Gli Stati Uniti d'America sono uno dei paesi in cui è ancora prevista l'applicazione della pena capitale, a differenza di oltre la metà degli Stati del mondo che l'hanno abolita per legge o nella pratica.

Negli USA, tuttavia, la disciplina non è uniforme: la pena di morte è stata abolita in 23 dei 50 Stati federati, mentre in altri è soggetta a moratorie o non viene applicata da anni. Il governo federale e la giustizia militare mantengono la pena di morte nei propri codici, anche se l'ultima esecuzione militare risale al 1961. Gli USA non hanno inoltre ratificato le risoluzioni dell'Assemblea Generale dellONU sulla moratoria universale della pena di morte (avviate nel 2007).

Dal punto di vista storico, il metodo di esecuzione più comune fino al XIX secolo è stato l'impiccagione pubblica, intesa come deterrente per la comunità. Tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, il pensiero illuminista e l'influenza di figure politiche e intellettuali dell'epoca (come Rush, Franklin, Jefferson e Adams) alimentarono il movimento abolizionista e la riduzione dei reati capitali, portando Stati come il Michigan, il Wisconsin e Rhode Island all'abolizione pionieristica della pena di morte a metà dell'Ottocento.

Dopo un ripristino delle norme sulla pena capitale nel 1976 a seguito della sentenza Gregg v. Georgia della Corte Suprema, che portò a un incremento delle esecuzioni negli anni '80 e '90, dagli anni 2000 il sostegno dell'opinione pubblica e il numero effettivo di esecuzioni sono tornati a diminuire in modo costante.

A livello federale, i crimini teoricamente punibili con la pena capitale comprendono l'alto tradimento, lo spionaggio grave (come disciplinato anche dall'Act del 1917), atti di terrorismo con esito mortale e vari tipi di omicidio aggravato (ad esempio l'uccisione di agenti federali, poliziotti o funzionari pubblici).

A livello statale, a causa delle decisioni vincolanti della Corte Suprema degli USA , la pena di morte può essere applicata esclusivamente per casi di omicidio con circostanze aggravanti, come l'omicidio premeditato, l'omicidio commesso contestualmente a reati gravi quali stupro, tortura o sequestro di persona, l'uccisione di minori o la strage. Non può invece essere applicata per reati che non abbiano causato la morte della vittima, inclusi l'abuso sessuale di minori o il traffico di droga.

Al 2024, il panorama giuridico statunitense conta 23 Stati e due territori totalmente abolizionisti, un numero di Stati in cui vige una moratoria formale o di fatto (dove non si eseguono condanne da oltre un decennio) e circa 15 Stati che mantengono la pena capitale attiva e ne praticano l'esecuzione

Storia

L'influenza delle riflessioni di Beccaria Il saggio Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, scritto nel 1764, è considerato un pilastro dell'abolizionismo. La tesi del grande pensatore italiano consisteva nell'affermare che lo Stato non possiede alcun diritto di uccidere i propri cittadini, in quanto questi non devono necessariamente consegnare allo Stato di cui fanno parte il potere di vita e di morte su se stessi, come segno di appartenenza a quel determinato tipo di società. Beccaria metteva anche in dubbio uno dei motivi per il quale la pena di morte veniva, e viene ancora oggi, applicata: la deterrenza. Queste riflessioni provocarono già tra i padri fondatori della repubblica degli Stati Uniti d'America grandi discussioni che portarono questi ad imporre molte limitazioni alla pena capitale.

