Biografia Origini familiari e primi anni
Federico De Roberto nacque a Napoli il 16 gennaio 1861, da Federico De Roberto, quarantenne ex ufficiale di Stato Maggiore del Regno delle Due Sicilie con il grado di maggiore, e dalla nobildonna Marianna Asmundo, di origini catanesi ma nata a Trapani. Nell'atto di nascita gli furono imposti i nomi di Federico, Maria, Francesco, Diego, Michele, Luigi e Vincenzo.
Marianna Asmundo era nata a Trapani il 6 febbraio 1835, in una fase in cui il padre vi si trovava per ragioni di servizio militare. Un dato biografico rilevante, chiarito solo dagli studi più recenti, riguarda l'identità del padre dello scrittore: la tradizione critica più antica lo indicò a lungo erroneamente come Ferdinando, mentre il recupero dell'atto di nascita ha confermato che il suo nome era Federico.
Nel 1870, a nove anni, De Roberto si trasferì con la famiglia a Catania dopo la morte del padre, travolto da un treno presso la stazione di Piacenza. Da allora, salvo una lunga parentesi milanese e una più breve romana, visse quasi sempre in Sicilia, sotto la forte influenza della madre, figura centrale nella sua esperienza privata e nella sua formazione psicologica.
Formazione A Catania frequentò dal 1874 l'istituto tecnico "Carlo Gemmellaro" e nel 1879 si iscrisse alla facoltà di scienze fisiche, matematiche e naturali dell'Università di Catania. Interruppe però gli studi al terzo anno, orientandosi sempre più verso la letteratura, la critica e gli studi classici, con un ampliamento progressivo della propria cultura anche nell'ambito del latino.
In questi anni iniziò a collaborare con varie riviste e a pubblicare i suoi primi interventi, delineando presto una fisionomia di giornalista e critico prima ancora che di narratore.
L'esordio letterario e il lavoro editoriale
L'esordio librario di De Roberto avvenne nel 1881 con il saggio Giosuè Carducci e Mario Rapisardi. Polemica, pubblicato dall'editore catanese Giannotta, con il quale lo scrittore strinse fin da subito un rapporto professionale stretto e duraturo.
Si fece presto conoscere negli ambienti intellettuali per l'attività di consulente editoriale, critico e giornalista svolta sulle pagine del Don Chisciotte, settimanale catanese che diresse tra il 1881 e il 1882, e del Fanfulla della domenica, sul quale scrisse dal 1882 al 1883 firmandosi inizialmente con lo pseudonimo di Hamlet. La collaborazione con il Fanfulla della domenica proseguì poi, con il suo vero nome, fino al 1900, e riguardò prevalentemente arte e letteratura.
Per Giannotta contribuì inoltre alla collana narrativa dei "Semprevivi", che ebbe un ruolo significativo nell'editoria letteraria siciliana di fine Ottocento e che favorì il contatto con Luigi Capuana e Giovanni Verga, destinati a diventare i suoi interlocutori privilegiati e le sue amicizie letterarie più importanti.
Nel 1883 raccolse in Arabeschi una serie di saggi sulla letteratura naturalista e verista, dedicati fra gli altri a Émile Zola, Capuana, Gustave Flaubert e Matilde Serao. Nello stesso periodo fu incaricato dal Comune di Catania di seguire la biblioteca civica ex benedettina di San Nicolò l'Arena, che divenne uno dei luoghi centrali della sua vita di studioso e scrittore.
Un altro elemento decisivo della sua formazione fu l'incontro con il critico e narratore francese Paul Bourget, il cui psicologismo, contrapposto al naturalismo zoliano, offrì a De Roberto un modello importante per l'analisi morale e introspettiva dei personaggi.
A Milano con Verga e Capuana Il trasferimento a Milano nel 1888 rappresentò una svolta decisiva. Introdotto da Verga nella cerchia degli Scapigliati, De Roberto conobbe Arrigo Boito, Giuseppe Giacosa e Giovanni Camerana, consolidando nel contempo l'amicizia con Verga e Capuana e ampliando i propri contatti nel giornalismo e nell'editoria del Nord.
