Il memoriale Moro è un insieme di testi scritti e riscritti a mano da Aldo Moro durante la prigionia per opera delle Brigate Rosse (BR) che rapirono nel 1978 il presidente della Democrazia Cristiana.
Il testo venne scoperto in due momenti diversi: il 1º ottobre 1978 in un nascondiglio delle BR di via Monte Nevoso n. 8 a Milano, per mano del reparto speciale antiterrorismo dell'Arma dei Carabinieri diretto dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa, e successivamente nel 1990, durante una ristrutturazione edilizia, nello stesso nascondiglio delle BR di via Monte Nevoso una volta dissequestrato.
Storia Gli interrogatori di Moro e la redazione
Durante i 55 giorni di prigionia da parte delle Brigate Rosse (BR), Aldo Moro viene sottoposto diverse e lunghe sessioni di interrogatorio da Mario Moretti, allo scopo di ottenere dal politico elementi politicamente utili per l'organizzazione terroristica.
Questi dialoghi vennero incisi su un registratore a nastro a bobina; per ogni argomento però il presidente scriveva di proprio pugno un "verbale" sui fogli quadrettati di diversi blocchi.
Il comunicato n. 5 e le accuse al deputato Taviani Nel comunicato numero 5 del 10 aprile 1978 le Brigate Rosse confermano che l'onorevole Moro verrà processato da un Tribunale del Popolo e che «tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente». Ulteriormente nel comunicato le BR scrivono: «nessuna trattativa segreta, niente deve essere nascosto al popolo!». Assieme al comunicato n. 5 le BR recapitano uno scritto autografo di Moro (un brano del memoriale) in cui il presidente della DC sostiene l'ipotesi delle trattative e attacca il suo compagno di partito Paolo Emilio Taviani, considerato figura importante negli accordi segreti con gli USA su Gladio e Stay-Behind, per essersi schierato con la linea della fermezza. Moro segnala nel brano gli importanti incarichi ministeriali ricoperti da Taviani tra cui, per la loro importanza:
A parte ciò, non si sa cos'altro abbia scritto Moro al riguardo, perché questo è uno dei paragrafi ampiamente censurati del memoriale. In ogni caso, le sue affermazioni avevano creato un grande allarme tra i pochi che erano in grado di capirne le reali implicazioni. Moro mostrava di temere che fossero scese in campo altre entità interessate alla sua liquidazione dalla scena politica e anche fisica. La lettera concludeva infatti con un interrogativo: «vi è forse nel tener duro contro di me un'indicazione americana o tedesca?».
Nonostante le premesse della totale pubblicità del materiale di Moro, questo brano autografo sarà l'unica parte del memoriale che verrà pubblicata dai brigatisti.
Il ritrovamento del 1978 e le testimonianze del generale Dalla Chiesa
Il 1º ottobre 1978, pochi mesi dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, gli uomini del generale Dalla Chiesa fanno irruzione nel covo delle Brigate Rosse in via Monte Nevoso 8 a Milano. I carabinieri rimangono dentro l'appartamento per cinque giorni, rivoltandolo a fondo. Alla fine della perquisizione, vengono rese note 49 pagine del cosiddetto Memoriale Moro: si tratta di pagine dattiloscritte dalle Brigate Rosse, ricopiate cioè dal manoscritto originale o dalle bobine registrate. Il brigatista pentito Roberto Buzzatti, durante il processo Moro ter, racconterà che Moretti parlò dell'esistenza di un sistema di telecamere a circuito chiuso all'interno della casa dove era sequestrato Moro. Cinque giorni dopo l'irruzione, il covo viene chiuso e vengono posti i regolari sigilli della magistratura. Qualche mese più tardi, il senatore del PCI e membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro, Sergio Flamigni, si reca nelle carceri a parlare con i brigatisti Lauro Azzolini e Franco Bonisoli. Da loro viene a sapere che in via Monte Nevoso ci sarebbe dovuta essere la trascrizione completa degli interrogatori del Presidente. Il senatore Flamigni si reca più volte nel 1986 e nel 1988 dal magistrato Ferdinando Pomarici — magistrato competente al momento dell'irruzione — chiedendo la riapertura del covo, questo si rifiuta rispondendo che l'appartamento era stato: «scarnificato. Muro per muro. Mattonella per mattonella».
Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa il 23 febbraio 1982 viene ascoltato per la seconda volta dalla Commissione Moro e, incalzato dallo scrittore Leonardo Sciascia, esprime alcuni dubbi su possibili mancanze del materiale rinvenuto::
In sede processuale due brigatisti membri dell'esecutivo nazionale delle Br, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, affermarono che «in via Monte Nevoso, oltre ai dattiloscritti c'era anche un plico di fotocopie di quelli originali che non risultano nell'elenco del materiale sequestrato».
Tra il 1979 e il 1982 vengono scoperti e arrestati quasi tutti i brigatisti implicati nel caso Moro: Raffaele Fiore (19 marzo 1979), Valerio Morucci e Adriana Faranda (29 marzo 1979), Prospero Gallinari (24 settembre 1979), Bruno Seghetti (19 maggio 1980), Anna Laura Braghetti (27 maggio 1980) e il 4 aprile 1981 il capo delle Brigate Rosse Mario Moretti, ma di queste carte e del loro destino non parlano.
Intanto, alla fine di una lunga controversia legale tra il brigatista Domenico Gioia e Rocco Lotumolo, la proprietà dell'appartamento ove venne tenuto prigioniero Moro torna a questi che poi lo vendette a tale Gerolamo De Citis.
Il ritrovamento del 1990 Il 9 ottobre 1990 De Citis incarica il muratore Gennaro Bernardo di ristrutturare l'appartamento, chiuso nel 1978, anche se poi si scoprirà che sigilli posti all'epoca dai carabinieri sono stati rotti, non si saprà mai da chi. Il muratore comincia i lavori e nota una strana difformità al di sotto di una finestra. Toglie quattro chiodi e un pannello di cartongesso e ritrova uno spazio nascosto contenente un mitra avvolto in un giornale del 1978, centinaia di banconote fuori corso, armi e munizioni e 229 pagine fotocopiate del Memoriale MoroInchiesta su stragi e depistaggi e sul caso Moro: audizione del generale dell'Arma dei carabinieri Nicolò Bozzo, Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 28ª seduta, 21 gennaio 1998. Alla presenza di Achille Serra, capo della DIGOS e del sostituto procuratore Ferdinando Pomarici, lo stesso magistrato del primo ritrovamento, vengono rinvenuti e verbalizzati i seguenti oggetti: una borsa nera contenente due pacchetti con denaro per circa 60 milioni di lire in tagli da centomila fuori corso (proveniente dal riscatto pagato per la liberazione dell'imprenditore genovese Pietro Costa); una canna di pistola Beretta M951 Brigadier; una trentina di detonatori; un mitra di fabbricazione sovietica PPS 7.62 Tokarev avvolto in un giornale del 1978; una pistola Walther PPK 7.65 nuovissima, ancora nella sua custodia originale; 419 fogli di fotocopie, scritti da Aldo Moro durante la prigionia conservati in una cartellina di cartone di colore marrone, avvolte nel nastro adesivo.
Tra le carte, in tutto 421 fogli, vi erano diverse lettere scritte da Moro, disposizioni testamentarie e il memoriale. Dei 421 fogli 229 sono fotocopie del manoscritto di Moro, con le risposte all'interrogatorio dei brigatisti (ma, come nella versione già nota, senza indicazione delle domande precise): rispetto alla versione ritrovata nel 1978 (che era dattiloscritta) sono presenti ben 53 pagine in più. Dall'analisi di queste pagine fotocopiate emerge in modo chiaro che molte altre pagine mancano alla documentazione, poiché in diversi punti Moro scrive «come dirò più avanti», «come ho già detto altrove»; nelle 229 pagine ritrovate mancano tali rinvii.
