Imprigionato nel 1555 per malversazioni, bestemmie e sodomia dall'Inquisizione di Roma, interrogato e torturato, evase dal carcere, continuando liberamente a pubblicare scritti devozionali concepiti secondo l'ortodossia cattolica.
Biografia Lorenzo Davidico, il cui vero nome era Paolo Lorenzo Castellino de David,È lui stesso a ricordare i suoi tre nomi nel Columba animae, Milano 1562, p. 21r. Era abitualmente chiamato con il nome di Castellino, al quale preferiva tuttavia quello di Lorenzo. Nel suo Monte d'oratione, Roma 1550, p. 68r, scrive di sperare di divenire «de Castellino, cioè di un picciolo castello, un castello inespugnabile quale fu Laurentio sancto» nacque nel 1513 nel piccolo borgo di Castelnovetto da Giorgio de David e da Giovanna, forse piccoli proprietari terrieri. Le guerre, che devastarono la pianura padana nella prima metà del secolo, portarono, nel 1528, alla distruzione della casa de David, costringendo la famiglia a emigrare nella vicina Vercelli.
Qui studiò con un prete torinese di nome Felice,Ricordato nel Tractatulus de cellae, Padova 1568, p. 13r che gli impartì i consueti insegnamenti di latino, di grammatica e di logica. Risalgono a questi anni la morte del padre e la perdita dei beni di famiglia, evento che egli vorrà interpretare come primo segno di un disegno provvidenziale che lo destinava alla santità.Tractatulus de cellae, p. 10 Nel 1531 Lorenzo fu a Roma, presso un suo parente, Cristoforo Corneto, «inserviens» di papa Clemente VII, dal quale fu raccomandato al servizio del cardinale Lorenzo Pucci, morto quello stesso anno, e dei nipoti Antonio e Roberto Pucci, che gli fecero ottenere dei «benefici», rendite la cui natura non è meglio nota.
Prese gli ordini minori e, a suo dire,Columba animae, p. 20v-21r si laureò in teologia e in diritto canonico ma, poiché «desiderava ardentemente un profondo cambiamento della sua vita»,Columba animae, p. 23r: «vitaeque meae reformationem sitirem» fattosi prete, nel 1534 lasciò Roma per Milano, intenzionato a far parte della congregazione barnabita, che appena l'anno prima, il 18 febbraio 1533, aveva conseguito il primo breve di approvazione da parte di Clemente VII. È molto probabile che a suggerirgli quella scelta sia stato Basilio Ferrari, presente a Roma in qualità di scrittore apostolico nella curia papale e fratello di Bartolomeo, fondatore della nuova congregazione insieme con Antonio Maria Zaccaria e Giacomo Antonio Morigia.
Fra i chierici regolari di san Paolo Antonio Maria Zaccaria, cappellano della contessa di Guastalla, Ludovica Torelli, insieme con il Morigia e il Ferrari, aveva fondato a Milano la nuova Compagnia dei Figlioli e delle Figliole di Paolo Santo, costituita da tre collegi di sacerdoti, di suore e di laici. Il collegio femminile di suore Angeliche si costituì con approvazione del 15 gennaio 1535 di papa Paolo III, mentre quello maschile, di chierici regolari, venne approvato definitivamente con successiva bolla del 25 luglio, insieme con un'altra casa di laici, i Maritati di san Paolo.
Lo Zaccaria era un devoto allievo del frate domenicano Battista da Crema (1460-1534) e sollecitava ai suoi compagni la lettura dei libri del frate come, se «ben intesi e con le mani operati», capaci di «condurre alla perfezione».Orazio Premoli, Le lettere e lo spirito religioso di S. Antonio Zaccaria, Roma 1909, pag. 70 Tuttavia le opere di fra' Battista erano già sospette di eresia, come allude un breve di Clemente VII del 1525 e ancor più Gian Pietro Carafa, che alla notizia della morte del domenicano, nel 1534, si augurava che «Dio [avesse] misericordia di lui»,Lettera a Gaetano Thiene, in O. Premoli, cit., p. 43 provvedendo poi, una volta eletto papa, a mettere le sue opere all'Indice. Infatti, nel 1536 si avviava a Roma un'inchiesta sulle conventicole milanesi, sospettate di perseguire le eresie di beghine e di poveri di Lione che avrebbe portato alla condanna per pelagianesimo nel 1552 della dottrina di fra' Battista, giudicata «scandalosa in più punti, temeraria in altri e in molti eretica».
