel terzo decennio del secolo, Agostino è documentato in diverse città toscane, spesso in compagnia del suo socio Agnolo di Ventura. Un pagamento di 10 soldi da parte del Comune di Siena nel 1329 attesta il suo invio ad Arezzo: «magistro Augustino [...] ivit ad dominum Petrum Sachonis». Questo incarico riguardava la supervisione del monumentale monumento funebre di Guido Tarlati, signore e vescovo di Arezzo, morto nel 1327. Il rapporto con la città aretina prosegue negli anni successivi: il 1° marzo 1332 riceve, insieme al figlio Giovanni, un pagamento per i lavori in una cappella della Pieve di Santa Maria , mentre il 7 febbraio 1333 gli viene allogata un’altra cappella nello stesso edificio.
L’anno 1337 segna un momento di particolare prestigio internazionale: Agostino si reca a Orvieto con il figlio Giovanni, dove quest’ultimo viene nominato capomaestro dell’Opera del Duomo, succedendo alla dinastia dei Maitani. Agostino tuttavia torna presto a Siena, dove tra il 1339 e il 1340 assume incarichi di rilievo civile e architettonico. Il 30 dicembre 1339 è documentato come operaio della torre del Palazzo Pubblico (ASS, Biccherna 202, c. 134v), e nel febbraio 1340 si impegna con i maestri Lando di Pietro e Giacomo di Vanni a condurre l’acqua alla Fonte del Campo per la somma di 6000 fiorini d'oro. L’ultima notizia che lo vede in vita risale al 24 gennaio 1346, in un pagamento effettuato a suo nome per conto del figlio Giovanni allo Spedale di Santa Maria della Scala (ASS, Spedale 514, c. 34v). La sua morte deve essere avvenuta prima del 27 giugno 1347, quando un atto di vendita cita il figlio come «Johannes olim Magri Agostini», espressione che indica inequivocabilmente che il padre era defunto (ASS, Diplomatico dell'Opera Metropolitana 882).
Stile e Influenze L'arte di Agostino di Giovanni si definisce attraverso una reazione consapevole alla drammaticità di Giovanni Pisano, orientandosi verso una ricerca di equilibrio ed euritmia che privilegia la struttura architettonica dell'opera. Il suo linguaggio plastico è caratterizzato da quello che Roberto Bartalini ha definito un «cubizzante plasticismo», dove le figure sono intese come volumi puri, sode masse geometriche circoscritte da una linea di contorno secca e continua. Questa predilezione per i piani lisci e le superfici polite trova un precedente diretto nell'opera di Tino di Camaino, dal quale Agostino mutua il senso del blocco e della monumentalità, pur risolvendolo con una minore tensione lirica e una maggiore precisione descrittiva.
Un elemento distintivo dello stile di Agostino è il rapporto dialettico con la pittura contemporanea. Se Tino di Camaino si era mosso in parallelo con le eleganze di Simone Martini, Agostino sembra guardare anche alla solidità spaziale di Ambrogio Lorenzetti. Nelle sue opere, la figura umana è spesso subordinata alla cornice architettonica, quasi a formare una «pala d’altare marmorea», come evidente nella disposizione ortogonale dei rilievi del Monumento Tarlati. La materia, trattata con una «morbidezza modulata» nelle transizioni tra i piani, non cerca mai contrasti chiaroscurali violenti, ma si affida a sottili striature per definire capelli e barbe, creando un effetto di vibrante calligrafismo che stempera la severità dei volumi.
Nella fase matura, in particolare nel monumento a Cino da Pistoia, Agostino mostra un’apertura verso le tendenze più moderne del figlio Giovanni, accettando un addolcimento delle forme e una maggiore scioltezza ritmica. Tuttavia, egli rimane fedele alla propria formazione, mantenendo una visione essenzialmente struttiva della scultura. Mentre il figlio Giovanni svilupperà un rilievo «pittorico» basato sulla graduazione atmosferica degli aggetti, Agostino continuerà a concepire lo spazio come un allineamento di volumi plastici su un fondo piatto e astratto. Questa fedeltà alla sintesi volumetrica permette di distinguere la sua mano all'interno delle grandi commissioni di bottega, dove la chiarezza dei piani e la solidità dei corpi fungono da perno compositivo dell'intero complesso.
Discendenza I figli Giovanni e Domenico, avuti da Lagina di Nese (sposata nel 1310), furono anch'essi scultori: Giovanni fu capomastro dell'Opera del Duomo di Siena dal 1340.
Note
Bibliografia specializzata
Gaetano Milanesi, Documenti per la storia dell'arte senese, vol. I. Siena: Porri, 1854, pp. 154, 200-206, 231-232. Adolfo Venturi, Storia dell'arte italiana. Volume 4: La scultura del Trecento e le sue origini. Milano: Hoepli, 1906, pp. 367-398. Pèleo Bacci, Cinque documenti pistoiesi per la storia dell'arte senese del XIII, XIV e XV secolo. Pistoia: Tipografia di Alberto Pacinotti, 1903. Giacomo De Nicola (1912). «Arte inedita in Siena e nel suo antico territorio». Vita d'arte, 9, pp. 85-111. Alessandro Del Vita (1914). «Sculture aretine sconosciute e inedite». Rassegna d'arte, 1, pp. 236-240. Wilhelm R. Valentiner (1924). «Studies in Italian Gothic Plastic Art. II. Agostino di Giovanni and Agnolo di Ventura». Art in America, 13, pp. 3-18. Wilhelm R. Valentiner (1927). «Observations on Sienese and Pisan Trecento Sculpture». The Art Bulletin, 9(3), pp. 177-221. Pèleo Bacci (1927). «Per la scultura senese di statue in legno». La Balzana, 1, pp. 5-17. Harald Keller (1937). «Die Bauplastik des Sieneser Doms». Kunstgeschichtliche Jahrbuch der Bibliotheca Hertziana, 1, pp. 139-221. Werner Cohn-Goerke (1938). «Scultori senesi del Trecento I». Rivista d'arte, 20, pp. 242-289. Werner Cohn-Goerke (1939). «Giovanni d'Agostino». The Burlington Magazine for Connoisseurs, 75(440), pp. 180-194. Werner Cohn-Goerke (1939). «Scultori senesi del Trecento II». Rivista d'arte, 21, pp. 1-22. Enzo Carli, Sculture del Duomo di Siena. Torino: Einaudi, 1941, Cap. 3. Enzo Carli (1948). «Sculture inedite di Giovanni d'Agostino». Bollettino d'arte, 33, pp. 129-142. Pietro Toesca, Il Trecento (Storia dell'arte italiana). Torino: UTET, 1951, pp. 128, 296-297, 301, 312, 421. John Pope-Hennessy, Italian Gothic Sculpture. London: Phaidon, 1955, p. 18, 187-187. Manfred Wundram (1958). «Toskanische Plastik von 1250-1400». Zeitschrift für Kunstgeschichte, 21, pp. 243-270. Annarosa Garzelli, Sculture toscane nel Dugento e nel Trecento. Firenze: Marchi e Bertolli, 1969. Roberto Bartalini (2002). «Per la scultura senese del Trecento. Agostino di Giovanni». Prospettiva, 108, pp. 2-35. Roberto Bartalini (2005). «Agostino di Giovanni e compagni: una traccia per Agnolo di Ventura», in Scultura gotica in Toscana, pp. 258-269.
Voci correlate Agnolo da Siena Giovanni di Agostino
Altri progetti
Wikisource Giorgio Vasari Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)- Parte Prima - Agostino et Agnolo
Collegamenti esterni
Categoria:Artisti di scuola senese