Le nuove audizioni della "Commissione Stragi" e la pubblicazione del materiale
La commissione stragi presieduta da Giovanni Pellegrino dal 1994 al 2001 decide di risentire tutti i protagonisti di questa vicenda del memoriale a partire dal primo ritrovamento del 1978. Il 23 maggio 2000 il colonnello Umberto Bonaventura, uomo all'epoca agli ordini di Carlo Alberto dalla Chiesa, dichiara ai membri della commissione che le carte di Moro ritrovate durante il primo blitz a Via Montenovoso furono prelevate e fotocopiate prima della verbalizzazione da parte della magistratura italiana e poi riportate nel covo, per essere consegnate la sera stessa al generale dalla Chiesa. Il 22 marzo 2001, la Commissione stragi decide la pubblicazione integrale del materiale, assieme a quello relativo al caso Moro. Alcuni retroscena erano già stati anticipati durante il sequestro dell'archivio del generale Demetrio Cogliandro, ex capo del Sismi, la vigilia di Natale del 1995. Intanto lo stesso Bonaventura passò successivamente ai servizi segreti e morì il 7 novembre 2002 quando era responsabile dell'ufficio SISDE dei carabinieri.
Successivamente la seconda sezione civile della Corte d’Appello del Tribunale di Milano, presieduta da Nicoletta Ongania, ha stabilito con sentenza del 7 aprile 2015 n. 1505 che il colonnello Bonaventura entrò nel covo durante la perquisizione e portò via le carte, restituendole dopo qualche ora, visibilmente assottigliate, prima della numerazione dei fogli.
Le stesure e le versioni pervenute Il memoriale è redatto in prima persona, con Moro come narratore. Del memoriale si ebbero varie stesure:
Stesura A: originali autografi, nastri e fogli provenienti direttamente dall'interrogatorio; Stesura B: stesura basata in tutto o in parte sui documenti della stesura A, dattiloscritti in una casa-covo di Firenze dai Brigatisti; Stesura C: stesura ritrovata nell'ottobre del 1978 nel covo di via Monte Nevoso 8 a Milano (in tutto ritrovate 43 pagine di documenti); Stesura D: stesura manoscritta da Moro, ritrovata durante alcuni lavori nell'ottobre del 1990 nello stesso covo di via Monte Nevoso 8 dietro un'intercapedine (421 fogli in tutto, di cui 229 sono fotocopie del manoscritto).
Le bobine originali degli interrogatori non verranno mai ritrovate.. Al riguardo il brigatista Germano Maccari nel 1998 dichiarò:
Secondo lo storico Miguel Gotor sarebbe stato Prospero Gallinari a redigere la versione dattiloscritta delle lettere e del memoriale di Moro nel covo di via Montalcini, dove il presidente DC era tenuto prigioniero. Lo stesso Gallinari, secondo i brigatisti, avrebbe bruciato tutte le carte di Moro prodotte durante la prigionia durante una riunione a Moiano, perché ritenute inutili.
Poiché dunque secondo le BR la stesura A, ovvero i documenti originali, furono distrutti ciò non permette di valutare le versioni successive, nella loro aderenza o meno alle risposte date da Aldo Moro nel corso del suo interrogatorio, né permette di avere la sicurezza totale che il ritrovamento più vasto di cui alla stesura D, sia effettivamente completo. Le eventuali mancanze, però, non possono essere considerate dirimenti a una lettura "storica" della documentazione esistente. Tra il materiale di quest'ultima oltre al memoriale, figurano anche lettere scritte da Moro e non consegnate dalle BR e le prime stesure di lettere che poi Moro decise di riscrivere.
Due sono le ipotesi riguardo alla copia autografa e alla trascrizione delle carte di Moro:
i brigatisti hanno effettuato più copie dei manoscritti e le diffondono nelle varie colonne (tra cui anche Milano). In una colonna, un compagno non individuato (forse Prospero Gallinari), si occupò delle trascrizioni dattiloscritte che fece giungere nella sola base di via Monte Nevoso (o in tutte le altre colonne, come sostiene il magistrato Pomarici). In occasione della fotocopiatura Mario Moretti ordina a Gallinari di distruggere i manoscritti originali.