Fra' Battista aveva mosso un'aspra polemica contro il desiderio di ricchezza e la ricerca del piacere, indicando ad antidoto contro il pericolo di cadere nei vizi del mondo un'estrema austerità di vita, improntata al massimo controllo delle proprie passioni, favorito da opportune penitenze ma escludendo il formalismo devoto delle «tante compagnie con suoi stendardi, tante processioni et simili altre fantasie, che è uno caos infinito [ ... ] offici de morte, letanie et altre hore canonice».Battista da Crema, Specchio interiore, 55v La sua polemica si estendeva alla corruzione di frati e preti, «avari et amatori de robba»Battista da Crema, De la cognitione et vittoria di sé stesso, p. 83v la cui indifferenza e ipocrisia dava alimento all'eresia luterana. Occorreva recuperare un'autentica esperienza religiosa, «imparare ogni scientia et sapientia et etiam li secreti de Dio, li quali li soli spirituali possono conoscere»Battista da Crema, Via de aperta verità, p. 17v fino a «farse anzoli insieme con Paulo»Battista da Crema, ivi, 121v
La Compagnia dei Figlioli e delle Figliole di Paolo Santo era intenzionata a tradurre in pratica gli insegnamenti di fra' Battista; gli slanci di spiritualismo misticheggiante, il fervore penitenziale e lo zelo caritativo avrebbero dovuto condurre al raggiungimento di quella quiete mentale in cui riposava la perfetta perfezione. Alla morte del domenicano, fu una donna, l'angelica Paola Antonia Negri, chiamata dagli aderenti «divina madre maestra» a testimonianza del suo eccezionale carisma, ad assumere il ruolo di punto di riferimento della Compagnia.
In una comunità di tanta severità fu accolto il Davidico, ma senza esserne formalmente incorporato e dopo aver dovuto rinunciare ai suoi benefici romani. Nel 1537 fu inviato a Vicenza con il Ferrari, per raccogliere nuove adesioni alla congregazione mentre, dopo aver provveduto, nel 1539, alla dote di una sorella, nel 1542 era a Verona per collaborare, con i maggiori padri barnabiti, all'opera di riforma avviata dal vescovo Gian Matteo Giberti. Nulla tuttavia si sa dell'opera da lui svolta nei primi dieci anni di appartenenza alla congregazione, finché non fu convocato, il 19 gennaio 1545, di fronte al Capitolo, per rendere conto del comportamento da lui tenuto a Varona e il 24 gennaio fu severamente ripreso, essendo stato giudicato pieno di «uno desiderio grande de libertà et di ambitione, dalli quali causava in esso molti defetti contro la obedientia [ ... ] si resentiva in grandissimo odio et sdegno; fu trovato pieno de suspitioni [ ... ] captivo della vanagloria [ ... ] de infidelità verso la obedientia, pieno de duplicità, pieno di amor proprio [ ... ] di persuasione di sapere e potere, come saria in predicar, in convertir anime, componer et di poter uscir grande [ ... ] di escusationi et duplicità, senza contritione: et in conclusione fu trovato tanto confuso et in tanta ruina che il capitolo non sepe che far di lui»Atti capitolari, in «Archivio Generalizio Barnabitico (AGB)», II, c. 8rv
L'espulsione A poco valse la punizione di adibirlo agli umili lavori della cucina, delle pulizie e della cura del pollaio. Responsabile di piccoli furti - qualche soldo, degli abiti - di aver scritto lettere anonime, fatte pervenire alla comunità, che lo scusavano e minacciavano i suoi accusatori, il 10 marzo 1547 il Capitolo barnabita decise la sua espulsione, dopo aver ascoltato la confessione di Lorenzo, resa con «pianti et dolori infiniti», dei suoi difetti di «duplicità, de libertà, de vivezza, de latrocinii, de immonditie, de biasteme, de iuditii confermati, de falsità usate in contrafar littere, de infamatione contra la casa con mandar littere sotto mano sua che paresseno de altri, de haver voluto andarsene portando via robbe de casa [ ... ] et infiniti, enormi delitti da non esser tolerati in casa de san Paulo».Atti capitolari, in AGB, II, c. 35v
Malgrado la sua richiesta di perdono, fu espulso dalla casa di san Paolo, sia pur con «abraciamenti» e con la raccomandazione del «disprezo di sé, la emendazione, la basezza rt la tortura di ogni suo volere».Ibidem Quei dodici anni, pur così poco dignitosamente vissuti e più miseramente conclusi, lasceranno tuttavia un'impronta incancellabile sul Davidico.
