La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 1994 al 1998 comprende la fase di convivenza al vertice del Prc tra il presidente Armando Cossutta e il segretario Fausto Bertinotti, fase che si concluderà con una pesante scissione del primo e la definitiva affermazione del secondo.

La segreteria di Bertinotti

Il 10 maggio 1993 Fausto Bertinotti lascia polemicamente il PDS insieme ad altri 40 sindacalisti della CGIL. Bertinotti è in quel momento il leader della corrente massimalista e minoritaria Essere sindacato della CGIL, ed è un socialista massimalista notoriamente ingraiano. Nel 1991, persa la battaglia contro lo scioglimento del PCI, come consigliato da Ingrao, aveva preferito rimanere nel PDS.

Inizialmente Bertinotti rifiuta una sua adesione al PRC finché il 17 settembre avviene la svolta: Bertinotti è pronto a prendere la tessera e Cossutta lo vuole subito segretario.

Il 23 gennaio 1994 Fausto Bertinotti diventa il secondo segretario di Rifondazione Comunista, grazie a un accordo tra Cossutta e Magri. Nel Comitato politico nazionale ottiene il voto favorevole di 160 membri su 193, un risultato che viene considerato dal politico lombardo estremamente positivo.

Nasce la Seconda Repubblica

In conformità col mutato spirito della legge elettorale, e in vista delle elezioni politiche del 1994, il 3 febbraio viene presentata l'Alleanza dei Progressisti che comprende otto partiti di centro-sinistra, tra cui il PRC, che ne è l'ala più radicale.

Il 27 e 28 marzo si vota per il rinnovo del Parlamento e il PRC avanza ulteriormente ottenendo il 6% dei suffragi, ma la coalizione vincente è quella di Silvio Berlusconi, che diviene il nuovo Presidente del Consiglio.

Il 12 giugno, le sue prime elezioni europee fruttano 6 europarlamentari.

Il 19 dicembre il PRC presenta una propria mozione di sfiducia contro il governo Berlusconi I, in autonomia da quelle di Lega Nord-Partito Popolare Italiano e del Partito Democratico della Sinistra. Il 22 dicembre Berlusconi si arrende e si dimette. Secondo alcuni esponenti comunisti, tra cui Livio Maitan, questo è il primo grande risultato a livello nazionale raggiunto da Rifondazione.

La scissione dei Comunisti Unitari Caduto il Governo Berlusconi, il dibattito verte sul fatto se sia il caso di sciogliere le camere oppure permettere la nascita di un nuovo governo. Il nuovo governo sarebbe presieduto dall'ex-ministro berlusconiano Lamberto Dini. Un governo di tregua super-partes voluto da Lega Nord, PPI e PDS.

Nel PRC la grande maggioranza è per il ritorno alle urne e il Cpn decide di votare no al governo Dini. Il 25 gennaio 1995 alla Camera Il PRC vota compatto contro il governo Dini.

Il 1º febbraio invece nel gruppo comunista al Senato, Umberto Carpi voterà la fiducia. Per questo episodio, dieci giorni dopo Carpi sarà giudicato e sospeso dal partito per sei mesi.

Per protesta contro questa decisione, il 16 febbraio Gianfranco Nappi e Martino Dorigo si dimettono dagli incarichi direttivi. Il giorno dopo per solidarietà verso Carpi, Garavini si autosospende.

Il 21 febbraio 13 deputati comunisti sottoscrivono un documento contrario al presidente Cossutta. Il documento è firmato da Garavini, Vignali, Altea, Giulietti, Boffardi, Commisso, Calvanese, Sciacca, Scotto di Luzio, Dorigo, Bielli, Vendola e Nappi.

Il 7 marzo l'ala ribelle porta di nuovo i suoi voti al Senato per approvare la manovra economica bis di Dini. Il 16 marzo alla Camera si arriva al culmine: Dini pone la fiducia sulla manovra finanziaria che passa per 6 voti. Qui i 16 voti dei dissidenti di Rifondazione Comunista risultano decisivi.

Crucianelli è rimosso da capogruppo e sostituito il 30 marzo dal direttore di Liberazione Oliviero Diliberto (sostituito al giornale da Lucio Manisco).