Durante il soggiorno milanese collaborò con il Corriere della Sera, iniziò nel 1888 a scrivere per il Giornale di Sicilia di Palermo e avviò un carteggio con il giovane palermitano Ferdinando Di Giorgi. Nello stesso anno pubblicò presso Treves le novelle psicologiche Documenti umani, cui seguì nel 1889, presso la Libreria Editrice Galli, il romanzo Ermanno Raeli.
Sempre nel periodo milanese concepì il ciclo romanzesco degli Uzeda di Francalanza, che avrebbe preso forma con L'illusione nel 1891, con I Viceré nel 1894 e, più tardi e incompiutamente, con L'imperio, pubblicato postumo nel 1929. Nel caso dei Viceré, il romanzo fu pubblicato nell'anno dello scandalo della Banca romana e della repressione dei fasci siciliani, all'interno di un clima politico e sociale particolarmente teso, destinato a influire sulla ricezione dell'opera.
Il 29 maggio 1897, nel salotto milanese di casa Borromeo, conobbe Ernesta Valle, con la quale intrecciò una relazione documentata da un vasto carteggio, conservato presso la Biblioteca regionale universitaria di Catania. Il salotto era frequentato da figure di primo piano come Eugenio Torelli Viollier, Luigi Albertini, Domenico Oliva, Ugo Ojetti, Boito, Giacosa ed Emilio e Giuseppe Treves.
Il ritorno a Catania e gli ultimi anni
Nel 1897 De Roberto tornò a Catania. La forte possessività della madre contribuì certamente alla scelta, ma vi pesarono anche il mancato successo immediato dei Viceré e una crisi personale e creativa che lo rese sempre più incline all'isolamento. Da allora visse prevalentemente a Catania, salvo viaggi relativamente brevi nel continente, dedicandosi alla pubblicistica, alla critica e alla saggistica, con studi importanti su Giacomo Leopardi e soprattutto su Verga, che continuò a considerare il proprio maestro.
Nel 1898 il fratello Diego sposò la cugina Luisa Moncada; alla loro primogenita, Nennella, lo scrittore si legò con particolare affetto. Nell'estate del 1903 si recò a Zafferana Etnea per alleviare i propri disturbi neurovegetativi e vi soggiornò anche in seguito. Nel 1905, su consiglio di Arrigo Boito, andò in Svizzera per consultare Paul Dubois, specialista in malattie nervose, ottenendone benefici soprattutto sul piano morale.
Nel 1908 si stabilì per circa un anno a Roma, dove svolse attività di resocontista parlamentare per un giornale siciliano e poté approfondire dall'interno il mondo giornalistico e politico che avrebbe alimentato la lunga gestazione de L'imperio. In quel periodo intrecciò anche una relazione con Pia Vigada, documentata dall'epistolario pubblicato e dagli studi successivi.
Allo scoppio della prima guerra mondiale assunse una posizione interventista. Nel luglio 1917 fu colpito da una grave flebite, che limitò fortemente la sua mobilità e ridusse i viaggi. Nel 1918 fu nominato bibliotecario della Biblioteca civica di Catania. Nel 1919, in collaborazione con Verga, pubblicò un libretto d'opera; alla morte di Verga, avvenuta nel 1922, si dedicò al riordino delle sue opere e iniziò uno studio biografico e critico rimasto incompiuto.
Dopo essersi dedicato fino all'ultimo alla cura della madre, morta nel 1926, De Roberto morì a Catania il 26 luglio 1927, nella casa di via Etnea, non lontano dal giardino Bellini. La sua scomparsa ebbe un'eco limitata anche perché quasi subito oscurata da quella di Matilde Serao, avvenuta il giorno successivo. Fu sepolto nel Cimitero monumentale di Catania.
Gli scritti Le prime opere narrative
Dopo il volumetto poetico Encelado, pubblicato a Catania nel 1887, De Roberto esordì nella narrativa con le raccolte di novelle La sorte (1887) e Processi verbali (1890), nelle quali si avverte l'influenza del verismo, e in particolare della lezione di Giovanni Verga, ma già filtrata attraverso una sensibilità personale più attenta alla psicologia, alla crisi morale e alla disgregazione delle classi dirigenti tradizionali.