Ambizioso predicatore e persecutore di eretici Era stato affidato al barnabita don Francesco, affinché lo tenesse nella sua casa di Tortona nella possibilità che si emendasse, ma Lorenzo lasciò molto presto quella casa per tornarsene a Milano e di qui, nel marzo 1548, passò a Bologna, dove avrebbe pubblicato un libretto, lo Specchio del vivere christiano, del quale non vi è più traccia, e dove conobbe il cardinale Giovanni Morone che egli accuserà un giorno di eresia luterana. Ancora a Milano e poi in Valtellina, ove numerosi erano gli italiani sfuggiti alle persecuzioni della Chiesa, per vantarsi di aver riportato, sia pure per pochi giorni, nel grembo del cattolicesimo - ma la circostanza appare molto fantasiosa - il pastore di Chiavenna Agostino Mainardi.
Nuovamente a Roma, avrebbe predicato di fronte a Paolo IIICosì almeno egli sostiene in Columba animae, p. 26r e in Anotomia delli vitii, 1550, p. 297r e cercato di entrare invano nella Compagnia di Gesù. Nel 1549 era a Forlì, da dove scriveva al Loyola dei suoi intenti di adoperarsi alla conversione degli eretici e a prendersi «cura de anime, quale è un'arte sopra le altre faticosa, difficile et pericolosa»Anotomia, p. 17v. Il libro è dedicato al papa Giulio III progettando, sull'esempio dell'esperienza milanese, la creazione di Collegi di Maria Vergine, una nuova congregazione per laici che, guidati da un padre spirituale, sarebbero stati condotti «in la spiritual battaglia contra li proprii sensi, contra il mondo e l'iniquo serpente»Il vittorioso trionfo di Maria Vergine, 1550, p. 70v e ss. Il libro è dedicato ai cardinali dell'Inquisizione Questi collegi, tuttavia, non saranno mai costituiti, malgrado egli avesse cercato appoggi nelle più alte gerarchie ecclesiastiche, dai cardinali inquisitori fino allo stesso papa Giulio III.
Nel giro di tre anni, dal 1550 al 1552, apparivano a Firenze i suoi trattatelli Anotomia delli vitii, Il vittorioso trionfo di Maria Vergine contra luterani e il Trattato della communione, e a Roma lo Steccato spirituale, la Navicella di l'anima, il Monte d'oratione, il Compendiolum, la Giostra spirituale e il Gioiello del vero christiano, senza poter contare molte altre opere - sarebbero almeno quaranta - che il Davidico dichiara di aver composto e che sono andate perdute.
I suoi libri hanno un unico tema: dopo aver presentato se stesso in veste di umile prete «biasmato, deriso et oltregiato» come in tutti i tempi «forono trattati li santi [ ... ] per predicare la catholica verità, per essere fedele alla sedia apostolica, per impugnar li heretici, per aprir gli occhi a li carnali, per speronare li tepidi e per scoprire l'archimia delli falsi spirituali»,Steccato spirituale, p. 134r egli denuncia la corruzione e i vizi del mondo - cui non si sottrae lo stesso clero cattolico - l'eresia luterana, vista come esempio della decadenza dei tempi e alla quale peraltro egli non sa ribattere in termini rigorosamente teologici, la necessità di acquisire le vere virtù cristiane, virtù sostanziate di eroismo e di santità, per combattere, secondo l'esempio di fra' Battista da Crema - i cui testi egli non esita a plagiare in più occasioniSi vedano gli esempi in M. Firpo, Nel labirinto del mondo. Lorenzo Davidico tra santi, eretici, inquisitori, pp. 89-90 - la «tiepidezza» della fede comune. Il tutto viene da lui svolto in «pagine e pagine che si susseguono senza ordine e struttura, frettolosamente abborracciate e ridondanti, sciatte e ripetitive sulla nota monocorde di una parenesi ascetica e devozionale sempre uguale a sé stessa».M. Firpo, cit,, p. 78