Questa sanzione estrema venne considerata infatti come una forma di brutalità legalizzata che non teneva conto degli ideali di uguaglianza diffusi nel periodo dell'Illuminismo e del fatto che, col passare del tempo, le persone possono cambiare. Nel 1700 la pena veniva vista infatti non come una punizione, ma come un metodo utile per educare al rispetto delle regole e al cambiamento. Beccaria influenzò alcuni tra i più grandi pensatori e filosofi progressisti del periodo (tra questi anche due tra i più famosi presidenti degli Stati Uniti), come Benjamin Rush, John Adams e Thomas Jefferson. Quest'ultimo, in particolare, eletto presidente, portò avanti una politica di restringimento del campo entro il quale si potevano eseguire le esecuzioni, portando la Pennsylvania a limitare la pena di morte all'omicidio di primo grado nel 1794 e il Michigan, primo Stato negli USA, ad abolirla del tutto per i reati di omicidio nel 1846. Il fondamento ed il consenso sociale

La pratica della pena di morte nella storia degli Stati Uniti d'America esiste fin dalla nascita dello Stato federale, in particolare trova fondamento nel V emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d'America; dagli inizi del XX secolo ad oggi la sua massima applicazione e il massimo livello di consenso da parte dell'opinione pubblica e della classe politica sono avvenuti a partire dagli anni settanta in poi, periodo nel quale la criminalità e il tasso di omicidi sono aumentati drammaticamente. La presenza costante nelle grandi città di criminalità, disordini (in parte provocati dalla lotta per i diritti civili) e omicidi era dovuta al processo di deindustrializzazione che portò la disoccupazione a livelli altissimi, in particolar modo nelle classi sociali meno abbienti. La mancanza del lavoro e la discriminazione nel settore privato favorirono inoltre la caduta nella criminalità di molti afroamericani o immigrati. Per i lavoratori bianchi, il problema non era solo la loro sicurezza all'interno della città, ma anche il fatto che la proprietà della loro casa si stava svalutando sempre di più. Questi fattori portarono ad un irrigidimento del modo di pensare collettivo, che favorì il già presente populismo, indebolendo (in alcuni stati vanificando) il lavoro fatto dal movimento per i diritti civili, che registrava comunque numerosi consensi. La pena di morte, come anche l'incarcerazione di massa erano viste come una necessità per risolvere i problemi nel modo più veloce e sbrigativo possibile..

La sospensione nel 1972 Tra il 1964 e il 1974, anni nei quali la pena di morte era poco applicata o venne sospesa per tutti i crimini dalla Corte Suprema (caso Furman v. Georgia, 1972), il tasso di omicidi e quello di violenza raddoppiarono, portò molti cittadini a credere alle teorie, sebbene mai dimostrate, della deterrenza. Buona parte della classe politica, aiutata dai mass media, colse l'occasione di attaccare il sistema giuridico americano, accusandolo di inefficienza nel ruolo di protettore della sicurezza pubblica. Sostenuto dai politici favorevoli alla pena di morte, in quegli anni nacque anche il movimento per i diritti dei parenti delle vittime degli omicidi che acquistò grandi consensi da parte dell'opinione pubblica..

La reintroduzione nel 1976 Questa situazione sociale portò la Corte Suprema, nel 1976, a definire la pena di morte costituzionale e al suo ripristino. I fattori che, a partire dalla fine degli anni sessanta, hanno incentivato la presenza e l'utilizzo della pena capitale negli Stati Uniti sono stati gli assassini politici e i conseguenti disordini, e il fenomeno del tipo di residenza autonoma e monofamiliare nelle periferie, staccata dal pericoloso centro urbano. Nel 1963 il Presidente degli Stati Uniti d'America John Fitzgerald Kennedy venne assassinato a Dallas; nel 1968 il leader dei diritti civili dei neri Martin Luther King e il senatore, candidato alla presidenza per i democratici, Robert Kennedy furono uccisi in luoghi pubblici o semipubblici.

Questi delitti, uniti ai tanti disordini nelle grandi città (Los Angeles, Detroit, Washington, Newark, dal 1965 in poi) diffusero la paura della violenza tra la popolazione americana e una nuova, conseguente, sensibilità nei confronti di chi infrange la legge. I delitti politici misero in luce la vulnerabilità di tutti (compresi i potenti, che godono di maggiore protezione) di fronte alla violenza, il cui tasso era cresciuto drammaticamente in quegli anni. Le forze dell'ordine vennero giudicate inefficienti nella tutela della protezione dei cittadini; in molti casi la loro capacità organizzativa per contenere l'ondata di rivolta e di illegalità si rivelò limitata: nell'arco di tempo che va dalla metà degli anni sessanta alla metà degli anni settanta un numero alto di persone rimase uccisa negli scontri con la polizia o in sparatorie o pestaggi dei rivoltosi contro altri cittadini..