Il partito decide di non prendere provvedimenti disciplinari, ma chiede un «confronto» con l'ala ribelle. Confronto bruscamente interrotto il 14 giugno, quando Sergio Garavini, Luciana Castellina, Lucio Magri, 14 deputati, 3 senatori, 2 europarlamentari e un gruppo di dirigenti locali escono dal Prc per dar vita al Movimento dei Comunisti Unitari.

Intanto dall'8 aprile Liberazione diventa quotidiano.

1996: il PRC al suo massimo storico

Alle elezioni regionali del 23 aprile 1995 Rifondazione balza all'8%. Di conseguenza nel centrosinistra si intuisce che un accordo col PRC per le prossime elezioni politiche può essere decisivo.

Il 13 maggio a Milano si svolge una nutrita manifestazione (sfilano in 40 000) indetta da Rsu e sindacalismo di base contro la riforma pensionistica di Dini. Il PRC è l'unico partito presente. Questo episodio dà la cifra di cosa sia il PRC in questa fase storica.

Il 15 luglio circa duecento dirigenti nazionali e locali di Rifondazione Comunista, chiedono con una lettera a Bertinotti che il partito non stipuli accordi politico–elettorali con l'Ulivo e la Lega, rimanendo all'opposizione. Dietro questa richiesta c'è anche il leader di minoranza trotzkista Marco Ferrando.

Il 26 ottobre il centrodestra conta di far cadere il governo Dini con una mozione di sfiducia e l'appoggio dei comunisti. Ma la fiducia passa per 9 voti perché il PRC si astiene: viene presa per buona la promessa di Dini di dimettersi entro l'anno, a legge finanziaria approvata. Dini si dimetterà il 30 dicembre.

Il 6 dicembre Romano Prodi presenta il programma di governo della coalizione di centrosinistra. Il PRC boccia il documento insieme alla Federazione dei Verdi.

Il 25 febbraio 1996 il CPN del PRC approva un «patto di desistenza» con l'Ulivo. In pratica l'Ulivo rinuncia a presentarsi in 45 collegi maggioritari "sicuri", lasciandoli al PRC che però userebbe il vecchio simbolo dell'Alleanza dei Progressisti. Un mero patto elettorale che non prevede accordi di governo.

Il 21 aprile il PRC ottiene il suo massimo storico e risulta decisivo alla Camera dei deputati per dare una maggioranza al centrosinistra. Coerentemente col patto di desistenza, il PRC decide di dare un appoggio esterno al neonato governo Prodi I, che ottiene la fiducia dal PRC il 24 e 31 maggio. Solo la deputata Mara Malavenda il 31 maggio vota contro il Prodi I, ed esce polemicamente dal partito, ma senza un reale seguito.

Prodi, Cossutta e Bertinotti: la crisi del 1997

I rapporti PRC-Prodi non sono però semplici e lineari, ma vengono discussi immediatamente a Roma dal III congresso del PRC, a metà dicembre 1996. A contrapporsi sono due mozioni: quella del presidente e del segretario, e quella delle opposizioni unite (trotzkisti di varia estrazione e stalinisti).

Senza sorprese passa la prima mozione con 630 voti congressuali (85,48%), contro i 107 (14,51%) della minoranza. Il partito sceglie così di «influenzare l'esperienza del governo Prodi affinché il Paese possa vivere un nuovo corso riformatore, segnando così la fuoriuscita sia rispetto alle devastanti vicende degli anni ottanta, che alle disastrose politiche neoliberiste degli anni novanta». Le parole d'ordine sono «radicalità e unità».

Il 14 gennaio 1997 Bertinotti avverte: «Prodi deve decidere se appiattirsi sulle sollecitazioni che gli vengono per mimetizzarsi in una politica moderata - e allora sarebbe inevitabile il contrasto con noi - oppure finalmente imboccare riforme a partire dal protagonismo sul contratto dei metalmeccanici».

E più o meno si andrà avanti così ogni giorno.

Il 28 settembre 1997 il Consiglio dei ministri approva la finanziaria 1998, ma il 30, dopo una lunga discussione, il PRC la rimanda al mittente. Sintetizza Marco Rizzo: «Su tutto il fronte, dal lavoro alla scuola, dagli immigrati alla questione droga, questo governo non ha mai imboccato una strada di sinistra. Ne va della nostra 'ragione sociale'».