In queste opere, accanto alla tematica paesana e rusticana, emerge già un forte interesse per il mondo della nobiltà in disfacimento e per quello della nuova borghesia in ascesa, impegnata a imitare o a sostituire le vecchie élite sociali. La componente documentaria e la rappresentazione oggettiva dei fatti convivono così con un'attenzione sempre più marcata ai processi interiori e ai condizionamenti dell'ambiente.
I romanzi di analisi psicologica e il ciclo degli Uzeda A questa prima fase appartengono anche Documenti umani (1888) e L'albero della scienza (1890), opere nelle quali il metodo veristico si intreccia con l'analisi psicologica e con una crescente riflessione sui meccanismi della coscienza e dell'illusione.
Nel 1889 pubblicò Ermanno Raeli, romanzo che segna un passaggio importante verso una narrativa di più scoperta introspezione. A esso seguì L'illusione (1891), che inaugura il ciclo dedicato agli Uzeda di Francalanza. In questo romanzo, come poi nei successivi, la riflessione sulla crisi dell'individuo e sull'inautenticità della vita sociale si lega a una visione sempre più ampia della decadenza aristocratica e della falsificazione dei rapporti umani.
Nel 1894 apparve I Viceré, generalmente considerato il capolavoro di De Roberto e uno dei maggiori romanzi dell'Ottocento italiano. Attraverso la storia della famiglia Uzeda di Francalanza, il romanzo offre una vasta rappresentazione della Sicilia postunitaria e della continuità del potere aristocratico nelle nuove forme dello Stato nazionale. Il ciclo si completò poi idealmente con L'imperio, rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1929, incentrato sulla carriera parlamentare di Consalvo Uzeda.
La linea più propriamente psicologica della narrativa derobertiana si sviluppa in questi romanzi attorno al contrasto tra illusione e realtà, ai temi della nevrosi, della frustrazione e dell'inibizione, e alla progressiva dissoluzione delle certezze morali e sociali dei personaggi.
Saggistica, opere varie e scritti degli anni maturi Tra il 1892 e il 1900 la produzione di De Roberto si fece particolarmente varia, riflettendo un itinerario intellettuale complesso e non lineare, segnato dalla crisi del positivismo e dall'interesse per la psicologia, la morale e i rapporti tra individuo e società. In questo arco di tempo pubblicò il saggio La morte dell'amore (1892), L'amore. Fisiologia, psicologia, morale (1895), il romanzo Spasimo, apparso dapprima a puntate sul Corriere della Sera tra il 1896 e il 1897, la monografia su Giacomo Leopardi del 1898, le Lettere d'amore immaginarie, Gli amori nel 1898, Una pagina della storia dell'amore nello stesso anno, Il colore del tempo nel 1900 e Come si ama, ancora nel 1900.
Quando, per motivi di salute, dovette trascorrere lunghi periodi a Zafferana Etnea, si dedicò anche alla compilazione di guide di carattere storico-artistico e turistico, tra cui Catania (1907) e Randazzo e la valle dell'Alcantara (1909), testi che mostrano un interesse sempre vivo per il paesaggio, la memoria locale e la divulgazione colta.
Dopo l'esperienza romana del 1908, iniziò la lunga e tormentata elaborazione di L'imperio, rimasto incompiuto. Durante e dopo la prima guerra mondiale scrisse inoltre racconti e testi ispirati al conflitto, tra cui La paura, Rifugio, La retata e L'ultimo voto, nei quali la sensibilità analitica dello scrittore si misura con il trauma della guerra moderna.
Le lettere d'amore a Ernesta Valle Una parte importante della vicenda privata e intellettuale di De Roberto è documentata dal carteggio con Ernesta Valle, signora dell'alta società milanese, moglie dell'avvocato siciliano Guido Ribera. La relazione, iniziata nel 1897, fu a lungo tenuta segreta e si conservò in un epistolario rimasto inedito per decenni.