Questo clima sociale portò gran parte dell'opinione pubblica a spostarsi sulla questione della sicurezza: la presenza della pena capitale avrebbe potuto, se non risolvere del tutto il problema, fare in modo che la frequenza degli omicidi diminuisse. Questa mentalità favorì, anche da parte degli incerti, il sostegno alla pena di morte, che considerarono necessaria per restituire alla nazione quel senso di sicurezza che mai, dopo la Seconda guerra mondiale, era stata in così grave modo minacciato. Un'altra argomentazione che contribuì a rafforzare il sostegno da parte della maggioranza dei cittadini per la pena di morte è stato il boom dell'edilizia residenziale nelle periferie, sul quale molti stati (in particolar modo: California, Texas, Arizona, Florida) hanno fondato la loro economia e il loro sviluppo..

La fluidità del mercato immobiliare è influenzata molto infatti dal livello di sicurezza del quartiere dove è situata la casa; per questo motivo le famiglie americane hanno sentito il bisogno di una legge che prevedesse la pena capitale: con la promessa di deterrenza e di neutralizzazione dei criminali peggiori, questa legge avrebbe assicurato la protezione, oltre che di loro stessi e dei loro cari, anche della loro ricchezza basata sulla proprietà di una, o più (nel caso delle famiglie più agiate) abitazioni nelle periferie. La sicurezza della vita nelle periferie infatti era sempre più minacciata dall'elevato numero di delitti attuati da sconosciuti che assalivano le vittime in casa loro (un esempio noto a tutti è il caso di Charles Manson e dei suoi seguaci). Il maggiore isolamento dell'abitazione costituiva, infatti, un vantaggio per i potenziali aggressori. Infatti, per arrivare sul posto le forze dell'ordine avrebbero impiegato molto tempo e i proprietari della casa si sarebbero trovati da soli di fronte agli aggressori. Creare una sorta di comunità nel proprio quartiere era sempre più difficile da quando le famiglie americane furono costrette a vivere con un doppio reddito: con l'entrata delle donne nel modo del lavoro la possibilità di fare conoscenza e di socializzare con i vicini, cosa che non rappresentava alcun problema se le donne fossero state casalinghe, venne meno.

Le presidenziali del 1988 e la pena capitale Negli anni 1980 la classe politica dichiarò necessario l'aumento dei casi punibili con la pena capitale. Il lungo dibattito, e il periodo di incertezza dovuto alle polemiche sull'arbitrarietà delle giurie, sembrò risolversi alla fine del decennio con il caso McCleskey v. Georgia, nel quale la Corte Suprema giudicò che l'ipotesi che le condanne a morte in Georgia avvenissero per motivi di razzismo nei confronti dei neri era infondata.

Il particolare caso delle elezioni presidenziali nel 1988 con candidati vincitori delle primarie Bush e Dukakis è fondamentale per capire il cambio di atteggiamento della popolazione statunitense che ha portato a vedere la pena di morte come un pilastro intoccabile della società democratica USA. La grande campagna pubblicitaria contro Dukakis presentava l'esempio del caso di William Horton, un afroamericano omicida che, utilizzando i permessi concessi dallo Stato, aveva commesso sequestri, stupri e diversi omicidi; Dukakis veniva descritto come un miope difensore dei diritti dei criminali peggiori, incapace di comprendere il grande aumento della violenza e di proteggere la popolazione, inadatto quindi al ruolo di presidente. Questi fattori contribuirono a portare Bush alla Casa Bianca.

La situazione negli anni 1990