È la crisi, anzi «la crisi più pazza del mondo», come la definirà Prodi. Per scongiurare la caduta del governo, si moltiplicano le trattative. Bertinotti vuole il ritiro della manovra, il governo è disponibile a fare delle modifiche.

Il 7 ottobre Prodi si presenta alla Camera per ricordare i successi di 500 giorni di governo e vengono avanzate modifiche su un nuovo ruolo per l'IRI, l'orario di lavoro ridotto, i ticket e le pensioni di anzianità.

Il 9 ottobre Diliberto presenta una risoluzione firmata anche da Bertinotti e Cossutta che boccia la finanziaria. Prodi non aspetta il voto e va a rassegnare le dimissioni. La crisi di governo è formalmente aperta.

Il 10 ottobre Bertinotti annuncia al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro di esser pronto a sostenere un governo di programma per un anno con la stessa maggioranza.

Il 13 ottobre la soluzione alla crisi. PRC e Prodi fanno pace grazie anche al Quirinale da un lato e, dall'altro, alla discesa a Roma di una delegazione di metalmeccanici bresciani. Si giunge a un nuovo patto di un anno fra comunisti e centrosinistra: il PRC accetta le modifiche avanzate dal governo e il governo si impegna a varare una legge che riduca le ore settimanali di lavoro a 35 entro il 2001, in modo che «si lavori meno, per far lavorare tutti». Quanto alle pensioni, queste saranno garantite a chi ha svolto lavori usuranti e malpagati.

Ma l'autunno '97 mette in luce come sia difficile la convivenza tra la fazione vicina al segretario Fausto Bertinotti e quella vicina al presidente Armando Cossutta. Dal 13 ottobre 1997 iniziò a montare tra presidente e segretario del PRC, come dirà Cossutta, «un dissenso che non era frutto del temperamento, ma di qualcosa di diverso».

Il 9 novembre si svolgono le elezioni suppletive nel collegio del Mugello e il PRC presenta l'indipendente Sandro Curzi in contrapposizione all'ulivista Antonio Di Pietro e al polista Giuliano Ferrara. Finiranno rispettivamente al 13%, 68% e 16% dei voti.

1998: tra cossuttiani e bertinottiani

A dicembre esce il nuovo numero di Rifondazione, il mensile del partito diretto da Cossutta con Rina Gagliardi, con un editoriale dal titolo Dopo la crisi che ha l'intento di esternare la differenza di vedute politiche e strategiche che c'è fra presidente e segretario.

Scrive Cossutta sulla crisi di due mesi prima: «Non potevamo fare diversamente, non dovevamo fare diversamente. Chi aveva stabilito con noi un'intesa parlamentare non poteva non saperlo. (...) Non c'era da avere dubbi o incertezze, né ci furono, perché alla base della nostra posizione politica stava la stessa nostra ragione di esistere come libera forza politica. Eppure noi stessi non abbiamo valutato appieno, ferma restando la necessità di assumere quella posizione di rottura, tutti gli effetti della crisi».

Il riferimento è al fatto che gente comune di sinistra, pur appoggiando le ragioni rifondiste, non voleva la rottura col governo. Aggiunge Cossutta: «Si sono presentati in tutta la loro immensa dimensione nuovi 'tabù' di questa fase della nostra storia politica: primo fra tutti quello che non bisogna fare cadere il governo di centrosinistra e non tanto per i suoi valori in se stessi ma perché esso è meglio del ridare il potere nelle mani delle destre di Berlusconi e Fini. C'è la difficoltà di alcuni settori del partito a rendersene conto. È venuta così allo scoperto una situazione che avevamo ben chiara sin dal nostro nascimento come partito politico ma che si è rivelata portatrice di conseguenze superiori alle nostre stesse valutazioni. Convivono nel partito condizioni differenti come se ci fossero tre partiti nello stesso partito».

Ovvero il «partito degli eletti» (compresi i dirigenti di ogni livello), il «partito degli iscritti» (120 000 "compagni" parzialmente attivi), e il «partito degli elettori» (3,5 milioni). Questo fa sì che il PRC sia ancora un «partito d'opinione», cioè «una formazione politica che esprime una politica alternativa, antagonista, ma che non ha un corrispondente insediamento sociale né un'adeguata presenza organizzata. Vuole essere, deve essere un moderno partito politico di massa ma tale ancora non è».